Intervista a Garrett Brown

Intervista a Garrett Brown

Al Festival Internazionale del Film di Locarno abbiamo avuto l’occasione di incontrare e intervistare Garrett Brown, l’inventore della steadicam, che il festival omaggiava con la proiezione di alcuni dei film per i quali ha lavorato, tra cui Shining.

Chi mai potrà dimenticare i lunghi piani sequenza che inseguono Danny in triciclo nei corridoi dell’Overlook Hotel in Shining? O la disperata fuga del bambino inseguito da un assatanato Jack Torrance tra i dedali di siepe innevati? O la corsa sulla scalinata di Rocky? O l’inseguimento mozzafiato sugli speeder volanti tra gli alberi del pianeta degli Ewok ne Il ritorno dello Jedi? Uno sguardo incredibilmente fluido e galleggiante. Dobbiamo la buona riuscita di queste scene a una persona, Garrett Brown, l’inventore della steadicam. Brown è ora un canuto gentleman settantenne, altissimo, brillante e dallo spiccato sense of humor. Lo abbiamo incontrato durante il Festival di Locarno, dove gli è stato attribuito il Vision Award, ultimo di una serie di riconoscimenti di cui è costellata la sua carriera.

Oggetto di controversia è quale sia il primo film che ha fatto uso della steadicam, anche perché bisogna stabilire quando possiamo parlare di steadicam vera e propria e non più di prototipi. Cosa ci puoi dire in merito?

Garrett Brown: Il primo in assoluto fu Questa terra è la mia terra di Hal Ashby (Bound for Glory), un film davvero molto bello, che è stato proiettato qui a Locarno. Non lo rivedevo da quarant’anni! Usammo un prototipo, ancora un po’ fatto a mano, ma l’idea era esattamente la stessa del prodotto finito, e quello fu girato nel 1975, uscì nel 1976 e vinse l’Oscar per la fotografia. I primi film che abbiamo avuto l’occasione di girare sono stati questo, Rocky di John G. Avildsen e Il maratoneta di John Schlesinger, un altro bellissimo film. E tutti e tre venivano girati allo stesso momento, io andavo da un set all’altro, e uscirono in sala più o meno contemporaneamente. Rocky vinse l’Oscar come miglior film, anche se non esattamente per il mio lavoro, ma ho aiutato un pochino.

La steadicam è stata usata anche per la famosa scena di Rocky, con lui che sale la gradinata. Deve essere stato difficile stare dietro a Stallone che correva avendo addosso tutta l’apparecchiatura.

Garrett Brown: Sì è stato difficile, il prototipo era abbastanza leggero, ma Stallone era molto veloce, però anch’io lo ero. Quando facemmo un video demo della steadicam, per mostrarlo per promozione a Philadelphia e fare vedere cosa poteva fare, facemmo trenta riprese impossibili, cioè riprese che non sarebbero state assolutamente realizzabili prima. Gli addetti ai lavori dell’industria cinematografica, vedendo queste riprese “impossibili”, non avrebbero saputo come erano state fatte, avrebbero solo visto qualcosa che sembrava impossibile. L’ultima ripresa era di Ellen, la mia fidanzata, che veniva seguita mentre correva sulla scalinata. All’epoca era solo una vecchia insignificante scalinata. L’ho seguita mentre scendeva di corsa e poi risaliva i gradini. Il negativo di questo filmato per quindici anni è stato ritenuto perduto per sempre, poi per caso un giorno ne ho trovato una stampa in una scatola per pellicole. Pensavo fosse vuota ma mi sono reso conto che era troppo pesante per esserlo. Comunque, dopo questa proiezione pubblica del demo, John G. Avildsen, il regista di Rocky vide la scena e gli piacque, pensando inoltre che sarebbe stata facile da girare. La cosa divertente è che ora quella gradinata è un’attrazione turistica enorme, per via di quel film. In Rocky II, Stallone ripete la scena della corsa seguito da una folla di bambini, tra i quali c’era anche mio figlio, e all’epoca di questo film era diventata una moda per la gente correre su questa gradinata.

Un altro film pioniere della steadicam è stato L’esorcista II – L’eretico, dove c’erano delle straordinarie sequenze, la soggettiva aerea della cavalletta, il villaggio africano, ecc. Puoi dirci qualcosa del lavoro per quel film?

