Perez.

Dopo Mozzarella Stories, Edoardo De Angelis presenta fuori concorso a Venezia 71 Perez., un noir imperfetto, troppo ingenuo nelle soluzioni narrative e visivamente asettico. Con Luca Zingaretti protagonista assoluto.

Come ti ammazzo il toro

Napoli. Perez è un avvocato d’ufficio. Poteva essere un grande uomo di legge, ma la paura lo ha fregato. Ha sempre considerato la sua condizione mediocre un efficace riparo dall’infelicità. Quando il pericolo si insinua in casa sua, scopre fatalmente che non è così. Incalzato dagli eventi, nello strenuo tentativo di difendere la vita di sua figlia, fidanzata con un pericoloso criminale, infrange ogni regola e legge… [sinossi]

Voglia di noir, voglia di cinema di genere. E risultati purtroppo imperfetti. Da un lato è apprezzabile il tentativo del cinema italiano di ritrovare una propria strada al cinema di genere, e l’adesione al noir sarebbe anche agevole, visto che il materiale autoctono, tra criminalità organizzata e quant’altro, di certo non ci manca. Dall’altro, nei fatti tali tentativi si rivelano spesso affetti da inguaribile timidezza. Un genere tipicamente nostrano, il giallo all’italiana, è stato ampiamente recuperato negli ultimi vent’anni in ambito televisivo. In quel caso i codici narrativi sono anche più rigidi e inviolabili, e seguendo un classico schema di whodunit è difficile incappare in opere totalmente infelici.
Il noir invece è genere più scivoloso, più inafferrabile, che ha bisogno di un raffinato cesello in ambito di soggetto e sceneggiatura, che necessita soprattutto di un lavoro più accorto nella definizione dei personaggi. Se nel giallo classico le figure umane possono anche ridursi a maschere fisse con vezzi caratteriali, ai limiti della mera funzione narrativa, d’altro canto nel noir la caratura del personaggio ha un peso maggiore. Nei migliori esempi del genere spesso è un tratto caratteriale, un suo tormento, una sua mancanza o forma distorta di nostalgia e desiderio di riscatto a determinare il corso degli eventi, e i gangli narrativi, le sue concatenazioni non possono mai essere casuali o trattate con eccessiva facilità.

Dopo Senza nessuna pietà, opera prima di Michele Alhaique, il Festival di Venezia volge ora al termine presentando fuori concorso un altro noir italiano, Perez. di Edoardo De Angelis, che vede Luca Zingaretti nei panni di protagonista pressoché assoluto. È curiosa innanzitutto la consonanza dei due film: entrambi mettono in campo un protagonista debole, privo di determinazione, vessato da tutti. Se nel film di Alhaique la debolezza avrà un suo riscatto, dal canto suo De Angelis sceglie per il suo protagonista un percorso più tortuoso e compromissorio.
L’avvocato d’ufficio Demetrio Perez, che vive e si muove nei quartieri del Centro Direzionale di Napoli, è un uomo debolissimo, chiamato da tutti “senza palle”; non ha più moglie, e la figlia, innamorata di un giovane figlio di boss, lo disprezza. È solo per amore della figlia, però, che Perez si presterà alla criminalità, infilandosi in un groviglio di camorra e diamanti che passa anche attraverso lo scuoiamento di un toro. Il punto debole principale e più determinante sta proprio qui, ovvero nell’ingiustificata motivazione psicologica del protagonista. Non è sufficiente a reggere tutto il racconto il senso di protezione di Perez verso la figlia, figura piuttosto spregevole che va a fare il paio coi giovani sciroccati visti ne I nostri ragazzi di Ivano De Matteo (girano idee cupissime nelle teste dei nostri cineasti riguardo alla gioventù attuale).

