Manglehorn

Manglehorn

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Con Manglehorn David Gordon Green replica stancamente sé stesso, tra paesaggi texani in controluce e personaggi borderline. Questa volta ha a disposizione anche Al Pacino e un gatto di incredibile bellezza. In concorso a Venezia 2014.

Siamo solo di passaggio

Angelo Manglehorn (Al Pacino) è un fabbro che fa una vita ordinaria in una piccola città della provincia texana. Oltre alle apparenze, però, c’è molto altro: Manglehorn quarant’anni prima ha rinunciato alla ragazza dei suoi sogni e ancora oggi non si perdona per questo. Ora passa le sue giornate tormentandosi e scrivendole ossessivamente lettere d’amore. Quando incontra una donna che lo aiuta a riprendersi, sembra che le cose per lui possano cambiare. [sinossi]

Da un po’ di tempo scisso tra commedia demenziale (Strafumati, Lo spaventapassere) e dramma indie sudista (si veda il recente Joe ma anche capolavori del passato come George Washington e All the Real Girls), David Gordon Green questa volta ha deciso di andare sul sicuro, per dedicarsi a cesellare la maniera di sé stesso. Accade in Manglehorn, dramma senile presentato in concorso a Venezia 2014 e con Al Pacino nei panni di un misantropo fabbro texano. Stanco e amareggiato, l’uomo non ha più molto da perdere a parte la compagnia della sua adorata gatta Fanny, che però ha ingoiato una delle sue chiavi e ora deve essere operata. Come abituale nelle pellicole indipendenti made in Usa, le giornate del nostro protagonista sono scandite da un ritmo standard fatto di gesti ripetitivi, come aprire una scatoletta di cibo per sé e una per il gatto, occuparsi di sbloccare qualche porta, duplicare chiavi e il venerdì recarsi in banca a depositare i propri guadagni. Allo sportello lo attende fiduciosa una donna innamorata di lui (Holly Hunter), ma l’amore sul viale del tramonto non è cosa facile da praticare. Specie poi se non si sono fatti ancora i conti con il passato e con una donna perduta e mai più ritrovata: la fantomatica Clara.

In un Texas irrorato dal sole, i cui riflessi dorati sono come al solito catturati dal sapiente Tim Orr, fedelissimo direttore della fotografia di Green, prende corpo dunque un trattenuto dramma della terza età, privo di una vera direzione così come di una sua precipua personalità. Quasi non sono più distinguibili, in Menglehorn, i cliché del cinema indie da quelli del cinema di David Gordon Green e ci troviamo così immersi in una profusione di inserti bucolici, sciatti dettagli domestici e diner poco frequentati dove prendono flebile vita sentimenti trattenuti, incontri con personaggi bizzarri, saltuarie esplosioni di rabbia imnidirezionale. Ad accompagnare le immagini della quotidianità del nostro protagonista è poi la lettura delle lettere che lui scrive all’irraggiungibile Clara, una trovata narrativa dal gusto piuttosto stantio che dovrebbe aiutarci a penetrare nella psiche contorta del personaggio. Se non fosse che poi, in fondo, a questo fabbro di provincia non ci si riesce proprio ad affezionare, troppo poco tratteggiato è il suo ruolo e vane ed insignificanti le sue azioni.

Non mancano però le sorprese in Manglehorn, affidate a improvvise impennate creative del regista, ma non tutte riescono a cogliere nel segno. Ecco ora qualche dialogo davvero spiazzante, una visita in banca è allietata da un’improvvisa serenata, poi una serie di sovrimpressioni e rallenty celebrano la bizzarria del milieu texano contemporaneo, con il suo schizofrenico mix di vecchio e nuovo folklore, tra tori meccanici e street dance hip hop.

Se i dialoghi tra Pacino e Holly Hunter serbano qualche spiazzante sorpresa e un po’ di tenerezza, molto meno funzionano gli incontri tra il protagonista e suo figlio, un giovane tycoon tutto d’un pezzo, ma infelice e con qualche rancore represso. Meglio allora gettarsi sul visionario, con una improvvisa carrellata, un po’ alla Godard di Weekend, su un lungo tamponamento dove gli schizzi di sangue sono sostituiti da frammenti di angurie. E’ solo un altro tra i numerosi “quadri” approntati artatamente dall’autore per allietare il nostro sguardo e rammentarci le possibilità insite nella sua fantasia.

Potrebbe durare a lungo Manglehorn, o terminare dopo pochi minuti, talmente tutto appare decorativo, Al Pacino compreso. Ad un altro protagonista del cinema indipendente americano poi, Harmony Korine, tocca l’ingrato compito di incarnare un personaggio vistosamente sopra le righe: una sorta di pappone locale tenutario di un salone di bellezza ultra-kitsch. Ma è solo l’ennesimo effetto speciale indie con cui Green tenta di stupirci, la sua poetica, al momento, appare stanca e immota proprio come la provincia americana che ritrae.

INFO
La scheda di Manglehorn sul sito della Biennale

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