Pasolini

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Lontano da tentazioni biopic così come da elucubrazioni saggistiche, Abel Ferrara con Pasolini dà forma all’incompiuto e ristabilisce il predominio dell’opera sul suo autore.

Afterlife

Roma, 1 novembre del 1975. Pier Paolo Pasolini (Willem Dafoe) trascorre le sue ultime ore in compagnia dell’amatissima madre e degli amici più cari; poi esce di notte a bordo della sua Alfa Romeo in cerca di avventure. All’alba del 2 novembre il suo corpo viene ritrovato senza vita all’idroscalo di Ostia…. [sinossi]

C’è sempre un dolore aggiunto che si manifesta di fronte alla morte prematura di un artista amato e influente, che non è solo relativo alla sua dipartita corporea, ma in qualche modo la travalica. Si finisce infatti per piangere soprattutto qualcosa di assai più potente e incorporeo: la sua arte, quella che avrebbe potuto realizzare, quella che lascerà incompiuta. Può sembrare una riflessione cinica da un punto di vista “umano”, ma in realtà non è affatto così: l’arte travalica il corpo vivente dell’artista, ne sancisce l’imperitura memoria, ne costituisce l’unico, veritiero epitaffio. Deve essere partito proprio da questa riflessione Abel Ferrara quando per realizzare Pasolini, presentato in concorso a Venezia 2014, si è guardato bene dal seguire i codici usurati del film biografico e ha evitato di pari passo anche ogni tentazione “saggistica”, preferendo invece dare forma alle sue opere incompiute, all’inesistente. Perché forse è questo l’omaggio più sentito che un artista può tributare ad un altro artista.

Per fare ciò Ferrara in Pasolini segue un percorso idealmente cronologico, che dagli ultimi giorni di vita dello scrittore e regista prosegue poi in un ipotetico, ma verosimile, “afterlife”, dove i progetti in preparazione al momento della sua morte prendono vita. Si parte infatti dalle immagini dell’ultimo film realizzato dal regista, ovvero Salò e le 120 giornate di Sodoma, e da quelle, altrettanto celebri, dell’ultima intervista concessa in Francia dal regista per Antenne 2, dove disquisisce, tra le altre cose, dell’arte e del suo dover scandalizzare per poter essere chiamata tale. Quest’ultima riflessione sembrerebbe l’oggetto d’elezione perfetto per il regista di pellicole come Il cattivo tenente e del più recente, sovversivo, Welcome to New York, eppure a Ferrara non interessa affatto parlare di sé o percorrere sentieri già noti, e dunque porta avanti il suo film affiancando alla ricostruzione dell’ultima giornata di vita di Pasolini (tra momenti domestici, l’incontro con gli amici più cari, fino a quello con Pelosi) le immagini di ciò che è rimasto irrealizzato o incompleto. Come ad esempio quell’intervista interrotta con Furio Colombo, qui incarnato da Francesco Siciliano. Seguono, a intervallare i momenti quotidiani dell’artista, le (ri)costruzioni immaginate da Ferrara di un possibile film tratto da Petrolio e del Porno-Teo-Kolossal, pellicola che doveva vedere protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli, qui incarnati rispettivamente dallo stesso Ninetto Davoli e da Riccardo Scamarcio.

Girato in pellicola e splendidamente fotografato da Stefano Falivene, il Pasolini di Ferrara non è un’opera da liquidare rapidamente, magari rimproverandole quel profuso utilizzo della lingua inglese che invece sembra aggiungere qualcosa al film, trasformando il soggiorno di casa Pasolini in quello di una immaginaria famiglia italo-americana, intenta a discutere alternativamente in entrambe le lingue di appartenenza. È dunque una sorta di lessico familiare quello che Ferrara istituisce per comunicare con l’artista nostrano, un lessico che passa anche e soprattutto per le immagini. Non che il regista cerchi di replicare o meno che mai imitare lo stile di Pasolini all’interno delle sue ipotetiche ricostruzioni, tutt’altro, le sue immagini sono belle ma serbano una certa sobrietà, quasi fossero degli schizzi preparatori per un dipinto che non ha modo alcuno di venire alla luce. Perché Pasolini non è un film mortifero e necrofilo, piuttosto, sembra sgorgare quasi spontaneamente da una frustrazione feticista cinefila che appartiene al regista quanto a noi.

Ferrara non dimentica poi di inserire all’interno del film alcune tematiche proprie della poetica pasoliniana, a partire da un discorso sull’importanza e il valore universale della tradizione popolare, ed ecco allora che inserisce una sequenza in cui Laura Betti (Maria De Medeiros) si cimenta in una danza tradizionale croata armata di un fazzoletto e poi, in seguito, proprio mentre Pasolini va incontro al suo destino in viaggio verso Ostia, lascia decantare nell’abitacolo dell’auto le note di “Maccaturo” brano interpretato da Murolo e dedicato proprio al suddetto fazzoletto e alla sua erotica promessa d’amore. E forse anche quella tra Pasolini e Pelosi sulla spiaggia dell’Idroscalo è una danza erotica antica, ancestrale, dove l’eros si trasforma in thanatos.
C’è spazio poi anche per una riflessione sul Pasolini semiologo, che prende le mosse dalle parole vergate dallo scrittore in occasione della stesura di Petrolio e relative alla fine della narrazione e al definitivo scollamento tra forma e contenuto. Per Ferrara questa non è una notizia da prendere con troppo dispiacere, perché se la narrazione ha perso ordine e disciplina si può sempre abbandonare la semiotica e dedicarsi a contemplare l’involucro: il contenuto è evaporato ed è rimasta solo, attonita, la forma. Sono infatti solo il cadavere inerte di Pasolini, la sua effigie, le immagini e gli scritti che l’uomo ha prodotto, ciò che resta alla fine di questa storia ed è da quelli che una riflessione può partire, se questa vuole davvero aggiungere qualcosa. Ecco allora che non ha importanza chi abbia ucciso l’uomo e se ci sia stato un complotto o meno dietro a questo omicidio, quel che abbiamo è il suo corpo riverso sulla sabbia dell’idroscalo e, prima e dopo la sua vita, i corpi dei suoi ragazzi di vita e quelli, altrettanto imperiosi e perfetti, delle statue dell’EUR.
Rispetto alla sua ultima indagine sull’organico e le sue declinazioni, così ben enucleata nel non-biopic su Strauss-Kahn, uomo-involucro in grado di produrre solo non-vitali grugniti, il corpo di Pasolini ha generato e continua a generare film.
La narrazione e la Storia (così come questa storia) saranno anche finite da tempo, ma le opere d’arte e dunque il cinema e le sue immagini resteranno ancora a lungo con noi.

Info
La scheda di Pasolini sul sito della Biennale.
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