The Look of Silence

The Look of Silence

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Ancora si fa largo la sanguinaria dittatura anticomunista di Suharto nel cinema di Joshua Oppenheimer, che con The Look of Silence firma il controcampo ideale a The Act of Killing. In concorso a Venezia 2014.

V per verità

The Look of Silence, seguito del documentario drammatico The Act of Killing, analizza ancora il tema del genocidio in Indonesia, le purghe anticomuniste del 1965, affrontandolo da un’altra prospettiva. The Look of Silence offre una visione della tragedia da parte delle vittime, in particolare segue la storia di un uomo sopravvissuto, il cui fratello è stato torturato fino alla morte durante la rivoluzione da un gruppo di ribelli; storia già raccontata dal punto di vista degli assassini nel documentario del regista The Act of Killing. In The Look of Silence si osserva la famiglia dell’uomo ucciso, in particolare il fratello minore, che decide di incontrare gli uomini che hanno massacrato uno di loro. [sinossi]

Per quanto in Occidente si faccia a gara, solitamente, a chi conserva meno memoria dell’eccidio anticomunista perpetrato dagli uomini di Suharto in Indonesia a partire dal 1966: un milione e forse più di morti, giustiziati nei modi più cruenti in quanto sospettati di avere simpatie comuniste, con l’avallo del governo statunitense e della Cia. Un genocidio mostruoso, primo esperimento a Washington di intervento senza reale intervento militare, con le risorse trovate direttamente sul campo: furono infatti decine di migliaia i cittadini indonesiani che si affidarono alle invettive anticomuniste del nuovo presidente mettendo in piedi una vera e propria operazione capillare di rastrellamento e massacro, perpetrata con ferocia, sadismo, perverso gusto della violenza.
Anche in virtù della pericolosa amnesia che sembra aver colto i governi più insospettabili (in Indonesia non si è mai veramente dato il via a un reale processo di democratizzazione, e di fatto chi all’epoca fu responsabile delle epurazioni detiene ancora ben saldo il potere), l’operazione condotta nel corso degli anni da Joshua Oppenheimer acquista un valore che va ben oltre l’ammirazione puramente cinematografica.

Chiunque abbia provato una sensazione di straniato spaesamento di fronte a The Act of Killing, il documentario con cui Oppenheimer si fece conoscere un paio di anni fa, si troverà ancora più turbato e stordito al termine dell’ora e trentotto durante la quale si dipana The Look of Silence, presentato in anteprima mondiale alla settantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove è in corsa per la conquista del Leone d’Oro. The Look of Silence è il contraltare ideale di The Act of Killing, il suo agghiacciante controcampo, il completamento di un percorso nella storia martoriata di una nazione. Non c’è ambiguità di alcun tipo nel cinema di Oppenheimer, come sintetizzano in maniera cristallina i titoli con cui sceglie di dare forma ai suoi progetti: nell’atto di uccidere, per esempio, era racchiuso il senso stesso di una immoralità persino inconscia, attraverso i resoconti dettagliati degli aguzzini dell’epoca, privi di qualsiasi senso di colpa o di rimorso verso gli atroci atti compiuti contro i propri fratelli, vicini, amici, compagni di scuola o di lavoro.
La stessa storia di tortura e omicidio su cui si snodava The Act of Killing torna ora in The Look of Silence, il cui protagonista è Adi, quarantaquattrenne oculista che cerca, insieme a Oppenheimer, di trovare risposte – o ancor più improbabili scuse – nelle parole di coloro che, prima ancora della sua nascita, massacrarono e compirono atti ignobili sul corpo del fratello Ramli, una delle vittime del genocidio. Acquista inevitabilmente un senso ulteriore il fatto che Adi sia oculista, e decida di fabbricare lenti anche per gli assassini del fratello: una richiesta di messa a fuoco, tentativo tardivo di trovare un giusto sguardo su una storia terribile, le cui vittime non hanno mai ottenuto risarcimento, giustizia, forse anche la più velleitaria delle vendette.

Lo sguardo del silenzio è dunque sia quello degli assassini, che non hanno alcuna intenzione di ammettere responsabilità su ciò che avvenne, sia quella di Adi, costretto in un silenzio ottundente, doloroso, spazio bianco senza prospettive di fuga, né di rivalsa.
È il silenzio puro e inattaccabile anche della camera di Oppenheimer, tramite quasi paradossale tra due mondi collimanti eppure destinati a non rivolgersi mai la parola, ognuno ben pronto a difendere il proprio odio, la propria ineluttabile accettazione dei ruoli. Ma The Look of Silence rappresenta anche, a ben vedere, la vittoria/sconfitta del cinema nei confronti della Storia: una vittoria testimoniale che diventa sconfitta nel momento stesso in cui prende coscienza della propria scarsa capacità di modificare realmente il corso degli eventi. Resta dunque il documento, una volta di più scioccante, rabbioso e doloroso, su una delle più vergognose dimostrazione di potere dell’uomo sull’uomo che il mondo moderno possa ricordare. La potenza delle immagini, così scabre e mai alla ricerca dell’effetto fine a se stesso – come evidenzia l’insostenibile naturalezza con cui vengono messi in scena gli anziani genitori di Adi – diventa quasi insostenibile nel suo crescendo drammatico, atto di resistenza del cinema alle usure del tempo, ai ghiribizzi della memoria, alle convenienze e alle convenzioni.
Per questo motivo The Look of Silence riesce persino a sfondare l’animo e gli occhi dello spettatore ancor più del già essenziale The Act of Killing, ribadendo il ruolo di primaria importanza che Oppenheimer sta occupando nel panorama documentario internazionale. E questo fa passare in secondo piano qualsiasi premio che una giuria possa o meno decidere di assegnargli.

Info
The Look of Silence sul sito della Biennale.

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