Fires on the Plain

Fires on the Plain

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Fires on the Plain segna il ritorno, nel concorso di Venezia, di Shinya Tsukamoto. Un viaggio agli inferi che restituisce la barbarie della guerra, senza speranza e senza via d’uscita alcuna.

Come carne di scimmia

Siamo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver invaso un’isola delle Filippine, l’esercito giapponese si scontra con una feroce controffensiva di locali e forze alleate. È solo questione di tempo prima che i pochi sopravvissuti siano spazzati via. Il soldato Tamura soffre di tubercolosi e viene abbandonato sia dal suo plotone che dall’ospedale mobile. Un gruppo di soldati con malattie e ferite incurabili si trova fuori dall’ospedale, aspettando solo di morire. Il soldato Tamura si unisce a loro, ma quella notte gli spari dell’artiglieria distruggono l’ospedale. Tamura scappa nella giungla. Si inoltra nella natura aspettandosi una fine vicina. Non più in grado di proseguire oltre, prende la sua granata con l’intenzione di uccidersi, quando nota alcune patate nel terreno. L’unico problema è che sono immangiabili se non cucinate. Tamura si dirige verso un villaggio in cerca di fiammiferi, ma non trova nulla perché il villaggio è stato abbandonato. Tamura, allora, si addormenta in una chiesa dove appare una giovane coppia. La donna urla spaventata quando lo vede e lui, per farla tacere, preme il grilletto. È la prima vittima della sua vita. Tamura vagabonda per la giungla che ormai somiglia all’inferno, con pile di corpi esanimi ovunque. La fatica estrema intorpidisce la sua mente e la fame lo cambia. Quando inizia a vedere i suoi compagni come cibo, supera una soglia verso un mondo dove non ci sono amici, nemici o Dio. [sinossi]

È trascorso più di un quarto di secolo dalla corsa folle, ansiogena, devastante dell’uomo/macchina Tetsuo, e da quel game over che segnalava, senza possibilità di appello, la sconfitta dell’essere umano contro la tonitruante malvagità del moderno e delle sue infinite ramificazioni. In questo lasso di tempo il cinema di Shinya Tsukamoto non si è mai smentito, pur cercando di rintracciare traiettorie sempre nuove e rivoluzionarie, rinnovando il senso stesso dell’immagine in movimento. Tra i pochi veri avanguardisti del cinema contemporaneo, anche in una terra come il Giappone che da sempre dona linfa vitale alle sperimentazioni del linguaggio, Tsukamoto è uno dei pochi a controllare fin nel minimo dettaglio l’ingranaggio produttivo nel quale si va a posizionare: come un vero e proprio uomo rinascimentale produce, dirige, scrive, fotografa, monta, recita, aderisce alla perfezione al racconto che sta mettendo in scena e costringe l’intero universo che prende forma a modellarsi su di lui, sulle sue pulsioni, sulla sua indole, sulle proprie necessità.
Anche per questo, probabilmente, solo di rado Tsukamoto ha portato sullo schermo idee non partorite in prima persona: Hiruko the Goblin, la creatura più aliena all’interno della sua filmografia (per quanto ingiustamente mal valutata e sottostimata), era tratto da un manga di Daijiro Morohoshi; Gemini si affidava molto liberamente a un racconto di Edogawa Ranpo; il cortometraggio Tamamushi, segmento del film collettivo Female, traeva ispirazione da una storia di Mariko Koike. Nessuna delle opere citate, comunque, può essere messa a paragone con Nobi (titolo giapponese che diventa per le vendite internazionali l’inglese Fires on the Plain), che si confronta con uno dei caposaldi della letteratura nipponica del dopoguerra, scritto nel 1951 da Shōhei Ōoka partendo dalle proprie memorie belliche e già adattato al cinema nel 1959 da Kon Ichikawa nel suo celeberrimo Fuochi nella pianura.