Garrett Brown: Anche quello è stato uno dei miei primi film girato nel 1976 o ‘77, per il quale facemmo delle riprese fantastiche. Sai, da giovane cerchi di impressionare e, per farlo, fai anche delle cose folli. In un’occasione, stavo seguendo un attore che correva nel set del villaggio africano, quindi sono salito correndo su dei gradini per seguirlo da una posizione sopraelevata e sono saltato da un lato all’altro del gradino sorvolando l’attore. Nel film è una ripresa pazzesca, sembra che ci sia un piccolo aeroplano che fa le riprese, un qualcosa di volante, che svolazza nel villaggio africano. Facevamo cose pazze.

Altro pioniere della steadicam è stato Reds di Warren Beatty, puoi dirmi qualcosa anche di questo film?

Garrett Brown: Sì, fu molto interessante per me, prima di tutto perché furono delle riprese molto difficili, la mia prima ripresa fu una camera-car ad Almeria (in Spagna, ma che nel film doveva essere Baku). Un treno sovietico stava entrando in scena e noi dovevamo affiancarlo. Vittorio Storaro mi chiese se volessi fare queste riprese passando sulle buche della strada e stupidamente ho accettato, pensando che con la steadicam sarebbero state riprese facili. Sull’auto per il camera-car ero con Warren, in costume e con un ombrello per proteggerci dal sole perché il suo personaggio nel film non doveva sembrare abbronzato. Mentre giravamo mi resi conto che non era come mi ero immaginato, Warren si girò verso di me e mi disse: “Garrett, così non va molto bene”. E allora gli ho risposto “OK” [fa una vocina stridula, N.d.A.]. E con Vittorio ho dovuto trovare il modo per riempire quelle buche. Ogni volta era così, dovevo imparare risolvendo problemi. Successe un’altra cosa, in una scena girata nell’Alcazar di Siviglia, che nel film doveva essere ancora Baku. Si trattava di una scena ambientata al freddo, ma c’erano 43°C e Warren e gli altri attori indossavano vestiti invernali. Io dovevo precedere Warren tra la folla di Baku, utilizzando una steadicam che avevo preso in prestito da un amico a Londra, e che era stata usata su una slitta in Finlandia per una scena che si svolgeva in Siberia. Scoprii più tardi che la slitta si era rovesciata e la steady si era rotta: c’era una crepa e girando col caldo questa crepa si allargò e un collegamento elettrico importante si aprì e persi l’immagine sul monitor, praticamente stavo girando senza sapere cosa. Avevo uno dei primi tv set a batterie che portavo appeso al collo per vedere come venivano le scene e ogni tanto le passavo a Warren per fargli vedere se andava bene quello che stavo facendo. Così in qualche modo ho fatto venire un mio assistente con quel tv set, nel frattempo quando Warren si avvicinava a me cercando di guardare nel mio monitor, io fingevo di tenerlo spento, dicendo che stavo consumando troppa batteria. Dunque ora sai che sono arrogante e incompetente! Ma me la sono cavata e alla fine la scena era anche abbastanza buona, ma non volevo che Warren dicesse ancora “Garrett, così non va molto bene”.

Risulta sorprendentemente, da Imdb, che hai anche lavorato a Polyester di John Waters. Cosa hai fatto per quel film?

Garrett Brown: Ah sì, ho fatto solo una ripresa perché il titolare era malato. Conosco John ed è molto divertente ma la mia partecipazione al film è stata davvero minima.

Arriviamo a Shining. È noto quanto Kubrick fosse un regista puntiglioso, ossessionato dal controllo totale. Ti aveva lasciato qualche forma di libertà durante le riprese o aveva già perfettamente in mente l’uso che avrebbe voluto si facesse della steadicam?

