Sostiene Pereira

Sostiene Pereira

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Mustang Entertainment ripropone in dvd l’ultimo film italiano di Marcello Mastroianni. Interessante e fallimentare tentativo di adeguare il cinema italiano anni Novanta agli schemi della coproduzione e al peso di cotanto attore.

E intanto anche gli anni Novanta si trasformano lentamente in storia. Sembra uno scherzo, ma Sostiene Pereira, romanzo e film, sta già compiendo vent’anni. Il romanzo di Antonio Tabucchi vide la luce nel 1994, e a strettissimo giro fu realizzata la sua versione cinematografica. Forse è necessario quindi provare a ripensare anche il nostro cinema di quegli anni, ancora molto trascurato sotto il profilo critico e storiografico e difficilmente identificabile. Un primo dato, a rapido volo d’uccello, è che non è facile individuare nella memoria “il grande film italiano degli anni Novanta”, l’opera indiscutibilmente necessaria da consegnare alla storia, ancor meno che per i melmosi anni Ottanta. Resta il generico ricordo di una qualità media migliore rispetto al decennio precedente, ma anche tanta voglia in meno di sperimentare, ricercare, fallire nel tentativo. In tal senso l’uscita in dvd del film di Roberto Faenza per Mustang Entertainment e CG Home Video può servire come un primo spunto di riflessione. Non perché si tratti di un film più significativo di altri, ma perché a posteriori si mostra come un’opera spartiacque tra moduli produttivi ed epoche del nostro cinema molto distanti tra loro, forse per l’unica volta incrociatesi in modo così stringente (e stridente) nello stesso film.

Il cinema di Roberto Faenza non ci ha mai fatto particolarmente impazzire, specialmente negli ultimi quindici anni. Per buona parte si tratta di un cinema nato e pensato in ottica di co-produzione europea, che spesso giustifica nella nobiltà della fonte letteraria la propria estetica blanda e impersonale, se non addirittura trascurata. Strano percorso quello di Faenza: dal cinema di militanza (il suo Forza Italia! del 1977 ha tuttora enormi problemi di visibilità per la sua virulenza polemica) si è lasciato tentare lentamente dal puro e semplice film da esportazione, secondo un’idea di cinema sempre più cinica e al risparmio. Ricostruzioni storiche trionfalmente approssimative, costumi da festa in maschera, spiccata superficialità narrativa, e cast plurilingue: sarebbe interessante capire poi quanto questa svisata idea di cinema internazionale sia davvero foriera di buoni frutti fuori dai confini italiani. A tutt’oggi non ci risulta che uno dei film di Faenza così concepiti abbia particolarmente sfondato nel resto d’Europa, o altrove.
Ciò detto, il problema non sta certo nella coproduzione in sé. La storia del nostro cinema, anche del nostro cinema migliore, è per altissime percentuali fatta di coproduzioni in cui partecipavano anche attori stranieri con uso larghissimo (o totale) del doppiaggio.

In tal senso risulta molto interessante rivedere oggi Sostiene Pereira, in quanto estrema propaggine di un modus operandi che già faticava a tenere il passo nel nostro cinema lungo tutti gli anni Ottanta, e che qui viene a mescolarsi con nuove espressività più attinenti al nuovo decennio.
In questo caso la buona mossa di Faenza è stato il reclutamento di Marcello Mastroianni, il colonnello del nostro cinema più classico ad aver avuto la vecchiaia artistica più dignitosa di tutti. Gassman girava di tutto (come faceva anche in gioventù, del resto), Manfredi quasi spariva dalla scena cinematografica e si dava alla tv, Tognazzi era purtroppo scomparso prematuramente e Sordi intristiva lentamente in film terribili: il buon Marcello invece si metteva a disposizione dei migliori autori europei, da Anghelopoulos a Ruiz, a De Oliveira, a Bertrand Blier, a Michalkov, ed era pure l’unico ad avere il coraggio di confrontarsi con i nuovi autori italiani del tempo (Faenza, la Archibugi di Verso sera). Certo disponeva anche di una fama e stima più consolidata degli altri fuori dall’Italia, ma i suoi ultimi anni si caratterizzano comunque per scelte artistiche notevoli e originali, a cui avrebbe potuto benissimo sottrarsi se avesse voluto. Sostiene Pereira perciò rappresenta una sorta di ultimo canto del divismo di casa nostra, o meglio come un originale tentativo (probabilmente l’unico) di adeguare il cinema italiano anni Novanta al peso di un attore come Mastroianni.
Gli esiti zoppicanti dell’operazione fungono da cartina di tornasole di quello stesso cinema, ne evidenziano ancor più i limiti, la radicale inadeguatezza non necessariamente stilistica, ma semplicemente epocale.