Presentato in concorso alla settantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (seconda partecipazione alla sezione principale della kermesse lagunare per Tsukamoto dopo Tetsuo: The Bullet Man, che lottò per il Leone d’Oro nel 2009), Fires on the Plain prende il materiale di partenza e lo plasma fra le proprie mani, dando vita a un viaggio senza ritorno agli inferi, discesa nell’Ade. Se i film di Tsukamoto hanno sempre mosso le loro frenesie in una mostra delle atrocità orizzontale (l’uomo può godere solo di una miserabile parvenza di espansione, del tutto meccanica e distante a qualsiasi reale idea di accrescimento), in cui i personaggi dei suoi film galleggiano e annaspano, come nel sublime Haze, Fires on the Plain si sviluppa sprofondando in se stesso. Il viaggio nel nulla del soldato Tamura, abbandonato dal proprio plotone perché tubercolotico e snobbato dall’ospedale da campo che deve fronteggiare emergenze ben più gravi, è dominato da una sensazione di vertiginosa caduta, ineluttabile destino di un’umanità che ha scelto l’autodistruzione e la perpetua con una metodicità a dir poco spaventosa.
Non c’è spiraglio alcuno di salvezza, in Fires on the Plain, perché non esiste più alcuna logica: i soldati sanno di doversi muovere verso Palompon (la città filippina della provincia di Leyte da cui organizzare poi la ritirata definitiva, a guerra pressoché perduta), ma questo rimane un punto indistinto; c’è chi ancora cerca disperatamente di ottenere cibo scambiandolo con la propria riserva di tabacco, senza rendersi conto che questo baratto ha smarrito anche la più pallida eco di senso.

Tamura e i suoi commilitoni si muovono nella giungla, non-luogo senza confini e senza coordinate riconoscibili, come i cadaveri trascinati dal fiume. La loro è pura forza d’inerzia, ma al di là dell’ideale – forse mai incarnato – si è smarrito qualsiasi residuo di speranza o di azione collettiva. Fires on the Plain mette in scena la guerra dell’uomo all’uomo nella sua totale, estrema conseguenza, l’atto ultimo di una degradazione apparentemente senza limiti.
La guerra è un girone dantesco in cui lo sperduto Dante/Tamura non ha alcun Virgilio a cui aggrapparsi e si aggira, spalancando gli abissi della propria mente a cadaveri, mutilazioni, teste crivellate di proiettili, corpi abbandonati alla suprema profanazione del mortaio, cadaveri mangiati dai vermi, uomini uccisi dai propri amici per essere mangiati, come fossero carne di scimmia. Nel mettere in scena questo abominio Tsukamoto ricorre al suo cinema stravolto, ipercinetico, solo all’apparenza instabile e in realtà dominato da un rigore estetico e morale che non ha molti paragoni nell’intera storia della Settima Arte. Chiunque scambiasse le efferatezze di cui è disseminato Fires on the Plain per una ghignante presa di posizione voyeuristica da parte di Tsukamoto (e non v’è dubbio che letture di questo genere prolifereranno) commetterebbe un errore di valutazione ai limiti del criminoso: gli sbudellamenti messi in scena dal regista nativo di Shibuya non hanno nulla di pruriginoso, malsano, perfino pornografico nella loro ostentata esibizione.
La fiera della carne decomposta è invece l’atto definitivo di annientamento di un cinema puramente didattico e didascalico a favore di una rappresentazione (iper)reale dell’inferno in cui l’uomo moderno ha deciso di sguazzare: dominato da una radicale brutalità, ottenebrato da una fotografia volutamente plumbea e grigiastra, ravvivata con sardonica cattiveria da improvvisi squarci di verde, da cieli blu che cozzano, come una natura ignara e menefreghista – in un’ottica quasi leopardiana, se si ripensa a Il giovane favoloso presentato al Lido nello stesso giorno di Fires on the Plain –, contro questi uomini/involucro che camminano, arrancano, e muoiono agonizzando in pozze di sangue loro e altrui.

Non è facile trovare paragoni che possano appaiare Fires on the Plain ad altre opere belliche, perché il cinema di Tsukamoto continua a seguire in maniera coerente una propria via, inesplorata e mai battuta, come dimostra la fedeltà infedele con cui il testo di partenza ha trovato vita sullo schermo. Anche rispetto allo splendido film di Ichikawa le differenze puramente “narrative” sono assai poche: perché lo scarto decisivo, in Tsukamoto, non lo si rintraccia mai in ciò che viene raccontato, ma nel modo, nei tempi e nelle motivazioni che spingono verso tale narrazione. Come il finale che trasforma il fuoco “materico” del film del 1959 ne fuoco immaginario, retaggio di una mente segnata dal conflitto e destinata, suo malgrado a rimanere eternamente nel conflitto.
Non c’è fuga, non c’è speranza, non esiste evasione. Ma c’è ancora il cinema, di una potenza così devastante da annichilire.

Info
Fires on the Plain sul sito della Mostra di Venezia.
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