Hungry Hearts

Hungry Hearts

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Con Hungry Hearts Saverio Costanzo filma il gemello eterozigoto del precedente La solitudine dei numeri primi, virando in thriller un dramma familiare. In concorso a Venezia 71.

Tu sì ‘na cosa grande

New York, Brooklyn. Mina è italiana, Jude newyorkese. Si incontrano accidentalmente e iniziano una profonda e appassionata storia d’amore che li conduce al matrimonio. La loro vita procede molto serenamente fino a quando Mina rimane incinta e incontra una guida spirituale che le dice che porta in grembo un bambino “indaco”. Mina sviluppa nei confronti del bambino un’attenzione morbosa: convinta che l’alimentazione ordinaria sia un ostacolo al corretto vivere e terrorizzata dalle contaminazioni, tiene il neonato lontano dalla luce, dai contatti col mondo esterno e lo nutre esclusivamente di specifici cibi e a specifici orari. Jude si accorge che il bambino cresce male e, quando lo porta dal pediatra, gli viene comunicato che è denutrito. Inizia così un braccio di ferro tra i due genitori che porterà a sviluppi drammatici. [sinossi]

Il senso di Hungry Hearts, quarto lungometraggio diretto da Saverio Costanzo, è racchiuso nell’incipit, un piano sequenza in cui i due protagonisti sono segregati nell’angusto interstizio tra l’ingresso del bagno di un ristorante e la porta del gabinetto. In questo modo bizzarro si conoscono e si innamorano Mina e Jude, e Costanzo tratteggia in un grappolo di battute di carattere anche scatologico il primo tassello di un’opera multiforme, coerente nella propria voluta incoerenza, saggiamente sbilenca. Hungry Hearts inizia come una rom-com, di quelle che sforna in serie la cosiddetta off-Hollywood, l’indie (o supposto tale) statunitense: dialoghi brillanti, fotografia in 16mm, ambientazione newyorchese. Potrebbe essere l’ingresso in un universo dipinto dai caratteri vivaci di Nora Ephron, o magari dalle timbriche, perché no, di un Hal Hartley d’annata. Invece no.
Perché Hungry Hearts, come già accennato, è una creatura destinata a mutare inesorabilmente forma, impossibilitata ad assestarsi su un terreno solido, certo, sempre riconoscibile. Gemello eterozigoto del precedente La solitudine dei numeri primi, il nuovo film di Costanzo è un inabissamento nei gangli stessi della macchina/cinema, studio capillare del “genere” e delle sue infinite potenzialità.

Anche qui, come nel caso de La solitudine dei numeri primi, Costanzo prende l’abbrivio da un romanzo: Paolo Giordano lascia il posto a Marco Franzoso e al suo Il bambino indaco. Ma questo importa solo relativamente a Costanzo, per il quale la derivazione letteraria è poco più di uno spunto, dal quale partire per orchestrare la propria riflessione sul cinema e (ancor più) sulla narrazione.
Potrà facilmente andare incontro a giudizi negativi, tranchant e crudeli come l’abitudine della società dei social network prevede, ed è il rischio che un’operazione simile deve essere cosciente di correre, ma Hungry Hearts è in realtà una delle più lucide analisi delle derive sperdute della contemporaneità che si siano viste in giro per il mondo ultimamente. La commedia romantica di Mina e Jude, tratteggiata con i toni da rosa confetto tipici dell’indie di marca non solo statunitense – si rintracciano evocazioni ectoplasmatiche di Michel Gondry, per esempio – si trasforma ben presto in cupo dramma familiare, nel momento in cui la donna decide non solo di crescere il neonato figlioletto secondo l’etica vegana seguita da lei e dal marito, ma anche di impedirgli di avere alcun contatto con il mondo esterno, pena l’infezione che esso (corrotto nel midollo oltre che “sporco”) traduce con sé. Da qui a thriller duro e puro il passo è breve, e Costanzo si diverte a innervare la sua messa in scena – a tratti ancora didascalica ma in grado di regalare istanti di grande potenza – con guizzi di cinema deforme, sbalestrato, dichiaratamente ridicolo, fuori tono: le inquadrature dal basso della Rohrwacher, quasi aliene nella loro mostruosità bozzettistica, sono la dimostrazione di un’indole sardonica, dissacrante, crudele nella sua messa in mostra del dolore, della sopraffazione, dell’incapacità di liberarsi da vincoli più o meno stretti.

Ragionando sulla sottomissione, sulla follia e sul terrore dell’infezione, Costanzo lo fa ribaltando attraverso il cinema tali prospettive: Hungry Hearts è cinema fieramente infetto, che fa della mescolanza di intuizioni, fluidi e malattie la propria arma estetica. Solo nella fusione tra elementi così eterogenei si può ancora trovare un senso alla narrazione, alla storia, all’intreccio; che thriller e vagheggiamenti orrorifici facciano capolino in un dramma da camera – il film è prevalentemente girato in interni, eccezion fatta per un paio di sequenze – non diventa solo interessante, ma persino necessario.
Si sfida l’idea canonica di gusto, si profana il “bello” o ciò che tale viene comunemente considerato, si ammanta il dramma di vie d’accesso secondarie, ci si permette sberleffi tutt’altro che indolori verso ogni tipo di categoria e di facile catalogazione: Saverio Costanzo, forse tra i cineasti italiani uno dei più incompresi (fin dai tempi di Private), porta a termine una fine ed elegante operazione intellettuale, scarto sensibile in direzione di un nuovo approccio alla materia cinematografica.

Info
Hungry Hearts sul sito della Mostra di Venezia.
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1 Commento

  1. gmaulucci 21/01/2015
    Rispondi

    un film forzato, costruito su misura sulla impossibile Rorwacher nell’intento di farla apparire una grande attrice, in realtà sempre eguale a se stessa, atona, a-drammatica nonostante le tante smorfie. Sarebbe stata sufficiente una sola Coppa Volpi , a lui, ma non necessariamente. Perché la critica ufficiale si ostina a promuoverlo come un capolavoro? Domanda retorica e ci siamo capiti! gm

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