L’Italia era cambiata, era cambiato il suo cinema, e la ricca coproduzione come la intendevamo nel nostro paese fino a vent’anni prima non era più possibile. Innanzitutto perché in Sostiene Pereira tutto appare fintamente ricco. La ricostruzione d’epoca è rapida e non particolarmente accurata, e dominano incontrastati gli interni ridotti anche nel numero, come succedeva spesso nel nostro cinema anni Novanta per risparmiare sui costi. Gli anni Novanta nostrani si caratterizzavano anche per un larghissimo uso della presa diretta, assunta in aperta polemica estetica contro il collaudato uso del doppiaggio.
In Sostiene Pereira, per venire incontro alle esigenze del cast plurilingue, tutti invece recitano in francese, e gli attori italiani poi ridoppiano se stessi, con effetti davvero stridenti. I due più in difficoltà risultano Stefano Dionisi e Nicoletta Braschi, ma anche Mastroianni appare spesso goffo e innaturale. Il problema è in realtà più radicale, e coinvolge la diversità di generazione e formazione attoriale. Prendiamo il caso di Nicoletta Braschi, attrice spesso criticata. In un contesto di presa diretta la sua particolare intonazione di voce ha dato ottimi risultati (vedi Mi piace lavorare di Francesca Comencini, ma anche i cameo per Giordana e per Virzì), finendo per delinearsi come un vero valore aggiunto per il suo personaggio e per la riuscita del film.

Calata invece nella rigidità del doppiaggio da studio risulta ovviamente insostenibile, ma anche perché per nulla aiutata dalle battute di dialogo, di cui tra l’altro si è occupato personalmente Antonio Tabucchi. Un altro insormontabile difetto a carico del film è infatti l’esasperata letterarietà degli scambi tra i personaggi, probabile frutto di un’equivocata idea di fedeltà al testo. Ed emerge altrettanto inficiante la mancata contestualizzazione sonora delle voci doppiate, che restano praticamente aliene al paesaggio sonoro in cui sono inserite, come “appiccicate sopra” ai rumori di fondo. L’incrocio tra goffo doppiaggio di attori più adeguati alla presa diretta e dialoghi inascoltabili affondano più volte il film, spesso salvato dall’intervento del commento musicale di Ennio Morricone, per una volta incredibilmente discreto, accorto e misurato.

Ovviamente i problemi di Sostiene Pereira non si limitano alla dimensione audio. Il film porta su di sé difetti a prescindere di molte coproduzioni; l’intollerabile omogeneità linguistica (in Portogallo si parla tutti italiano), la vecchiezza dell’impianto stilistico, che sposa senza troppi indugi una retorica pressoché televisiva (certi zoom da dettaglio a piano allargato erano già vecchi nel 1995), la superficiale stringatezza del racconto, che rende difficile pure capire quanto tempo è passato da un evento all’altro (vedi il ritorno in scena del personaggio di Marta sul tram) e che trasforma spesso le figure secondarie in ridicole macchiette, come per i picchiatori della polizia segreta nel prefinale. In pratica, è come tentare di girare una sontuosa coproduzione da esportazione con la videocamera di famiglia; la sproporzione e inadeguatezza reciproche tra un’idea di cinema ormai superata e i mutati mezzi espressivi è evidente e determinante. Però resta a vantaggio del film un soggetto molto forte, che racconta sia pure in modo declamato e didascalico la presa di coscienza di un intellettuale sul finire dei suoi anni.

Nel 1938 del Portogallo di Salazar, segnato dalle sue crescenti violenze politiche, il dottor Pereira non compie un percorso dall’indifferenza borghese alla militanza, bensì dal disinteresse estetizzante all’impegno. E comprende che nessun gesto, e soprattutto nessuna pagina letteraria è mai neutrale e meramente artistica, ma anche politica. Il finale, che pure arriva affrettato e tramite un escamotage narrativo molto raffazzonato, ci sorprende commossi. Forse perché quell’ultima camminata in mezzo alla folla è anche l’ultima immagine di Marcello Mastroianni nel nostro cinema. Prima di morire girerà altri film all’estero, ma Sostiene Pereira è il suo ultimo film italiano. È un po’ difficile restare indifferenti a questo, anche in un contesto di inadeguatezze incrociate tra vecchi schemi produttivi nostrani ed estetiche anni Novanta. In fin dei conti il dottor Pereira è un bel personaggio, e Mastroianni si congeda con una prova più che dignitosa. Perciò ci si commuove, per l’attore e per la presa di coscienza del suo personaggio, che al cinema difficilmente lascia indifferenti, specie se tardiva.

Il dvd comprende alcuni extra, non particolarmente ricchi. Uno spezzone di Viaggio al principio del mondo (1997) di Manoel De Oliveira, l’ultimo vero film di Mastroianni, e stralci di alcune interviste d’epoca in forma di testo scritto allo stesso Mastroianni, ad Antonio Tabucchi e a Roberto Faenza.

Info:
La scheda di Sostiene Pereira sul sito di CG Home Video

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