Villa Touma

Villa Touma

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L’esordiente Suha Arraf – in concorso alla Settimana della Critica – realizza con Villa Touma un’opera simbolica ma un po’ inerte, che riflette sulla questione palestinese da un punto di vista inusuale.

Vivere a Ramallah

Tre sorelle nubili appartenenti all’aristocrazia cristiana di Ramallah faticano ad accettare la realtà che le circonda: l’occupazione dei territori palestinesi e la fuga in massa della nobiltà locale. Per sopravvivere vivono rinchiuse nella loro villa, aggrappandosi disperatamente alla nostalgia delle glorie passate. Un giorno entra nella loro vita Badia, nipote orfana dei genitori, e sconvolge il loro mondo. Per preservare il nome della famiglia, le tre sorelle cercano di sposarla ad un buon partito dell’aristocrazia cristiana. Ma basterà trascinare Badia ad ogni funerale, matrimonio e cerimonia religiosa per trovarle un buon marito? [sinossi]

La segregazione, il muro, le colonie, i campi profughi, gli insediamenti illegali, ecc. Sono termini di uso tristemente quotidiano in quella che un tempo era la Terra promessa e oggi è un’inestricabile crocevia di conflitti interreligiosi. Ecco perché, nonostante i pur non pochi limiti, appare comunque interessante un film come Villa Touma che, rispetto alla questione israelo-palestinese, sceglie un approccio assolutamente anomalo. Nel film – presentato in concorso alla Settimana della Critica a Venezia 71 e in cui si racconta la vicenda di tre sorelle, palestinesi e cristiane, auto-recluse in una isolata villa a Ramallah e costrette a ospitare una loro giovane nipote troppo vitale per i loro gusti – si celano in modo simbolico ed evocativo i concetti per l’appunto di segregazione e isolamento, triste quotidianità per la popolazione palestinese.
Ma alla denuncia urlata o al film a tesi, l’esordiente palestinese Suha Arraf ha preferito il racconto morale e claustrofobico, quasi interamente ambientato nella villa delle donne protagoniste (ed è certamente una coincidenza, ma vale comunque la pena di notare che anche un altro film della SIC, Melbourne, è girato tra le quattro mura di un appartamento), apparentemente a-politico eppure al tempo stesso chiarissimo.
Da un lato, vi sono infatti le tre sorelle chiuse nel rimpianto di un passato ormai scomparso (quando Ramallah era a maggioranza critstiana e l’accesso alla città non veniva regolato dalle autorità israeliane), dall’altro vi è la figura della nipote delle tre che finisce per innamorarsi di un ragazzo musulmano, un amore che avrà risvolti tragici, e che rilancia il discorso sulla necessità di superare le barriere – fisiche, mentali e religiose – tra le popolazioni presenti in quella terra.

A dare poi una prospettiva diversa rispetto al solito, oltre all’appartenenza all’aristocrazia e non alla classe popolare delle donne protagoniste, è proprio la loro religione cristiana: nel mezzo del conflitto tra ebrei e musulmani, per non voler tendere né da una parte né dall’altra, le tre hanno finito per isolarsi progressivamente, in difesa di una presunta e deleteria purezza della condotta religiosa.
Detto questo, non bisogna però dimenticare i difetti del film: una diffusa esilità narrativa, un compiacimento eccessivo nella descrizione delle ritualità di famiglia (ad esempio, il gesto simultaneo delle tre di portare le tazzine del té alla bocca; una trovata un po’ puerile, tra l’altro ripetuta troppo spesso), una messa in scena sostanzialmente piatta.

Eppure, è molto probabile che Villa Touma finisca per acquistare un suo preciso valore storico. Ce lo dicono anche le polemiche scoppiate in Israele a pochi giorni dall’inizio del festival, quando cioè da più parti si è chiesto di ritirare il finanziamento pubblico al film – il cui budget proviene per tre quarti da fondi governativi israeliani – perché Suha Arraf aveva presentato Villa Touma con la nazionalità palestinese. Ne è scoppiata una polemica (se ne può sapere di più su questo sito), che ha permesso alla regista di sottolineare l’assurda condizione nella qule vivono gli arabi di cittadinanza israeliana, sorta di cittadini di serie B cui vengono negati una serie di diritti. E sotto la sua aria compassata, malinconica, evocativa e un po’ indolente, in fin dei conti Villa Touma parla proprio di questo.

INFO
Villa Touma sul sito della Settimana della Critica.
Il trailer di Villa Touma.
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