Cymbeline

Cymbeline

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A quattordici anni da Hamlet, Michael Almereyda torna con Cymbeline ad adattare Shakespeare in abiti moderni. Il risultato, purtroppo, è oggi assai meno convincente. In Orizzonti a Venezia 2014.

Il re dei bikers

La giovane figlia del leader di una gang decide di disobbedire al padre e sposare l’uomo che ama. Ma Cymbeline non si dà per vinto e costringe la figlia a divorziare: l’uomo amato dalla ragazza partirà per l’esilio mentre lei rimarrà reclusa nelle sue stanze finché non si deciderà a sposare il prescelto del padre. Quattordici anni dopo Hamlet, Hawke e Almereyda tornano a lavorare assieme per adattare per il grande schermo un’altra opera di William Shakespeare. [sinossi]

In molti, al termine della proiezione in Sala Darsena, dove Cymbeline di Michael Almereyda era programmato alla presenza del regista e di parte del cast, hanno affermato a mezza bocca di aver assistito a un “Baz Luhrmann dei poveri”. Il riferimento, ovviamente, guardava a Romeo + Juliet, la rivisitazione post-modern della tragedia shakespeariana che Luhrmann firmò nel 1996, lanciando definitivamente nell’empireo della Hollywood contemporanea il nome di Leonardo DiCaprio – una sorte meno dorata toccò invece alla Giulietta interpretata da Claire Danes. Il paragone sarebbe senza dubbio calzante, vito che anche Cymbeline, la cui storia ha ben più di un punto in comune con la tragedia dei Montecchi e dei Capuleti, si propone di rivisitare il romance scritto da Shakespeare nel 1609 (quindici anni dopo la composizione di The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet), ambientandolo ai giorni nostri senza abbandonare però il linguaggio poetico del Bardo.
Il problema, che con ogni probabilità è da attribuire solo ed esclusivamente a una cinefilia sempre più scadente e raffazzonata, è che non solo il pur affascinante film di Luhrmann non fu certo il primo a sperimentare la modernità del linguaggio di Shakespeare (cosa dire di Hamlet liikemaailmassa/Hamlet Goes Business di Aki Kaurismäki con Pirkka-Pekka Petelius nei panni del corrucciato principe danese?), ma lo stesso Almereyda si era già dato da fare in tal senso quattordici anni fa, trasportando ai giorni d’oggi a sua volta la tragedia di Amleto in Hamlet 2000.

Quattordici anni, un lasso di tempo in cui le fortune di Almereyda sono via via andate scemando, nonostante una vena creativa a tratti fiammeggiante, come dimostrano il documentario William Eggleston in the Real World (2005), il melò post-Katrina New Orleans, Mon Amour (2008), e il cortometraggio The Ogre’s Feathers, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2012 durante la prima edizione diretta da Marco Müller e che traeva ispirazione da una delle “fiabe italiane” di Italo Calvino.
Tornare a vestire Shakespeare di abiti moderni, dunque, serve forse allo stesso Almereyda per cercare di riprendere il suo posto all’interno di un universo hollywoodiano che non lo ha mai veramente visto di buon occhio: troppo umorale il suo cinema, troppo sincero il suo sguardo, troppo originali le avventure che prendevano corpo sullo schermo, dal corto d’esordio A Hero of Our Time (tratto dal romanzo di Michail Jur’evič Lermontov Un eroe del nostro tempo) al vampiresco Nadja, dalla famiglia disfunzionale di Twister all’horror allucinatorio The Eternal/Trance.
Nonostante un incipit divertente e folgorante, con l’immagine dei bikers capitanati da Cymbeline/Ed Harris che domina lo schermo in un ralenti stilizzato, Cymbeline mostra fin troppo presto le proprie debolezze: un racconto recalcitrante, che non riesce a rendere omogeneo uno degli scritti più complessi e stratificati di Shakespeare, e un’ispirazione artistica che solo a tratti mostra i colpi di coda cui Almereyda aveva sempre abituato i suoi spettatori più fedeli e affezionati.

L’impressione è che Cymbeline nasca solo dal desiderio di riappropriarsi di un ruolo, quello di outsider della Mecca del Cinema, da cui Almereyda è stato scalzato non per sua colpa: tutto appare dunque troppo programmatico, insincero, persino stanco nella sua esibita scelta a tavolino. Anche il cast, impreziosito da nomi come Ethan Hawke (già Amleto per Almereyda nel 2000), Ed Harris, Bill Pullman e dai reduci del già citato Romeo + Juliet John Leguizamo e Vondie Curtis-Hall, affronta blandamente un testo tra i più poetici e potenti dell’ultimo Shakespeare – dopo Cymbeline arriveranno solo The Winter’s Tale, The Tempest, The Two Noble Kinsmen e The Life of King Henry the Eighth – accontentandosi di una fedeltà che non arriva mai a scalfire i limiti dell’interpretazione, seguendo in modo pedissequo un testo di cui sfugge sempre, però, il significato più intimo e profondo.
Un passo falso che potrebbe acquisire un senso all’interno della filmografia del regista statunitense solo se Cymbeline dovesse permettere ad Almereyda di tornare ad allestire progetti ambiziosi, supportati da adeguati sforzi economici. Per ora resta solo una delle delusioni più cocenti di Venezia 2014, il resto si vedrà.

Info
Cymbeline sul sito della Mostra di Venezia.
Il testo integrale di Cymbeline di Shakespeare.
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