Garrett Brown: Non c’era assolutamente nessuna forma di libertà, cosa che a me andava anche bene. Sto tuttora cercando di capire alcune cose di questo mezzo, che non è una cosa molto stabile, ma è una fortuna, perché se fosse una cosa troppo stabilizzata non sarebbe interessante. È uno strumento, un mezzo per muovere la mdp e farle fare delle curve in modi che erano impossibili per un semplice dolly ed è per questo che è interessante, perché la forma degli spazi, e le possibili accelerazioni dei movimenti danno una gamma enorme di possibili risultati. Il risultato della steadicam è una fisiologia di quello che vediamo, vedi il film della tua vita. Il lavoro con la steadicam andrebbe calibrato a seconda che l’inquadratura sia oggettiva o soggettiva. Nel primo caso è necessario far percepire il meno possibile i movimenti di macchina, lasciando che lo spettatore si concentri esclusivamente sulla storia e sull’attore: l’operatore deve muoversi in sincronia perfetta con l’attore, seguendolo e fermandosi insieme, con la stessa energia. Nel caso di soggettive invece bisogna trasmettere le emozioni del personaggio, l’essenza di quello che sta vedendo, di quello che vuole, cosa lo interessa. E per farlo non bisogna esagerare nei movimenti di macchina, attenendosi alla recitazione dell’attore, al suo modo di muoversi, per poterlo riprodurre. In Shining non era possibile fare nessun tipo di sperimentazione però: gli ordini di Stanley erano molto precisi. Quello di cui mi sono accorto di recente è che quelle riprese non rappresentano un punto di vista soggettivo, di un qualsiasi essere, perché non si sente la presenza di nessun essere; forse sono il punto di vista soggettivo dell’hotel, che è un’entità talmente enorme che i suoi occhi possono entrare a malapena nei corridoi. È così strano ma se ci pensate è così: un ipotetico occhio dell’hotel sarebbe troppo grande per stare nel centro del corridoio. È un’idea interessante e un po’ inquietante, ma mi piace. Ed è quello che mi piace di quel film, le cui riprese non hanno niente delle riprese di un film ordinario, non sono né vere inquadrature oggettive né soggettive di qualcuno di ovvio, ma il motivo per cui è così interessante è che forse è l’edificio che si sta guardando dentro.

Altra cosa nota di Kubrick è che rifacesse tantissime volte la stessa scena per poi scegliere quella venuta meglio. Com’è stato lavorare con lui in questo senso?

Garrett Brown: Uno dei motivi per cui faceva così tante riprese è che ci sarebbe stato un lungo intervallo tra le riprese e il montaggio, e in fase di montaggio voleva avere disponibile ogni possibilità. Ha anche inventato un nuovo metodo di fare il montaggio, ai tempi in cui esisteva il betamax, e aveva iniziato a fare alcune prove di ripresa con gli attori in betamax per poterle rivedere e capire che tipo usare, facendo fare agli attori ogni tipo di espressione, dall’apatia all’isterismo, per poi scegliere l’emozione adatta come su un menù. Per ottenere i risultati necessari credo che a volte fosse un po’ crudele, ma era fatto così e per me era un modo di lavorare ottimo. Ripetere le riprese tante volte era come provare un ballo; se sei abbastanza bravo a fare i passi la quinta volta, sarai quasi perfetto alla quattordicesima volta, e da lì in poi le differenze saranno minime da una volta all’altra.

Facciamo un passo indietro. C’è stato un episodio particolare che ha portato all’invenzione della steadicam o all’epoca ti sembrava semplicemente che mancasse qualcosa alle tecniche di ripresa?

Garrett Brown: Tieni conto che il sogno di rendere il più possibile fluido e galleggiante il movimento della mdp era già accarezzato da Abel Gance con le incredibili apparecchiature che aveva elaborato per il Napoleon. Io, da giovane filmmaker, sentivo molto la mancanza di qualcosa perché avevo un enorme dolly, ed è con quello che muovevamo la mdp. La mia non era un granché. Abitavo lontano da Hollywood, a Philadelphia, e avevo pochi soldi, e con pochi soldi potevo solo acquistare un vecchio, sporco dolly da quattro soldi che pesava quattrocento chili. E la mia mdp era una bellissima Bolex svizzera, di quattro chili. Era una situazione assurda. Non andava bene per muovere la mdp, e volevo qualcosa per reggerla a mano, che rendesse bene. Era un’idea che avevo molto chiara nella mia testa ma non era stata ancora realizzata. All’epoca muovere la macchina a mano voleva dire mostrare qualcosa di artificiale, perché era evidente che c’era qualcuno a reggere la macchina. Per un caso poi ho dovuto fare una ripresa da un elicottero e mi sono reso conto, facendola, che, per qualche motivo, se attacchi la camera alla fine di un’asta, sembra molto stabile. Non riuscivo a credere quello che vedevo. Per migliorare quest’idea ulteriormente, ho fatto quest’asta a forma di T, per avere maggiore stabilità e improvvisamente ero diventato l’unica persona negli USA, o da qualsiasi parte, capace di correre sul set mantenendo una ripresa stabile. Poi ho dovuto risolvere altri problemi e, passo dopo passo, sono arrivato alla steadicam.

Quindi è stata una necessità generale, non un film specifico che richiedeva una soluzione a un problema tecnico?

