The Spider Cave

The Spider Cave

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Classico del cinema dello “spirito magico” di Shanghai, del 1927, The Spider Cave era considerato perduto fino al suo miracoloso ritrovamento, pur con vistose lacune, a Oslo nel 2012.

Quando l’opera cinese incontra Jack Arnold

La storia del film è tratta da Memorie del viaggio in occidente, uno dei grandi classici della letteratura cinese. Vi si narra una delle molte avventure di Tang Hiuen Tsiang, un monaco pellegrino inviato dall’Imperatore a cercare testi buddisti nel mondo occidentale. Ad accompagnare Tang nella sua ricerca sono tre discepoli, una scimmia, un maiale e uno “spirito dello squalo”. [sinossi]

Tratto dal grande classico della letteratura cinese di Epoca Ming, Viaggio in Occidente, The Spider Cave (Pan si dong) è il primo di un’interminabile serie di adattamenti da quell’antica opera, che annoverano tra gli altri il primo film d’animazione cinese Princess Iron Fan, gli anime giapponesi The Monkey, Dragon Ball e Starzinger. Si racconta del viaggio di un monaco buddhista verso l’India, per ottenere dei testi sacri, accompagnato da una scimmia, un maiale, e un demone fluviale che lo aiuteranno ad affrontare le mille insidie, rappresentate da demoni e mostri, sul cammino.

Da quello che sopravvive di questo film, possiamo trovare elementi tipici dello stile del cinema di Shanghai degli anni Venti. Il maiale e la scimmia sono attori con costumi ridicoli, che da noi andrebbero bene per carnevale. L’assenza di verosimiglianza avvicina il film a una dimensione teatrale, laddove il teatro dell’opera cinese è il tipico teatro presentazionale che non vuole mai dare l’illusione di realtà. Tipiche sono le mimiche facciali, le pantomime. Simile la concezione del ridicolo mostro ragno di cartapesta, che rivela le vere sembianze della Regina Ragno, che stonerebbe anche in un B-movie di Jack Arnold.
Rileviamo poi quell’ambiguità sessuale tipica del cinema cinese di quegli anni, Stanley Kwan docet. Il monaco protagonista è interpretato da un’attrice, il che ancora ci riporta alla concezione teatrale, visto che nella storia dell’opera cinese ci sono state fasi, dall’Ottocento in poi, in cui le donne interpretavano ruoli maschili. Le donne sono sensuali e maliarde, dagli abiti vistosi, eleganti, agghindate di piume di pavone. Il film è immerso in un’atmosfera di torbido erotismo, pare ancora più accentuato nelle scene mancanti, misto a misoginia. Le donne sono amazzoni, spiriti maligni, sirene tentatrici. Nell’antro dominato dalle fanciulle troneggia la valva di una grande conchiglia, simbolo universale del sesso femminile. Diventano anche spadaccine, quando il film presenta elementi di wu xia. Anche qui nulla di strano: rientra nella concezione di fanciulla cavaliere errante già presente anche nei wu xia del cinema muto.

Da segnalare poi i commenti degli intertitoli che contrappuntano con ironia e umorismo una narrazione che si avvicina a quella di un coro greco: “Questa l’abbiamo già sentita”, “Questa visione della donna pare indicare che il monaco fosse già sposato in passato”.
Il film progredisce verso l’impazzimento finale, demarcato con un viraggio al viola, che confluisce nella catarsi di fiamme purificatrici. “Tutti i legami dell’amore sono stati bruciati: così è la vita”.

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Il sito delle Giornate del Cinema Muto.

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