O Velho do Restelo

O Velho do Restelo

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Manoel de Oliveira racconta la vanità del potere, della letteratura e del cinema nel suo cortometraggio O Velho do Restelo, presentato fuori concorso a Venezia 71: un’ode post-mortem al Portogallo che fu.

Vanitas

Il film racconta la vita e l’opera dello scrittore romantico portoghese Camilo de Castelo Branco, basandosi su estratti dell’opera O Penitente di Teixeira de Pascoaes. A partire da questi riferimenti letterari, cui si aggiungono altre opere come quelle di Miguel de Cervantes, il film formula una riflessione sul Portogallo e la sua storia. [sinossi]

Il cinema di Manoel de Oliveira viaggia da decenni su due binari paralleli e in qualche modo confinanti: quello della produzione internazionale, per lo più francese, e quello della produzione autoctona e quindi portoghese. Se – in modo schematico – al primo filone possiamo far risalire film come Ritorno a casa e Belle toujours (in cui il gioco di riferimenti, cinematografici e culturali, guarda soprattutto alle esperienze francofone, come ad esempio il dramma di Ionesco “Il re muore” che viene messo in scena all’inizio di Ritorno a casa o Bella di giorno di Buñuel, che è il riferimento preciso di Belle toujours); al secondo – che è molto più corposo (per restare ai suoi film degli ultimi vent’anni, si potrebbe partire da No, o la folle gloria del comando passando per Porto della mia infanzia e per Il quinto impero) – si lega un preciso discorso che guarda in maniera diretta alla Storia stessa del Portogallo, dalla modernità in poi.
È infatti in particolare in questo secondo filone che de Oliveira concentra le riflessioni sul Portogallo che fu, sulla sua antica grandezza e ne riflette gioie e miserie (vi è poi nel de Oliveira portoghese anche il lato più giocoso e intimista, sottilmente meta-cinematografico, quello di film come Lo strano caso di Angelica e Singolarità di una ragazza bionda, ma è una sotto-categoria, comunque arbitraria, che porterebbe il discorso troppo lontano).

È dunque in questo contesto di ‘grandiosa decadenza portoghese’ che va letto il suo nuovo film, O Velho do Restelo, presentato fuori concorso a Venezia 71. Ispirato alla biografia che Teixeira de Pascoaes scrisse nel 1942 sul letterato Camilo Castelo Branco (autore caro a de Oliveira che ha tratto da questo scrittore uno dei suoi capolavori degli anni Settanta, Amor de Perdição), O Velho do Restelo mette in scena questi stessi scrittori come figure umane/fantasmi che ritornano dal passato e li fa dialogare tra loro, insieme al più grande poeta lusitano, Luís de Camões, e al Don Chisciotte di Cervantes. Costoro, seduti su una panchina di fronte alla casa dello stesso de Oliveira, si confrontano sulle antiche grandezze del Portogallo e della Spagna e riflettono amaramente sul tempo che fu e sulla inascoltata “verità” della letteratura, sempre ignorata dai potenti (in particolare, viene ricordato l’episodio storico di Camões che lesse i suoi “Lusiadi” a Re Sebastiano, avvertendolo vanamente sui pericoli dell’imminente battaglia che avrebbe distrutto l’impero portoghese). Allo stesso tempo, il loro confrontarsi si colora ovviamente dei toni di una gloria passata della penisola iberica (storica, culturale e letteraria) e si veste di una essenza spettrale vista la natura fantasmatica dei personaggi, dal sapore vagamente borgesiano (per la precisione, il racconto “Borges e io” in cui lo scrittore argentino, seduto su una panchina, immagina di dialogare con un altro sé).

Certo, O Velho do Restelo è solo un cortometraggio, eppure la sua complessità e la sua stratificazione sono tali che in questa galleria di spettri dolenti de Oliveira fa rientrare persino se stesso e il suo cinema, inserendo lacerti di suoi vecchi film dedicati alla storia del Portogallo (a partire dallo stesso Quinto impero), e dunque calandosi anch’egli in questa cosmogonia prossima alla definitiva sparizione. Non è un caso che siano due le immagini simbolo di O Velho do Restelo: una è quella di un volume dei Lusiadi che si trova abbandonato in mare tra i flutti (mentre poco più in là veleggiano delle minacciose navi mercantili), l’altra è un’immagine del film del 1957 Don Chisciotte di Grigori Kozintsev, un’immagine in cui il cavaliere della Mancia continua a roteare vanamente insieme ai mulini a vento, visto che la sua lancia è rimasta incastrata ad una pala.

La lotta contro i mulini a vento, il roteare vorticoso e insensato su se stessi, il libro fondante della storia letteraria portoghese gettato in acqua (i Lusiadi sono i figli di Lusos, vale a dire il popolo portoghese), fantasmi del passato che, come delle Cassandre, parlano inascoltati e inavvertiti di fronte a un presente distratto e senza memoria: tutto contribuisce a definire O Velho do Restelo come un poema sulla vanità umana e sull’inevitabile dissolvere di ogni cosa. Un poema amaro e a suo modo conclusivo in cui de Oliveira ha racchiuso, come in una minuscola perla rara, tutta la sua esperienza portoghese e tutta la Storia moderna della sua patria.

Info: La scheda di O Velho do Restelo sul sito della Biennale

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