Garrett Brown: No, ero un filmmaker e semplicemente mi rendevo conto che ogni film o pubblicità che facevo ne aveva bisogno. Appena abbiamo sviluppato la steadicam abbiamo firmato tantissimi contratti perché chi lavorava nel cinema ne aveva bisogno. A volte la usavamo per pubblicità anche molto stupide, per esempio una volta ne abbiamo fatto una per il famoso golfista Arnold Palmer e il suo agente, uno molto importante, si era rifiutato di stipulare un contratto. Abbiamo accettato ma abbiamo poi filmato la pubblicità con un cavalletto, senza molta convinzione. Una volta consegnato il lavoro l’abbiamo rifatta, per sfizio, girandola con il prototipo della steady. Ci siamo resi conto di quanto fosse più bella.

Facciamo un altro passo indietro. Come sei entrato nell’industria del cinema?

Garrett Brown: Ero un cantante folk. Era quello che volevo fare. Mio padre insisteva perché inventassi qualcosa di importante, ma io volevo fare il cantante. Avevo anche lasciato la scuola per diventare un cantante. Non ero male, e avevo un partner molto bravo, ma questo era negli anni sessanta, quando il folk in America era rappresentato per lo più da spiritual neri, ed era tutto un po’ artefatto. Non eravamo autentici; poi un giorno abbiamo sentito i Beatles, e ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto “Oddio, siamo finiti!”. E dopo avere avuto anche un incidente stradale, mi resi conto di avere sbagliato a lasciare la scuola, perché non avevo metodi per sostenermi e ne ero molto infelice. Nel frattempo, avevo scritto una storia di fantascienza, perché volevo diventare uno scrittore, così la inviai a Playboy, ma non ebbi nessuna risposta, per cui dopo poche settimane dovetti accettare un lavoro. Un anno dopo, provai a spedire la storia di fantascienza a un’altra rivista e a un certo punto mia moglie mi chiamò, dicendo che avevo ricevuto una busta da quella rivista. Le dissi di aprire la busta, e scoprii che mi avevano comprato la storia. Così lasciai il mio lavoro di venditore di automobili, corsi a casa con la mia vecchia auto, bevemmo champagne e festeggiammo. E poi ci accorgemmo che ci avevano offerto un penny per parola, e per una storia di tremila parole, faceva trenta dollari per un lavoro di settimane, ma ormai avevo dato le dimissioni. Allora mi è venuto in mente che mi sono sempre piaciuti i film, per cui per mesi lessi libri di cinema alla biblioteca di Philadelphia, mentre mia moglie lavorava, così diventai un cineasta autodidatta, perché tutti i libri erano obsoleti, contenevano concetti ormai sorpassati. E questo è ciò che mi portò ad avere il dolly e tutto quell’equipaggiamento antiquato, e stranamente fu una grossa fortuna. È tutto vero.

Come è stata accolta l’invenzione della steadicam dai registi? Erano entusiasti dall’inizio o un po’ sospettosi?

Garrett Brown: Questa è una buona domanda, credo che la risposta giusta sia: i registi erano entusiasti, soprattutto quelli che erano più affermati, mentre quelli che per qualche motivo combattevano per sopravvivere e magari erano più sottomessi ai produttori erano meno entusiasti, erano preoccupati. È un business molto conservatore, quando ho inventato la steadicam ho pensato: «Lavorerò ogni giorno con questa», mentre sorprendentemente ci sono stati lunghi periodi in cui non ho lavorato. Il motivo è semplicemente che non c’erano abbastanza registi che dicessero che la volevano usare. Solo quelli coraggiosi la volevano per i loro film, come Avildsen, Schlesinger e Kubrick. A dire la verità, nei primi periodi quando insegnavamo a usare la steadicam, quelli che imparavano ci pregavano di non insegnare a usarla a nessun altro. Quello che dicevo loro era: “Se ci fosse solo un violinista al mondo, starebbe in un circo. Ma se ce ne sono migliaia, e tu sei uno bravo, è questo che ti permette di fare una carriera, ed essere pagato bene e avere gente che ti lancia le rose sul palco”. Per cui ho subito pensato che la cosa migliore sarebbe stata di avere tantissimi operatori di steadicam che proponessero ai registi il loro lavoro e creassero un mercato invece che un circolo ristretto.

Quanto pesa una steadicam?

