La nostra terra

La nostra terra

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Ancora in cerca di rendere accettabile l’indigesto, Manfredonia con La nostra terra dirige una commedia sulla mafia dopo averne fatta una sulla malattia mentale con Si può fare.

Questa terra è ancora nostra

Nicola Sansone è proprietario di un podere nel Sud Italia che viene confiscato dalla Stato e assegnato a una cooperativa, che però non riesce – per celati o dichiarati boicottaggi – ad avviare l’attività. Per questa viene mandato in loro aiuto Filippo (Stefano Accorsi), un uomo che da anni fa l’antimafia lavorando in un ufficio del Nord, e quindi impreparato ad affrontare la questione “sul campo”… [sinossi]

Si può fare è stato a suo tempo un piccolo caso cinematografico che ha avuto come conseguenze quella di rendere Claudio Bisio un volto perenne e ingombrante di quasi tutte le commedie italiche contemporanee e quella di semplificare ancora di più – e di travisare – l’insegnamento di Franco Basaglia nell’ambito delle malattie mentali. A sei anni di distanza da quel film e dopo essere passato attraverso una “albanesizzazione” del suo cinema (Qualunquemente e Tutto tutto niente niente), Manfredonia torna a cercare di raccontare realtà indigeste e scottanti del nostro paese con La nostra terra, in cui la malattia mentale viene sostituita dalla mafia. L’obiettivo è sempre lo stesso: edulcorare il reale per renderlo accettabile a un pubblico il più ampio possibile. Ma se in Si può fare l’intento si esplicava in una parabola priva di conflittualità e in un elogio – persino immorale – del lavoro dei “matti” al servizio della new-economy, in La nostra terra – pur sempre declinando il tema sotto il profilo dello sfruttamento economico (la riappropriazione delle terre confiscate alla mafia e il loro riuso capitalistico all’insegna della legalità) -, viene a galla almeno qualche problematica e i protagonisti incorrono in diversi ostacoli prima di riuscire nel loro scopo e prima di sciogliersi nell’immancabile happy end.

La coppia Bonifacci-Manfredonia, già autrice dello script di Si può fare – in cui era evidente una scarsa dimestichezza con le tematiche basagliane -, ha fortunatamente imparato la lezione e si è fatta affiancare in sede di sceneggiatura da Peppe Ruggiero, giornalista tra gli artefici di Biùtiful Cauntri, che ha permesso quantomeno di rendere un po’ più verosimile il mondo descritto in La nostra terra.
Protagonista è Stefano Accorsi nei panni di un dirigente di un’associazione anti-mafiosa (sul modello di Libera) che, abituato ad affrontare nascosto dietro alla scrivania la lotta contro la criminalità organizzata, viene mandato al Sud – e precisamente in Puglia – per sostenere in prima linea una cooperativa la cui finalità è quella di coltivare la terra in un podere confiscato a un mafioso locale.
Le dinamiche omertose degli abitanti del posto e il coraggio isolato e sparuto di qualche dissidente vengono in fin dei conti ben descritte, pur non potendo far sottacere le insopportabili macchiette con cui Manfredonia traveste i suoi personaggi (dalla coppia gay al mezzo matto napoletano, passando per il portatore di handicap) e pur costringendoci ad accettare alcune svolte narrative calate dall’alto (come ad esempio la subitanea chiamata a raccolta dei soci della cooperativa). Ma Manfredonia, per fortuna, azzecca i personaggi principali, da un Accorsi che auto-ironicamente mette in scena la sua rigidità, a Maria Rosaria Russo che, da leader della cooperativa, regge il ruolo di dolente figura femminile, fino all’inquietante e mellifluo boss interpretato da Tommaso Ragno. Su tutti, però, prevale Sergio Rubini nei panni del “servitore di due padroni”, figura ancestralmente legata alla terra madre che non può e non riesce a vedere in modo positivo l’intervento dello Stato.

Certo, siamo lontani anni luce dalla lezione della commedia all’italiana, dal dramma declinato in farsa di un Dino Risi o di un Monicelli; ma a Manfredonia non interessa rincorrere quel modello. Come in un manuale del perfetto esegeta del politically correct dei nostri tempi, Manfredonia rende popolare e commestibile lo sgradevole, smussa gli angoli, si tiene lontano dallo scandalo e accarezza l’impossibile tramutandolo in orizzonte a portata di mano. Si fa cantore, insomma, di un “penso positivo” di jovanottiana memoria. E, stavolta, per quanto strano possa sembrare, la ricetta è quasi riuscita.

Info
Il trailer di La nostra terra.
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