Venezia 2014 – Bilancio

Venezia 2014 – Bilancio

Al di là delle riflessioni sulla qualità dei film selezionati, tra i quali non sono mancati vari colpi al cuore, a mettere in allarme è una Mostra sempre più isolata, in un Lido che assume i contorni di uno scenario post-apocalittico.

Nel raggelato sguardo, sardonico, disilluso e umanista di Roy Andersson evapora anche la settantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, la kermesse più antica del mondo; e con il Leone d’Oro ad A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence e i saluti di rito sembra in qualche modo anche arrivare a conclusione un percorso laterale, che dal Maciste alpino della pre-apertura muove in direzione di un riassetto (lento) della Mostra.
A un anno dalla duplice scadenza dei contratti di Paolo Baratta e Alberto Barbera – il primo impossibile da prolungare, a meno di tramutazioni di regolamenti à la Chavez –, appare evidente come il bilico su cui si è sempre retto il festival veneziano, anche negli anni dell’età dell’oro, si faccia giorno dopo giorno visibile, impossibile da aggirare o evitare. Al di là di ogni singola riflessione sulla selezione, sulla qualità del cinema approdato al molo di Santa Maria Elisabetta, è imperativo portare alla luce del sole alcune verità con cui è doveroso scontrarsi, magari anche in maniera dura. Il primo dato riguarda la “vita” al Lido durante i giorni della Mostra: si potranno anche portare dati su presenze e biglietti venduti, ma l’impressione che il lembo di terra su cui si svolge il festival fosse una landa desolata, degna di una dimensione post-apocalittica durante i giorni di pioggia, ha attraversato la mente di ogni singolo accreditato. Chiunque abbia avuto modo di vivere la Mostra sul finire degli anni Novanta e nei primi vagiti del Ventunesimo Secolo ha memoria netta di file chilometriche, lotte barbariche per accaparrarsi i posti migliori, disperati tentativi di fuga da una sala all’altra, ristoranti, pizzerie e alimentari letteralmente presi d’assalto. Nulla a che vedere con il rado strusciare di pochi potenziali spettatori a ridosso del tappeto rosso del Palazzo del Cinema. “Colpa” dell’assenza delle star e dei divi d’oltreoceano? Forse, ma non può bastare come giustificazione, perché la verità è che a venire meno non sono gli addetti ai lavori – uniche ancore di un evento sempre meno centrale nella vita culturale della nazione – e forse neanche il pubblico della Sala Grande, che sceglie con regolarità annuale il film a cui dedicare la propria attività mondana; ad avere gradualmente abbandonato la Mostra è l’esercito degli appassionati cinefili, degli studenti universitari, dei gestori di piccoli cineclub di provincia o di rione. Una milizia che, organizzata da principio dalla rivoluzionaria gestione artistica di Gillo Pontecorvo, arrivò a rappresentare una delle peculiarità di una Mostra in cui l’oggetto/cinema era ancora visto come elemento di dibattito, di “formazione”.
L’assenza degli accrediti culturali, spesso vituperati e umiliati da una gerarchia festivaliera che li ha eletti in più di un’occasione a vero e proprio capro espiatorio (come dimenticare i j’accuse mossi contro di loro dai registi e dalle produzioni di Ovunque sei e La seconda notte di nozze?), crea una voragine nella vita della Mostra ben più preoccupante e oscena della “buca all’amianto” che ancora oggi rappresenta lo skyline del Lido, l’evidenza estrema di una crisi che non è più solo culturale, ma abbraccia ogni singolo meccanismo dell’Italia contemporanea. La Biennale potrebbe dunque provare a ripartire dunque da qui, da un universo cinefilo che può ancora essere la salvezza seppur parziale di una Mostra che rischia inesorabilmente di vivere solo come simulacro, oramai staccata da ogni realtà tangibile.

Il terzo anno del Barbera-bis, ectoplasmi umani a parte, conferma in gran parte quanto già emerso dal 2012 a oggi: se appare davvero sterile stilare liste di film amati e di opere trascurabili, si può affermare senza timore di smentita come si stia spingendo in direzione di una Mostra che assuma sempre di più i connotati, le geometrie e le forme di Cannes. Un apparentamento in qualche modo segnalato anche dalla ridefinizione degli spazi, con la nuova Sala Darsena preclusa a qualsiasi proiezione della Settimana della Critica e delle Giornate degli Autori, entrambe spostate in Sala Perla e Sala Perla 2, scelta che sembra mirare a un progressivo allontanamento delle due sezioni collaterali dall’area della Mostra, sempre che (utopia?) si trovino sale in grado di garantirne la sopravvivenza, sulla scia del Marriott e del Miramar a Cannes.
Come già affermato nel corso di precedenti bilanci della Mostra, il nodo della gestione di Barbera si può sciogliere solo tentando di mettere a fuoco la sezione Orizzonti, cavallo di battaglia degli otto anni da direttore di Marco Müller: laddove però Orizzonti si era trasformato in un cantiere aperto sul cinema in continua e incessante rivoluzione, tra le mani di Barbera (che ne rivendica l’ideazione, durante il suo primo mandato, con la sezione allora intitolata Cinema del Presente) torna a essere un “secondo concorso” in piena regola, sorta di Un certain regard lagunare. Un percorso che, forse in parte consapevole di impoverire una delle poche peculiarità rimaste alla Mostra – la corsa su Cannes, fosse anche solo sotto il profilo meramente economico, è in maniera inevitabile destinata al fallimento –, di quando in quando propone guizzi inattesi, trascinando però Orizzonti in un marasma poco distinto e poco distinguibile, calderone da cui tutto può prendere vita, senza eccessiva logica.
Senza alcuna intenzione di giudicare il lavoro della giuria, è giusto sottolineare come Venezia abbia come sempre proposto alcuni tonfi al cuore (maggiori e minori, ovviamente) degni di giustificare da soli l’esistenza della Mostra, e lo certificano i nuovi Tsukamoto, Maresco, Ferrara, Bogdanovich, Chan, Dante, Ferrario Franco, de Oliveira, Oppenheimer, Martone, Costanzo, Koncalovskij e Makhmalbaf. Opere in cui si sfiora (o si supera) l’eccellenza, ma che non propongono alcun nome nuovo per il futuro del cinema, come se tutto fosse oramai già scritto, deciso, regolamentato e impossibile da modificare.
A maggior ragione acquista valore e importanza il lavoro compiuto dalla Settimana Internazionale della Critica, polmone verde di una Mostra che dà purtroppo l’impressione di temere in gran parte ciò che verrà, e per reazione si abbarbica alla certezze – sempre minori – acquisite nel corso dei decenni; i film selezionati dalla SIC, al contrario, dimostrano come il lavoro sugli esordienti possa ancora garantire un senso a un mastodonte che anno dopo anno mette in evidenza le ingiurie degli anni. Se davvero si vuole ancora salvare questa Mostra è dal nuovo (anagrafico e geografico) che bisogna ripartire, prima che si superi il punto di non ritorno. Per fortuna si è ancora in tempo.

Info
Il sito della Mostra del Cinema di Venezia 2014.

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