In più, De Angelis e Zingaretti hanno scelto per il loro personaggio un’interpretazione tutta monocorde, da uomo avvilito, con le spalle basse, che si piega pure a fare massaggi a un pentito ricattatore, e che con fatica lascia intravedere il necessario furore nel difendere la propria figlia dal suo destino. A Perez sono riservati solo un paio di scoppi isterici, prevedibilissimi, ma non bastano a giustificare il suo passaggio nell’ombra per amore dei suoi affetti.
La stessa incoerenza è rintracciabile nell’altra figura di sconfitto, l’amico Ignazio ben incarnato da Giampaolo Fabrizio, che da moralista depresso si piega alla complicità nel crimine nel volgere di due inquadrature. A vantaggio del film va un uso insistito della violenza verbale, soprattutto nel rapporto tra Perez e la figlia, che almeno in un’occasione si traduce in efficace violenza fisica: quella spinta della figlia alle spalle del padre durante una festa in casa, per cacciarlo di casa con immenso disprezzo, a cui Perez risponde con la consueta remissività. Ma alla violenza verbale non corrisponde un’adeguata franchezza nel mostrare la violenza fisica. Intendiamoci, ciò non significa che senza violenza i film non ci piacciono, ma è altrettanto vero che in un contesto di genere il cinema italiano attuale mostra frequentemente un’innaturale asetticità, che fa sorgere più di un sospetto riguardo a probabili forme di autocensura produttiva.
È evidente infatti che De Angelis ci saprebbe fare, soprattutto in una sequenza molto riuscita sia sul piano narrativo che figurativo: la fine violentissima del compagno della figlia, interpretato da Marco D’Amore, proveniente dalla serie tv Gomorra. Ma restano purtroppo dominanti la violenza rimossa, il tripudio di primi piani, le ingenuità narrative (un esempio su tutti, quel giudice che durante una perquisizione in casa, senza alcuna ragione ci ripensa e se ne va un attimo prima di scoprire ciò che sta cercando). Più in generale, emerge la mancanza del rigore necessario nell’affrontare il noir. Non basta lo stile enfatico, i dolly e le panoramiche enormi sul Centro Direzionale di Napoli nelle prime sequenze per poter dire di fare buon cinema d’ambiente metropolitano. Serve più di tutto una sceneggiatura solida, indistruttibile, in cui i caratteri hanno già scritto nel loro DNA il proprio destino.

Info
La scheda di Perez. sul sito della Biennale.
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-07.jpg
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-06.jpg
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-05.jpg
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-04.jpg
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-03.jpg
  • perez-2014-edoardo-de-angelis-02.jpg

Articoli correlati

  • Venezia 2016

    Indivisibili

    di Tra nani, ballerine, variopinte meretrici e due gemelle siamesi, Indivisibili di Edoardo De Angelis ha facile presa sulla curiosità dello spettatore, ma non sviluppa la storia né i personaggi e resta il contenitore, seppur seducente, di una serie di attrazioni da freak show.
  • Festival

    Venezia 2014Venezia 2014

    Per due settimane, a cavallo di settembre, il Lido si popola di film, registi e attori: tutte le nostre recensioni e gli articoli da Venezia 2014.
  • Venezia 2014

    Venezia 2014 – Minuto per minuto

    La terza edizione del Barbera-bis: annotazioni sparse sui film, sulle ovazioni e i fischi, sulle tendenze, le voci, le piccole e grandi polemiche...
  • Venezia 2014

    Anime nere RecensioneAnime nere

    di Primo film italiano in concorso a Venezia 71, Anime nere di Francesco Munzi è una bella sorpresa. Un film "nero" su 'ndrangheta, vincoli familiari, vendette e miti antichi, che scavalca i confini del genere...
  • Festival

    Bif&st 2015Bif&st 2015

    È Fritz Lang la vera star del Bif&st 2015, il Bari International Film Festival, in programma da sabato 21 a sabato 28 marzo. E poi il cinema italiano, le anteprime internazionali, i documentari...
  • Venezia 2016

    Robinù RecensioneRobinù

    di Nell’ambito del Cinema nel Giardino a Venezia 73, Michele Santoro presenta Robinù: inchiesta sulle gang giovanili che imperversano nei quartieri di Napoli. Veri e propri bambini soldato che diventano eroi popolari nel quartiere.
  • Roma 2018

    Il vizio della speranza RecensioneIl vizio della speranza

    di Rinfrancato dal successo di Indivisibili, Edoardo De Angelis propone in Il vizio della speranza, vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma, gli stessi ingredienti del suo precedente film. E vi si ritrovano gli stessi difetti di una confezione che prevale sul racconto e sulle reali motivazioni dei personaggi.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento