One on One

One on One

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Torna al Lido, questa volta nelle Giornate degli Autori, Kim Ki-duk, per raccontare in One on One una storia di violenza, vendetta e critica sociale. In modo a dir poco confusionario.

Non ancora primavera

Una giovane studentessa liceale viene brutalmente assassinata. Mentre torna a casa, uno dei suoi sette assassini viene rapito da alcuni soldati altamente addestrati. Dopo esser stato torturato e costretto a scrivere la propria ammissione di colpa, viene rilasciato. L’uomo, che un tempo credeva d´essere invincibile, ora è dominato dalla paura. Nel frattempo si accorge che anche gli altri assassini della ragazza vengono rapiti, torturati, e indotti perfino a suicidarsi. Pedinandone uno, scopre il nascondiglio dei loro comuni persecutori, le Ombre. [sinossi]

Partiamo da una considerazione di fondo. Tutto il cinema di Kim Ki-duk successivo ad Arirang potrebbe suonare come un tradimento a quanto dichiarato da quel (non-)film, che era un atto che sanciva la crisi artistica e umana del regista, la sua incapacità a raggiungere le vette creative di una volta, e suonava come una lastra tombale della sua filmografia. Il regista sudcoreano ne è uscito, a forza, confezionando altri quattro lungometraggi, tra cui l’ultimo è One on One.
«La tua recita è finita», «Il tuo personaggio è finito», sostiene il leader del gruppo paramilitare del film. Una frase che suona ancora da epitaffio del cinema di Kim Ki-duk, un cinema stanco, nella consapevolezza del suo manierismo. Il personaggio, a capo della banda di torturatori – ma che sono anche degli attori, recitano una parte, decidono di volta in volta quali costumi indossare, quali ruoli interpretare, incarnando, come i personaggi di Melancholia di Lav Diaz, una metafora interna di cinema – rappresenta il regista e il suo dramma, il supplizio che infligge alle sue vittime è quello agli spettatori e del regista stesso.

«Torturarci a vicenda è l’energia che ci tiene in vita» dice ancora il personaggio del film. La tortura sembra essere l’energia che tiene in vita il cinema di Kim Ki-duk, la coazione vuota in un cinema del dolore, a un cinema disturbante, a un cinema di iperboli visive e narrative. A un cinema che confeziona, ancora una volta, un ritratto impietoso della società sudcoreana, esibendo un campionario di ingiustizie, prevaricazioni e minacce, vendette, rapporti che si fondano sulla violenza, sfratti, disoccupazione, sessismo e nazionalismo. Una società di cani di paglia, dalla rabbia che ribolle, della giustizia privata, delle milizie spontanee, dalla violenza che si giustifica e si alimenta con lo spauracchio del comunismo. Da notare peraltro che la divisa del capo torturatore esibisce la scritta “US Army”. A mancare drasticamente in questa opera è però non già la poesia, abiurata in Arirang, bensì quell’ironia, quello straordinario senso del grottesco che permeava il suo cinema migliore.
Un Kim Ki-duk normalizzato, quello di One on One. Un regista stanco, ma pienamente consapevole di esserlo. Ormai nel pieno dell’autunno o dell’inverno del suo cinema. Tutto si rigenera, seguendo la metafora orientale del susseguirsi delle stagioni che il regista aveva sfruttato in uno dei suoi più celebri film. Ma la nuova primavera tarda ad arrivare.

INFO
One on One sul sito delle Giornate degli Autori.
Il trailer originale di One on One.
One on One su facebook.
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