I Nibelunghi

I Nibelunghi

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Quando ha davvero senso parlare di un “classico senza tempo”: il sincretismo lungimirante de I Nibelunghi di Fritz Lang, riproposti sul grande schermo, in 35mm, alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

Da qui all’eternità

Prima parte: Sigfrido, figlio di re Sigmund, uccide un temibile drago e grazie al bagno nel suo sangue diventa invulnerabile. In seguito, sconfitto l’elfo che lo custodisce, si appropria del tesoro dei Nibelunghi, sposa la bionda regina dei Burgundi Crimilde, aiuta suo fratello re Günther a battere in duello e sposare la riottosa guerriera Brunilde, regina d’Islanda. Ma il nobile Hagen Tronjie, su richiesta di Brunilde, uccide a tradimento Sigfrido, colpendolo nell’unico suo punto vulnerabile. Crimilde giura di vendicarlo. Seconda parte: Crimilde sposa Etzel, re degli Unni, gli dà un figlio e lo convince a invitare i Burgundi per festeggiare insieme la festa del Solstizio. Scoppiano le ostilità tra i grandi Burgundi e i piccoli Unni che hanno il sopravvento. [sinossi]

Quando comunemente si fa riferimento al cinema “delle origini”, si presuppone un’ottica evolutiva, come cronologia dovrebbe dettare, ma non è affatto così inusuale poter individuare, in capolavori più o meno riconosciuti delle prime decadi della settima arte, anche “le origini” di molto cinema successivo, quando non a noi coevo. In tal senso I Nibelunghi di Fritz Lang, ripresentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, si offre come un vero e proprio compendio di buona parte del cinema ancora da venire, e non solo di quello che ha fatto del film di Lang il suo esplicito oggetto di omaggio e citazione. D’altronde non è necessario aver visto il film per citarlo, piuttosto, viene da pensare, è stato Lang stesso ad aver “visto”, preconizzandoli, una serie di film successivi, dando origine così a un’opera dalla potenza narrativa e visiva davvero imperitura.
Composto di due parti, I Nibelunghi: La morte di Sigfrido e I Nibelunghi: La vendetta di Crimilde per la durata complessiva di 285 minuti, il capolavoro di Lang è stato proiettato a Pordenone all’interno della sezione Il canone rivisitato, che ripropone, ogni anno, la ri-scoperta di pietre miliari della settima arte, all’interno di serate-evento con l’immancabile, e in questo caso estremamente puntuale ed espressiva, musica dal vivo.

Proiettato in 35 mm nella versione restaurata dalla Fondazione Murnau nel 2010 – che ne ha riportato alla luce la colorazione ocra replicandone filologicamente l’originaria tecnica per imbibizione – I Nibelunghi ripercorre fedelmente nelle sue due parti, suddivise in sette canti ciascuna, il celeberrimo poema del XIII secolo, un testo fondamentale per la cultura germanica nonché fondativo poi per il nazionalismo tedesco.

Rivederlo oggi, suscita però tutt’altre riflessioni, tutte cinematografiche. Innanzitutto, come anticipato, e specie nel suo primo capitolo, dedicato alle avventure dell’invulnerabile Sigfrido, I Nibelunghi contiene buona parte del cinema fantasy che dagli anni ’80 ad oggi ha alimentato i più o meno reconditi desideri fiabeschi degli spettatori. Il drago che Sigfrido sconfigge non ha nulla da invidiare allo Smaug de Lo Hobbit di Jackson, gli elfi che custodiscono il tesoro sono indubbiamente apparentati a quelli di La storia infinita (del teutonico Wolfgang Petersen, 1984), così come lo è la città di Worms, il cui skyline riecheggia nella capitale del regno di Fantàsia.
Le similitudini non devono sorprendere più di tanto, dal momento che lo stesso Lang fa, nel suo film, riferimento ad un immaginario figurativo vasto, ora di natura colta, ora più popolare. Sembra a tratti di trovarsi a vagare nei padiglioni di un’ipotetica Esposizione Universale di inizio novecento, luogo deputato un tempo alla conoscenza degli altri popoli e delle loro raffigurazioni artistiche. Attraversiamo infatti, nel corso del film, ambienti adorni di decorazioni moresche, inca, elleniche, gotiche e bizantine oltre a quelle provenienti dall’art nouveau (o forse sarebbe meglio dire jugendstil) che riecheggiano anche nei ricami dei costumi, ricchi di elementi geometrici intrecciati che catturano e ingannano l’occhio, creando un costante dialogo tra bidimensionalità e profondità dello spazio.
Quando l’azione poi, nella seconda parte de I Nibelunghi, si sposta nel regno dei barbari governati da re Etzel, il film di Lang si apre a improvvise suggestioni western (genere che il regista affronterà solo diversi anni più tardi, una volta sbarcato a Hollywood), con le tende degli Unni disseminate nella steppa simili a quelle degli indiani d’America, mentre cavalli al galoppo attraversano la desertica wilderness in diagonale, come nel miglior cinema di John Ford.
In questa seconda parte de I Nibelunghi poi, emerge con nettezza un classico dilemma della cultura teutonica, ovvero il confronto tra natura e cultura, che vede gli apparentemente animaleschi (ma quanta umanità in Etzel e nel suo amore filiale e coniugale!) contrapposti ai “raffinati” Burgundi, una stirpe soggiogata dalle sue stesse, ferme convinzioni, che ne costituiscono sia la forza che la maggiore debolezza (nonché la causa dell’estinzione).
Non è difficile ravvisare oggi, con il senno di poi, nell’amaro destino dei Burgundi un monito indirizzato da Lang alla propria Nazione (l’intero film è dedicato, con opportuna didascalia, “al popolo Tedesco, al quale appartiene”), che proprio della sete di rivalsa che animò il periodo tra le due guerre mondiali ha fatto la principale arma di autodistruzione. Anche in questa occasione, il regista, con la sua visione del popolo Tedesco, era già, tristemente, proiettato verso il futuro.

