Ben-Hur: A Tale of the Christ

Ben-Hur: A Tale of the Christ

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I primi vagiti del Technicolor rifulgono sul grande schermo delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2014 con Ben-Hur: A Tale of the Christ di Fred Niblo.

Gesù a colori

Durante gli anni della vita di Cristo, il principe ebreo Ben-Hur, tradito dall’amico d’infanzia Messala, ora tribuno, viene accusato, insieme alla madre e alla sorella, di aver attentato alla vita del console romano e pertanto incatenato ai remi di una galea. Dopo aver salvato da un naufragio un console di Roma, viene da questi adottato come figlio. Inoltre ben presto Ben-Hur diviene campione delle corse di bighe. Ma il suo unico obiettivo è ritrovare la madre e la sorella, nonché vendicarsi del perfido Messala. [sinossi]

Il kolossal è un genere senza tempo, ma non per via di una sua presunta attualità; esso, anche in tempi recenti (si vedano le rivisitazioni in chiave pop-fantasy come Il gladiatore o 300 e relativo sequel) preserva sempre un’ineludibile ingenuità di fondo, dovuta al suo essere ancorato a una forma di narrazione popolare il più possibile condivisa e universale. Quando la storia è già nota, poi, l’entertainment è garantito, perché lo spettatore può abbandonarsi alle immagini e al loro afflato spettacolare, senza impegnarsi troppo a dipanare gli eventi in corso.
Secondo film tratto dal romanzo di Lew Wallace, dopo la versione del 1907 di Sidney Olcott e vero e proprio blockbuster dal budget, per quel tempo, stratosferico (ben 4 milioni di dollari) Ben-Hur: A Tale ofthe Christ di Fred Niblo segnò nel lontano 1925 una delle primissime sperimentazioni con il Technicolor, un brevetto destinato a raggiungere fama imperitura oltre una decade più tardi, con pellicole come Via col vento e Il mago di Oz, entrambe firmate nel 1939 da Victor Fleming.
Nel caso del film di Niblo, presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2014 all’interno della programmazione dedicata proprio al Technicolor, di cui a breve (2015) cadrà il primo centenario, siamo di fronte ad un reperto dalla straordinaria portata, dal momento che il film esibiva al suo interno le possibilità di un brevetto ancora in fieri ma che già offriva una modalità di colorizzazione assai più efficace di quelle utilizzate fino a quel momento, come il viraggio, l’imbibizione, la colorazione a mano.

Che il cinema sia sempre stato a colori è oramai un dato assodato, e Ben-Hur: A Tale of the Christ dimostra in tal senso una sorprendente auto-consapevolezza, dal momento che sembra ripercorrere al suo stesso interno l’evoluzione del cinema a colori, passando dal bianco e nero al viraggio e inserendo ad arte, in alcuni precipui momenti narrativi, i suoi exploit in Technicolor.
La storia del nobile giudeo ridotto in schiavitù dai romani e poi divenuto campione nella corsa con le bighe, nonché tra i primi adepti del cristianesimo è infatti suddivisa in una serie di quadri dai differenti viraggi, che vedono scene in bianco e nero destinate all’incontro con i perfidi romani, sequenze notturne virate in blu, scene di massa a Gerusalemme in ocra, mentre la maestosità del Technicolor si declina in tutto il suo splendore nei momenti che riguardano la storia di Gesù, che scorre parallela alle disavventure di Ben-Hur. Se si eccettua infatti una scena di massa che vede il nostro campione di biga attraversare in trionfo le strade della Roma imperiale mentre pittoresche ninfe art nouveau gli lanciano fiori e le folle gli tributano la gloria, le restanti otto sequenze in Technicolor sono tutte relative alla storia del Cristo, personaggio che però non appare mai in scena (d’altronde anche nella versione del 1959 di William Wyler il Messia non si vede mai in volto). Come spesso accade nella settima arte, ciò che è celato allo sguardo assume maggior importanza e rilievo di quanto essa contiene, e dunque il Cristo raffigurato tramite il suo braccio benevolo, etereo, bianchissimo, diventa, nella pellicola di Niblo, la fonte di una metonimia potente e suggestiva. Si trattava però in realtà di una scelta obbligata, generata, pare, da un misterioso “obbligo contrattuale” che impediva alla MGM di mostrare per intero la figura del “figlio dell’uomo”.

Nonostante si trattasse ancora del primigenio procedimento a due colori (quello a tre prese piede solo negli anni ’30), la resa delle sequenze a colori in Ben-Hur: A Tale of the Christ è impressionante, specie quando ci si trova davanti alla prima esibizione di questa tecnica, legata, opportunamente, alla nascita di Gesù nella grotta di Betlemme e con correlati stupefacenti effetti speciali relativi all’apparizione della stella cometa. Deve essersi trattato, per l’epoca, di un’epifania di grande impatto, accostabile forse al primigenio sferragliare del treno dei Lumière.

Ma il colore non è l’unico asso nella manica giocato da Niblo per soggiogare il suo pubblico. Oltre alla prestanza fisica del divo Ramon Novarro, storico rivale, nell’agone adonico hollywodiano, di Rodolfo Valentino, Ben-Hur: A Tale ofthe Christ rafforza il suo portato spettacolare con sequenze di massa di grande potenza visiva, come quella dall’esplicito romanticismo in cui il nostro eroe cattura una colomba per l’amata nel bazar di Gerusalemme, o come la roboante battaglia navale (girata nelle nostrane acque livornesi), senza dimenticare il climax raggiunto con la corsa con le bighe, incentivata per l’occasione da impressionanti riprese dal basso, con gli zoccoli dei cavalli sempre pronti a travolgere la macchina da presa e dunque il nostro sguardo.
Sorprende poi, specie considerando le forme rappresentative auto-censorie odierne, il fatto che facciano la loro comparsa nel film, sia il seno scoperto di una donna malmenata dai legionari romani, sia un nudo maschile di spalle, che troneggia, a scopo puramente decorativo, alle spalle dell’omone deputato a dare il ritmo con il suo tamburo al remare degli schiavi nella galea in cui è imprigionato anche il nostro Ben-Hur. Si segnala poi un esplicito sadomasochismo destinato sia alle sequenze di tortura che a quelle relative all’amore alla corte dei romani, con una schiava egizia subdola ma soggiogata e rivestita completamente d’oro.
A mostrare il segno dei tempi è invece la raffigurazione celestiale di Maria, una sorta di donna angelicata biondissima, priva di ogni connotato terreno e che, seppur in procinto di dare alla luce il figlio di Dio, non mostra alcun rigonfiamento addominale. Si registra inoltre un’enfasi eccessiva nella resa del racconto, con i principali eventi drammatici continuamente ritardati, a favore di una chiave rappresentativa che predilige soffermarsi alternativamente su maestose scene di massa o primi piani sottolineati e iper-espressivi.
Ma in fondo è proprio questa la natura ontologica di un kolossal, il suo incentivare gli eventi – specie quando già noti – con immagini in grado di amplificarne la portata e soggiogare lo sguardo di uno spettatore completamente sopraffatto.

INFO
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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