Garrett Brown: Stavo lavorando a un film di Sidney Lumet, che si intitola Trappola mortale, e stavamo girando in un teatro a Broadway, e c’era qualcosa che non si può più vedere in un set purtroppo, cioè una platea piena di persone in smoking. Oggi ce ne sarebbero solo cinque o sei nelle prime file e il resto del pubblico verrebbe generato al computer. Comunque, c’era una delle comparse, era un tizio enorme che non si era ancora seduto e lo avevo visto riflesso nel mirino della mdp a causa della sua stazza. Allora gli ho chiesto di mettersi alle mie spalle per farmi da bandiera, che mi indicasse cioè il punto dove dovevo entrare con la mdp e infine gli ho chiesto di farlo sempre durante questa scena e l’ho tenuto come punto di riferimento. A un certo punto, vedendo sempre questo oggetto, mi ha chiesto: “Mi scusi, quanto pesa?”, e così d’istinto gli ho risposto “centocinquanta chili”, e questo tizio ha esclamato “cavolo, è incredibile!”. Questo tizio sarà lui stesso stato capace di sollevare più o meno centocinquanta chili e continuava a ripetere questa esclamazione, quindi gli spiegavo che il braccio meccanico trasportava e muoveva tutto facilmente. Gliel’ho anche fatto provare. Probabilmente non il più intelligente delle bandiere che ho avuto, ma non era male. Quindi pesa circa centocinquanta chili, il peso della parte veramente “fluttuante” della steady, nel mio prototipo era di undici chili, quelle di oggi pesano sui trenta chili.

Hai il brevetto e il copyright per la steadicam?

Garrett Brown: Sì, ma ho deciso di non costruirla io. Quindi ho dato i diritti in licenza per la produzione di steadicam a una società.

Ormai non fai più l’operatore. Dei film fatti dopo, ce n’è qualcuno che apprezzi per il lavoro con la steadicam?

Garrett Brown: Assolutamente. Adoro il lavoro dell’operatore Simon Baker in Orgoglio e pregiudizio.

Le tue invenzioni non si fermano alla steadicam, ma comprendono anche mobycam, skycam, divecam, wimcam e flycam. Molte di queste vengono usate per riprese di eventi sportivi. Ti senti il Leonardo della tecnica cinematografica?

Garrett Brown: Inventare è un talento. Una volta quando tornavamo, io e mia moglie, all’aeroporto di Philadelphia e mi veniva chiesto che lavoro facevo alla dogana, mia moglie non voleva che dicessi inventore perché mi avrebbero preso in giro, come se fossi il personaggio di Ritorno al futuro. Voleva che dicessi cameraman, ma credo di essere un inventore, ed è un lavoro che amo. È anche un’abitudine quindi quando per esempio mi è stato detto che serviva un nuovo metodo per filmare le partite di football non riuscivo a smettere di pensarci. Quando ci penso, un trucco è quello di fare le cose più semplici possibili. Per esempio, per le riprese subacquee, inizialmente si usava un metodo che sfruttava l’aria compressa. Era terribile. Aveva molti problemi, non si riusciva a spegnere e faceva bolle troppo grandi davanti al nuotatore che volevi riprendere. Dopo che tanti soldi erano stati spesi in questo, quando ce ne siamo occupati noi per le Olimpiadi di Barcellona doveva essere qualcosa di molto semplice. Abbiamo pensato che, se era da usare in una piscina, non si sarebbe potuto usare un motore elettrico ai bordi della piscina per muoverlo: l’elettricista spagnolo che si occupava della sicurezza ci avrebbe detto “no, no, no!”. Quindi abbiamo impiegato una mobycam, una camera rivestita su un mini-sottomarino telecomandato sulle rotaie nel fondo della terza corsia di una piscina. Fatto in questo modo era così semplice e così naturale. Lo guidavo io stesso e per questo avrò fatto quaranta chilometri avanti e indietro durante le Olimpiadi. Questo tipo di invenzione è come un bellissimo rompicapo, per il quale devi pensare alle parti in campo. Per le Olimpiadi c’erano gli addetti alla sicurezza, la gente che guardava la gara, la federazione degli atleti, ecc. ecc., e diventa divertente cercare di trovare quella cosa che farà dire di sì a tutti loro. Quello dell’inventore è un modo di pensare che è necessario per tutti, perché abbiamo bisogno di una vita buona e sicura e i nostri compagni di viaggio su questo pianeta, i serpenti, i lupi ecc., non faranno queste cose. Spetta a noi.

INFO:
SG Life Achievement Award: un video tributo in onore di Garrett Brown
La pagina dedicata a Garrett Brown sul sito del Festival del Film Locarno
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