Non mancano poi nel film, come si accennava, elementi scenografici dallo stile sudamericano, tra l’inca e il messicano, con colonne-totem ad adornare le pareti della reggia-caverna di Etzel, contrapposti al biancore e alla linearità del palazzo reale di Worms, la cui raffigurazione, anche per via dell’attenzione per le linee oblique che solcano l’inquadratura, è simile a quella della dimora dell’Othello di Orson Welles (il riferimento, in particolare è alla sequenza del funerale che apre il film). Non è da escludersi poi, che la caverna-reggia e i sudditi-adoratori di re Etzel abbiano ispirato la raffigurazione dell’antro di Kurtz in Apocalypse Now, d’altronde parliamo di un film che fa della wagneriana cavalcata delle valchirie un indimenticabile utilizzo.
Il possente dinamismo della statuaria ellenistica che adorna alcuni ambienti della reggia di Worms si mescola poi, senza soluzione di continuità, con la frontalità e la sacralità del mosaico bizantino, ravvisabile soprattutto nel personaggio di Crimilde, irrigidita dalla sua sete di vendetta, dopo la morte dell’amato Sigfrido. Se per il biondo eroe è impossibile non ravvisare una similitudine con l’Achille ellenico, per via di quell’unico punto vulnerabile qui generato da un’inopportuna foglia di tiglio, bisogna riconoscere che nella mitologia del bacino mediterraneo non è ravvisabile alcun personaggio femminile apparentabile alla Crimilde della saga dei Nibelunghi, anche per via della centralità del suo ruolo nella seconda parte della storia. La sua trasformazione poi, resa con grande naturalismo interpretativo dall’attrice Margarete Schön, da tenera sposa a spietata vendicatrice, è radicale e irreversibile e rende questo personaggio unico (la Beatrix Kiddo del Kill Bill di Tarantino – che non a caso in Django Unchained ha dato poi il nome di Brunilde alla sua protagonista femminile – è, ad esempio, molto più vendicatrice che sposa e il cambiamento viene ricostruito solo tramite flashback).

Come se tutto ciò non bastasse, ad ampliare il ventaglio dell’offerta visiva, I Nibelunghi ci presentano una serie di effetti speciali sorprendenti, che vanno dalla già citata animazione del drago, alla pietrificazione a vista dei nani che custodiscono il tesoro, per non tacere poi del magnifico inserto in animazione – realizzata da Walther Ruttmann – che costituisce il sogno premonitore di Crimilde, tutto giocato sull’evocativa linearità delle figure in scena: due aquile che assaltano e sbranano un corvo.
Lo spettacolo raggiunge poi l’apice nella grande battaglia finale, dove sovente vediamo, mentre furoreggia la battaglia, delle figure di stampo “caravaggesco” scandire lo spazio e la sua composizione, con quei corpi senza vita riversi di spalle, le schiene lasciate scoperte dalle vesti lacere e i capelli scomposti dai tumulti della guerra.
La presunta frontalità del cinema muto è dunque continuamente negata e infranta dalla messinscena dinamica, avvolgente, tridimensionale di Fritz Lang e definitivamente sconfitta, su un altro piano, da un gioco di rimandi che non avrà mai fine, dal momento che I Nibelunghi possiede quel sincretismo – cinematografico, culturale, artistico, narrativo – è proprio delle opere d’arte senza tempo.

INFO
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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1 Commento

  1. Donato 10/10/2014
    Rispondi

    Ci auguriamo di poterlo reperire in dvd nella versione restaurata.

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