Reality

Reality

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Torna il cinema folle e genialoide di Quentin Dupieux con Reality, gioco a tratti spassoso, ma gratuito, e noioso di film dentro ai film, sogni dentro ai sogni, realtà dentro altre realtà. In Orizzonti a Venezia 2014.

Dreams are my reality

Jason, un tranquillo cameraman, sogna di dirigere il suo primo film horror. Bob Marshal, un ricco produttore, accetta di finanziarlo a una condizione: Jason ha quarantotto ore per trovare il gemito di dolore definitivo della storia del cinema. Durante la sua ricerca, si perde in un incubo, dove vagano una bambina di nome Reality, un presentatore televisivo vestito da pupazzo di pelouche e affetto da un eczema immaginario, il preside di una scuola che ama indossare il tailleur e una serie di altri bizzarri personaggi. [sinossi]

Il cinema è morto e anche la realtà non si sente tanto bene. Tutto è già stato fatto, quindi non resta altro che sognare film inesistenti, riavvolgere il nastro per replicare il già visto, godere del piacere effimero di una serie di sketch demenziali, perché per quanto puoi provare a collegarli tra di loro, alla fine ti devi arrendere: anche la narrazione è defunta e si è portata nel sepolcro tutti i suoi codici.

Poggia le sue basi d’argilla su queste e altre datate riflessioni, il grazioso e fastidioso Reality, nuovo film del genialoide regista francese di Rubber e Wrong Quentin Dupieux [1], presentato in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 2014.
Preda di una tardiva infatuazione per il postmodernismo, Dupieux si concede con Reality una digressione teorico-grottesca su cinema, realtà e sogno abbattendone i rispettivi confini in un gioco di prestigio nichilista potenzialmente inarrestabile.

Caleidoscopio di personaggi bizzarri in situazioni ancor più surreali, Reality, vede tra i suoi protagonisti principali un aspirante regista (Alain Chabat) alle prese con una missione difficile: deve trovare il gemito di dolore perfetto se vuole che un arrogante e nevrotico produttore finanzi il suo primo lungometraggio. La trama del suo progetto suona assai allettante: in un futuro distopico le persone muoiono per via delle onde radio emesse dai televisori, che provocano l’esplosione delle loro teste. Già ma quale tipo di gemito emetteranno tali persone prima di passare a miglior vita?
Reality mira a rispondere a questo e ad altri interrogativi oziosi, ammantandoli della nobiltà che si attribuisce di solito alle riflessioni filosofiche. Ecco allora che cose “impossibili” sono però “visibili”, un presentatore televisivo vestito da pupazzo di peluche si gratta continuamente perché affetto da un eczema immaginario, il preside di una scuola che ama indossare il tailleur, almeno nei suoi sogni, una bambina di nome Reality recita in un brutto thriller d’autore e nella “realtà” ha visto fuoriuscire dal ventre di un cinghiale una VHS blu e ora è pronta a tutto pur di visionarla. E’ tutto molto divertente ma anche autocompiaciuto e stancamente reiterato in Reality, dai personaggi, curiosi, sopra le righe, che tornano più volte e intrecciano le loro mini-storie, alle situazioni, altrettanto bizzarre, la cui struttura paratattica non mira a condurre da nessuna parte, ma solo a produrre qualche crassa risata.
C’è quasi un accordo misterioso e non scritto tra l’autore e quello che lui identifica come il suo spettatore, uno spettatore “iniziato” e dunque pronto a sganasciarsi di fronte a ogni sua nuova, grottesca invenzione e al suo eterno ritorno in altra forma. Ma Reality non funziona con tutti ed è facile che a lungo andare la noia avvolga chi guarda, che magari di questo suo sentirsi escluso può andare fieramente a testa alta.

NOTE
1. Prima di diventare regista, Dupieux era noto negli anni ’90 in ambito musicale per aver firmato con il nome di Mr. Oizo il tormentone Flat Beat, divenuto celebre grazie ad una pubblicità dei Levi’s.
INFO
La scheda di Reality sul sito della Biennale.
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