Il commissario Verrazzano

Il commissario Verrazzano

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In dvd per Cinekult Il commissario Verrazzano, uno degli ultimi prodotti dell’ondata poliziottesca anni Settanta. Autoironico, più virato sul giallo classico, girato in evidenti ristrettezze, ma con ottimi momenti di regia. Con Luc Merenda e Janet Agren.

Il commissario Verrazzano viene incaricato da Giulia Medici, l’elegante padrona di una galleria d’arte, di occuparsi del caso della morte del fratello Walter, frettolosamente archiviato pochi mesi prima dalla Omicidi con sentenza di suicidio. Il commissario, spalleggiato dal brigadiere Baldelli, si mette a frugare nell’ambiente delle scommesse, peraltro da lui frequentato abitualmente per vizio personale e viene così a sapere che tutta l’organizzazione è diretta da Alberto Dolci, detto il Barone, per conto di nuovi capi. Il caso si complica quando Cora, già moglie di Walter e ora sposata a Marco Verelli, a sua volta prende contatto con il Verrazzano. [sinossi]

Premessa. Dev’esserci un legame profondamente antropologico tra una cultura colta in una precisa fase storica e la sua idea di bello. È una riflessione che si ripresenta costantemente davanti alla visione di film anni Settanta, nella fattispecie italiani ma anche stranieri. È infatti incredibile, per gli occhi attuali, credere che certe scelte profilmiche (abbigliamenti, acconciature, arredamenti) ma anche strettamente filmiche (zoom, primissimi piani) siano state considerate un tempo “belle”. Fatta eccezione per i casi in cui la ricerca del brutto sta a monte del progetto filmico e vi rimesta per scopi dei più diversi (tanto cinema underground, da ogni parte del mondo), di norma un autore si pone a realizzare un film puntando a una propria idea di bello, opera scelte per il bene del proprio film, di certo non contro di esso. Sarebbe degno di studi approfonditi questa stretta interrelazione tra cultura e bellezza: tentare di rispondere a quesiti del tipo “Perché in Italia negli anni Settanta sembrava così bello girare con lo zoom?”. Evidentemente non è una questione solo di novità tecnologica. Negli ultimi anni le novità abbondano di giorno in giorno, eppure ci sono fior di autori che le rifiutano (basti pensare a Kaurismäki che preannuncia la fine della propria attività nel momento in cui non sarà più possibile girare in pellicola). In ultima analisi, si tratta di un processo di relativizzazione storico-culturale spesso necessario quando rivediamo film del passato, specialmente dei nostri anni Settanta, gli anni con l’idea di bellezza meno bella (in altri termini, meno resistente al tempo) che si possa trovare nell’ancor breve storia del cinema italiano.

Nel caso de Il commissario Verrazzano (1978) di Franco Prosperi, recuperato in dvd da Cinekult e CG Home Video, dobbiamo ricorrere a una tara ulteriore in quanto il film appartiene al “poliziottesco all’italiana”, generone commerciale assai più eterogeneo di quanto si possa pensare, che assembla infatti opere spesso molto distanti una dall’altra. Coacervo cinematografico di massiccia exploitation nostrana lungo tutti gli anni Settanta, e quasi sempre relegato nella produzione di serie B. La serie B italiana di quegli anni si caratterizza per un rapporto costo/profitto enormemente a favore dei produttori. Budget irrisori e più che ottimi incassi, garantiti dalla distribuzione “in profondità” (i cinema di seconda visione e di periferia, realtà popolare e molto remunerativa spazzata via barbaramente dal mercato anni Ottanta) e dalla fresca prontezza di quei prodotti a essere rapidamente consumati dal pubblico. In tal senso la povertà produttiva finiva spesso per essere il “regista di seconda unità”, fattore creativo determinante e spesso omologante. Da un cinema diffusamente “povero” potevano nascere solo opere fortemente omologate anche sotto il profilo estetico. Il commissario Verrazzano risulta molto interessante proprio secondo tale linea di ragionamento; con ogni evidenza si tratta di un film realizzato in ristrettezze, in cui tutto è di seconda scelta. Escluso il protagonista Luc Merenda, attore-icona del poliziottesco italiano la cui stella nel 1978 comunque si trovava già in rapida fase discendente, troviamo solo vecchie glorie (Luciana Paluzzi), facce abituali della serie B (Giacomo Rizzo, Chris Avram), stelle neo-televisive chiamate a incarnare più o meno se stesse (Gloria Piedimonte) e, tanto per dire, la partecipazione straordinaria è Janet Agren. È “di seconda scelta” anche l’eroe protagonista, che assembla tratti presi a destra e sinistra da altri poliziotti di film consimili, in una sorta di profilo psicologico-patchwork. L’exploitation che sfrutta se stessa, in un processo di autonutrimento quasi metafilmico. Così il buon commissario Verrazzano è solitario e malinconico (il rapporto col gatto in casa sembra ripreso di peso da Il lungo addio di Altman), ma all’occorrenza è anche di modi spicci e brutali come i prototipi di Maurizio Merli. Si trova di fronte un ennesimo groviglio di rapine, usura e malavita da canonico film d’azione, ma stavolta il braccio narrativo principale è da noir classico, con venature hard-boiled. Se ne Il grande sonno il legame inquieto era tra due sorelle, qui troviamo due cognate bellocce in aperta guerra una contro l’altra.

