Regeneration

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Nella sezione Il Canone rivisitato delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, è stato presentato Regeneration, gangster movie “classico” sospeso tra criminalità e redenzione, che segnò l’esordio al lungometraggio di Raoul Walsh.

Educazione criminale

Povertà, criminalità, Dio e redenzione sono caratteristiche imperiture del gangster movie, che possiamo ritrovare nel cinema di Martin Scorsese, di James Gray e di Nicolas Winding Refn, ma le cui dinamiche intrecciate hanno radici ben più antiche e profonde. Le rinveniamo infatti perfettamente declinate in Regeneration di Raoul Walsh dramma a sfondo sociale, ambientato nel sottobosco dell’immigrazione irlandese nella New York del primo Novecento, presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2014. Esordio nel lungometraggio firmato nel 1915 dal regista di Una pallottola per Roy e Il grande sentiero, dopo aver a lavorato per anni sui set del maestro David Wark Griffith, Regeneration è stato a lungo ritenuto perduto dal suo stesso autore, salvo poi essere avventurosamente ritrovato nel 1976 a Missoula, nel Montana, da un lettore di contatori in un edificio destinato alla demolizione.
Si tratta di una storia avventurosa di archeologia del cinema comune a tante, preziose, bobine di nitrato più o meno deteriorare, abbandonate, riscoperte e restaurate da collezionisti privati e/o istituzioni preposte per poi ritrovare la luce sullo schermo del Teatro Verdi di Pordenone.

Nel caso di Regeneration poi, se si eccettuano un paio di momenti in cui l’immagine appare letteralmente mangiata dal tempo e dalle reazioni che questo produce sulle sue componenti chimiche, il film appare in ottimo stato di conservazione, così come la storia che esso contiene, dalle dinamiche imperiture. Tragedia a sfondo social-criminale apparentemente senza scampo ma con – come suggerisce il titolo – espiazione e redenzione, il film di Walsh racconta la storia vera di Owen Frawley Kildare, pubblicata nel 1903 all’interno del romanzo My Mamie Rose: The Story of my Regeneration e in seguito riadattata dallo stesso Kildare nel dramma teatrale The Regeneration.
Immigrato irlandese rimasto orfano in tenera, età il nostro Owen viene cresciuto, tra miseria, alcolismo e bisticci domestici, dai vicini di casa e scala poi la piramide criminale newyorkese, divenendo un temuto boss malavitoso. L’incontro con la bella Marie (Anna Q. Nilsson), benefattrice in un rifugio per senzatetto, segnerà per lui la scoperta dell’amore, sia quello terreno che divino, e provocherà l’inizio del suo percorso di rigenerazione.

Alternando melodramma amoroso, squarci di realismo sociale con incursioni nel sottobosco criminale e nei suoi luoghi deputati (locali notturni malfamati, spogli appartamenti ove regna la miseria) con l’aggiunta di brevi sortite negli ambienti alto borghesi (la casa di Marie) e nelle stanze del potere (l’ufficio del procuratore, cieco di fronte alle necessità della povera gente), Walsh compone un affresco newyorkese scarno e diretto, ancorato oltre che al milieu, ai volti dei personaggi che lo abitano.
L’autore tratteggia infatti in Regeneration tutto un bestiario criminale che, in ottemperanza ai canoni della fisiognomica lombrosiana, si focalizza ora su volti dai lineamenti marcati, ora su personaggi affetti da una qualche deformità, tra nasi deturpati dalle troppe risse, l’occhio bendato del perfido Skinny (braccio destro e successore designato di Owen) e il classico ragazzino ansioso di intraprendere una carriera criminale che qui è gobbo e claudicante. Si tratta di una raffigurazione dell’ambiente malavitoso piuttosto usuale nel cinema delle origini e fino anche agli anni ’30; la ritroviamo per esempio in un classico del genere come l’indimenticabile Scarface di Howard Hawks (1932), dove Paul Muni, nei panni del celebre gangster, aveva connotati bestiali di tipo scimmiesco, utili a denotarne la malvagità nonché a evitare un’eccessiva identificazione dello spettatore con un protagonista criminale.

Ma Walsh ama il suo protagonista e non lo connota negativamente nemmeno nel corso della sua attività criminale: Owen è infatti la vittima innocente di una realtà sociale che non lascia molta scelta a chi nasce in povertà ed è privo di radici oltre che di punti di riferimento solidi. Inoltre, il regista tende ad andare oltre il mero realismo, per approcciare una raffigurazione dal portato simbolico e dai connotati ora grotteschi ora surreali, come quando rappresenta l’ebbrezza alcolica di un avventore della bettola/covo dei criminali, attraverso la di lui allucinazione: un pesciolino che sguazza nel suo boccale di birra. Sorprendenti sono poi le sequenze relative all’incendio di un battello ricolmo di festosi misfits urbani in gita domenicale, dove si evidenzia il talento della messinscena di Walsh e il suo gusto per la composizione dell’immagine nelle scene di massa, con una vera e propria bolgia umana in fuga dal natante in preda alle fiamme, rappresentata, ovviamente, senza l’ausilio di effetti speciali, bensì con un gran numero di comparse dalle evidenti doti acrobatiche (pare che siano state scritturate per il film numerose tuffatrici professioniste). Si fanno strada inoltre nel corso di Regeneration alcuni elementi di critica sociale, che emergono soprattutto attraverso il personaggio del procuratore, tutto intento a bearsi della sua recente elezione e privo di una reale conoscenza delle necessità della povera gente.
Se poi è inevitabile qualche ingenuità drammatica figlia dei tempi e legata soprattutto al personaggio femminile della buona samaritana, ciò che sorprende di più in Regeneration è proprio la sua attualità, il suo aver saputo gettare le basi – con il suo crudo realismo, un protagonista già ricco di chiaroscuri, e i suoi conflitti sempiterni (bene/male, crimine/carità) – per quel grande romanzo criminale statunitense, le cui infinite declinazioni, ancora oggi, non mostrano i segni del tempo.

INFO
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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