Olive Kitteridge

Olive Kitteridge

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L’alta qualità televisiva HBO di passaggio a Venezia 71. Lisa Cholodenko presenta Olive Kitteridge, miniserie in quattro puntate tratta da un romanzo di Elizabeth Strout. Un ottimo esempio di valorizzazione della narrazione televisiva, dove primeggia una sempre brava Frances McDormand.

Mamma son tanto infelice

Olive Kitteridge è una miniserie composta da quattro puntate che nasce dall’adattamento dell’omonima novella vincitrice del Premio Pulitzer di Elizabeth Strout. Si raccontano gli eventi di una cittadina del New England, solo apparentemente tranquilla, visti attraverso la lente di Olive (McDormand), professoressa di matematica, il cui atteggiamento duro maschera un cuore caloroso, seppur travagliato, e un fedele impegno morale. [sinossi]

La televisione rasenta il cinema, e viceversa. Nel secondo caso non è esattamente un complimento. Nel primo, si deve ammettere che la produzione americana in fatto di miniserie e serial ha assunto negli ultimi anni una qualità non indifferente, facendosi forte spesso di registi, attori e sceneggiatori provenienti dal cinema. Della grande qualità dei prodotti HBO si è ampiamente parlato negli ultimi anni. Dalla Mildred Pierce di Todd Haynes con Kate Winslet, al Dietro i candelabri di Steven Soderbergh con Michael Douglas e Matt Damon, e adesso l’Olive Kitteridge di Lisa Cholodenko, realizzato con il decisivo contributo di Frances McDormand, che l’ha prodotto e interpretato.
In qualche modo lo schema produttivo è sempre il solito e ben collaudato: uno o più grandi interpreti cinematografici al centro del racconto, una fonte spesso letteraria, e una raffinatezza di realizzazione che, pur avvalendosi di maestranze di derivazione cinematografica, resta sempre ben ancorato nelle logiche televisive. Una vera e propria riqualificazione del linguaggio televisivo, innalzato dalle basse pratiche abituali ma valorizzandone proprio i suoi elementi fondanti. Narrazione per blocchi separati, cliffhanger, continuità di racconto e via dicendo. Olive Kitteridge, presentato fuori concorso al Festival di Venezia e per certi versi inferiore ai suoi predecessori, valorizza però con decisione proprio queste peculiarità del linguaggio televisivo.

Ispirata a un romanzo di Elizabeth Strout, la serie è suddivisa infatti in quattro parti, che sfruttano al massimo la forma specifica della narrazione televisiva. Frammentato per sua natura e disteso in una programmazione solitamente settimanale, il racconto-tv deve far fronte all’interruzione narrativa, alla necessità di tenere avvinto lo spettatore su un arco di tempo notevole. E, se non si vuol praticare biechi cliffhanger da soap opera, è necessario esser bravi, farsi venire una bella idea. Olive Kitteridge ci riesce, articolando i suoi quattro segmenti narrativi secondo una logica di continutà/discontinuità. La vita della protagonista è infatti raccontata in quattro momenti salienti, distanziati nel tempo, con nette ellissi temporali tra una puntata e l’altra. La Olive madre e insegnante, aspra e severa, presuntuosa e convinta di agire per il bene (come tutti, del resto), che rinuncia a una fuga d’amore; la Olive al matrimonio del figlio, alle prese con lo scomodo ruolo di suocera; la Olive invecchiata, coinvolta inopinatamente in una rapina che fa esplodere qualche brutta verità, e poi alle prese con la malattia del marito; la Olive nonna recalcitrante e non-riconciliata, tentata dal suicidio, un leit-motiv che ricorre per tutto il racconto.
Quattro parentesi di vita, ambientate in tempi ed età diverse della protagonista, che con ogni probabilità non potrebbero essere fruite individualmente, ma che a loro modo conservano anche una propria autosufficienza narrativa. Come spesso accade nelle miniserie americane, specie se con al centro una protagonista femminile, l’ambizione è quella di raccontare la vita nel suo fluire, con le sue gioie e dolori, vittorie e sconfitte.

L’originalità di Olive Kitteridge sta però innanzitutto nella protagonista. Una donna arrabbiata e forse bipolare, sulla quale pende per tutta la vita lo spettro della depressione, che fluttua nella sua discendenza familiare (il padre di Olive si suicidò) e che risuona in gran parte dei personaggi secondari, non ultimo il figlio Christopher, che finirà per accrescere in sé una forte avversione per Olive. Dal canto suo Olive rifiuta la psicanalisi, non ama rivangare il passato, né farsi troppi esami di coscienza. Legata probabilmente a un concetto asfissiante di self-control, Olive è una donna come tante, anche banale e presuntuosa nella sua unilateralità, e finisce per infliggere involontariamente più di un dolore alle persone che la amano. Un gran bel personaggio, cui probabilmente non giova la visione tutta di fila delle quattro puntate. Nella logica televisiva è infatti naturale e forse necessario definire i personaggi con insistenza, poiché la visione è dilazionata nel tempo e allo spettatore devono quindi essere forniti costanti “reminder” sulla natura dei personaggi messi in gioco. In tal senso, in una visione unitaria si avverte un po’ di più la reiterazione ed eccessiva monoliticità del personaggio di Olive, così come l’espressione buffamente dura di Frances McDormand, che pure è bravissima e perfettamente in ruolo, diviene lungo le quattro ore consecutive di proiezione una prevedibile maschera. Ma su una struttura ormai collaudata dall’eccellenza HBO la Cholodenko e la sua sceneggiatrice Jane Anderson riservano le cose migliori agli scarti di tono nella scrittura.
L’esempio più lampante è da ritrovarsi nella prima puntata, in cui il cinismo di Olive funge da cartina di tornasole di tutti gli altri personaggi. Alla narrazione tradizionale si affianca una definizione dei personaggi spesso giocata sul grottesco (vedi il personaggio di Denise, costante vittima della presunzione di Olive), con imprevedibili pagine d’isteria narrativa (tutta l’esilarante sequenza della rapina in ospedale). Nell’insieme rimane l’imperitura emozione di assistere a un racconto che simula la vita anche nei suoi tempi e ritmi. Per Olive, suo marito e soprattutto suo figlio, i conti non torneranno mai e non c’è risposta né redenzione per il male che involontariamente ci infliggiamo. In tal senso, assume una sua specifica qualità anche il rifiuto di Olive per la psicanalisi e per qualsiasi strumento d’indagine su se stessi. La vita è solo lì, da vivere e nient’altro. In una piccola storia fatta per lo più di eventi insignificanti si finisce quindi per sentire l’aria del tempo che passa, e che rende progressivamente inadatte le idee di una donna anche anticonformista per i suoi tempi, poco innamorata dell’ipocrisia sociale e dei sorrisi sforzati e ossessionata fino alla paranoia dal suicidio.

HBO non tradisce, insomma. Anche se è giusto sottolineare che, come spesso accade nei prodotti seriali, l’originalità d’impianto va disperdendosi lungo il percorso. Le prime due puntate sono sicuramente migliori delle due conclusive, in cui la convenzione da saga televisiva prende il sopravvento in un prevedibile tessuto di recriminazioni e di mamma-perché-non-mi-capisci. Così come uno dei personaggi più interessanti, il fragile Kevin, ex-allievo prediletto di Olive con madre disturbata, viene congedato nella seconda puntata senza alcuna chiusura narrativa. In ogni caso si tratta di alta televisione, innegabilmente, a cui portano il proprio prezioso contributo due comprimari di lusso come Richard Jenkins e Bill Murray.

Info
La scheda di Olive Kitteridge sul sito della Biennale.
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