Il giallo, sia detto, è esilissimo. Si capisce la soluzione dopo mezz’ora di film, e malgrado ciò il buon Verrazzano non si esime dallo snocciolare sul finale un interminabile spiegone che chiarisce misteri intuiti dal pubblico almeno un’ora prima. La natura composita del film e la sua necessità di aderire a un genere si avvertono bene in due delle sequenze migliori, quelle che in ogni poliziottesco nessun regista poteva rifiutarsi d’inserire: la scazzottata trucida e l’inseguimento d’auto. La scazzottata prende luogo in un altro tòpos del genere: la sala da biliardo squallida e fumosa, mentre per l’inseguimento Prosperi opta per una scelta piuttosto originale, ovvero la ripresa frontale tramite camera-car. Ma, di nuovo, le due sequenze sembrano un tributo obbligato alle leggi del genere, restando isolate e un po’ estranee al resto del film, che per lo più si affida alla struttura di un classico giallo. La sequenza in assoluto più bella (l’omicidio al luna-park) appare a sua volta una sorta di frammento da “cinema delle attrazioni”. Con il luna-park Prosperi cita più o meno consapevolmente altri notevoli predecessori: viene in mente l’Hitchcock de L’altro uomo, anche se Prosperi non cerca virtuosismi da “giostre impazzite”, bensì gioca più d’atmosfera tramite il montaggio e le diverse ampiezze delle inquadrature, imbastendo contrasti efficaci tra la violenza e l’evanescenza ludica del parco-giochi. Ma anche questa sequenza palesa più di tutto l’emozione del mostrare in sé per sé, senza strette connessioni col resto del film. È un tratto tipicamente da cinema di genere italiano anni Settanta, e più in generale risulta forse esemplificativo per tutto il cinema fortemente commerciale: la giustapposizione di cose bruttissime e meramente di servizio accanto a pagine di notevole regia. Basti vedere tutte le sequenze ambientate nel disco-club.

Probabilmente in quei brani il film acquista in diacronia una caratura inquietante che non era così forte nelle intenzioni di Prosperi: il corpo di ballo e i suoi costumi, la fotografia rossastra, l’uso di macchina a mano e contre-plongé esasperati, conferiscono a quelle sequenze un’aria sinistra oltre ogni previsione. In qualche modo il ruolo del disco-club ne Il commissario Verrazzano testimonia anche un tentativo di adeguamento ai tempi. Fuori dai cinema e dai set di ripresa incombono gli anni Ottanta, con nuove musiche, nuovi abbigliamenti, nuove retoriche. I plumbei anni Settanta, i loro tetri poliziotteschi e i relativi spietati commissari lasciano il posto a un protagonista a suo modo autoironico. Luc Merenda gioca infatti scopertamente anche col proprio passato di attore da fotoromanzi, concedendosi a battute da latin-lover e circondandosi di uno stuolo di belle comprimarie, che finiscono tutte a letto con lui nel volgere di due inquadrature. Nel patchwork stilistico a cui Prosperi aderisce, il commissario sciupafemmine costituisce una novità per il genere e anche una dichiarazione d’intenti (prendersi meno sul serio, sorridere sul cinema stesso a cui si appartiene), mentre rievoca modelli estranei alle “regole” del poliziottesco e più vicini al glamour di James Bond. Se poi consideriamo che la spalla di Luc Merenda è il comico Giacomo Rizzo, che la fotografia è tutta solare e luminosa per inquadrature spesso in pieno giorno (all’opposto dei film con Merli) e che la scaltrezza produttiva spinge a scritturare la starlette televisiva Gloria Piedimonte, forse è lecito affermare che ormai si respira aria di anni Ottanta. Anche se la trama gialla de Il commissario Verrazzano è “seria”, in fin dei conti il commissario Nico Giraldi detto Er Monnezza non sembra molto lontano. Non a caso l’eroe di Tomas Milian compierà una propria evoluzione dal poliziottesco comico al giallo comico. Luc Merenda e Giacomo Rizzo lo annunciano, sia pure ancora calati in un contesto pertinente alla strana idea di bellezza dell’Italia di allora.

Il dvd comprende il trailer originale e un interessante contributo storico-critico di Daniele Magni, Marco Grassidonio, Manlio Gomarasca e Davide Pulici con una breve intervista a Luc Merenda.

Info
La scheda de Il commissario Verrazzano.

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