Io sto con la sposa

Io sto con la sposa è un documentario di enorme vitalità che racconta una piccola grande impresa, meravigliosamente umana ma anche incredibilmente politica, e che sa conciliare benissimo il dinamismo della narrazione e i momenti più riflessivi delle testimonianze.

Un viaggio impossibile

I registi Antonio Augugliaro, Khaled Soliman e Gabriele Del Grande hanno compiuto un vero gesto da “fuorilegge” pur di rendersi utili a dei profughi di origine siriana e palestinese. Hanno infatti rimpiazzato dei contrabbandieri, si sono travestiti da corteo nuziale mettendosi dietro a due sposi per sfuggire ai controlli e non attirare l’attenzione di nessun vigilante e in appena una manciata di giorni hanno attraversato a piedi le frontiere di diverse nazioni. Con l’obiettivo di approdare in quella Svezia che è l’unico paese europeo, dal settembre 2013, a dare ai siriani la possibilità di soggiornare entro i suoi confini nel momento in cui essi stessi ne facciano richiesta. [sinossi]

La realtà della cronaca ci parla quotidianamente di migranti che arrivano da paesi in cui è impossibile ritagliarsi una fetta di serenità e un universo familiare e sociale stabile. Aree in cui lasciare che le proprie vite scorrano senza essere scosse da una violenza drammatica e cruenta è diventato sempre più una chimera. Il viaggio, oggi, per una porzione consistente di umanità, non può più essere scoperta o diletto, ma solo fuga. Spesso non è neanche più desiderio d’approdo verso lidi migliori, ma è soltanto il lasciarsi alle spalle dei luoghi in cui il presente è invivibile e il futuro non più nemmeno ipotizzabile.
Io sto con la sposa dei registi Antonio Augugliaro, Khaled Soliman e Gabriele Del Grande, reporter in zone minacciate in tempo reale dai conflitti internazionali, è un film che per l’appunto parla di viaggio (e di un viaggio, particolarissimo e curioso), ma è tutto fuorché un resoconto realistico di una tragedia o un documentario strettamente ancorato all’abbrutimento disumano che la suddetta cronaca, anche e soprattutto quella mediatica e audiovisiva, ci restituisce a ciclo continuo minuto dopo minuto su ogni piattaforma. Non risparmiandoci, com’è giusto che sia, dettagli impietosi e mode criminali che riemergono dal passato recente (la decapitazione in diretta, per esempio, cui non eravamo così abituati ad assistere da almeno un decennio).

Io sto con la sposa, che fin dal titolo nasconde una precisa volontà d’appartenenza non solo a qualcosa ma anche a qualcuno, è la cronistoria, familiare e amicale, ravvicinata e utopica, di un sogno irrealizzabile che eppure si materializza lasciandosi accogliere su uno schermo in cui immaginare è possibile, senza per questo limitarsi all’evasione priva di costrutto o al favolismo fine a se stesso: un attraversamento dei confini travestito da atto qualunque, una sofferenza che si fa (finalmente!) gioia contagiosa e vitale, anche nel dolore, anche nella confessione di vite dai tracciati biografici tutt’altro che rosei. Perché così dovrebbe essere, sempre e comunque, per chiunque.
Un gesto impudente, per certi versi radicale nel suo essere palesemente eversivo, quello dei tre registi, che però al di là della curiosità o della sorpresa che può generare nasconde al suo interno una forza dirompente, tanto simbolica quanto anarchica, che non è solo sfacciataggine ma è voglia di documentare il paradosso contemporaneo di chi, nel momento in cui decide di abbandonare il luogo in cui è nato e cresciuto, diventa solo un numero tra tanti o un punto all’ordine del giorno delle Nazioni Unite puntualmente bypassato.
Tale contraddizione, sulla bocca di tutti ma realmente prossima all’interesse di pochissimi, è sciolta dagli autori – almeno da loro, verrebbe da dire – con una risoluzione pragmatica, in cui chi sta dietro la macchina da presa invade il profilmico diventandone non solo parte attiva ma anche parte in causa. Un’operazione cinematograficamente interessante, certo, che mette in moto diverse idee e soluzioni riguardo al coinvolgimento di un regista in una storia, ma anche un’azione umanamente rilevante in cui gli autori si sono evidentemente messi in gioco non solo come registi ma ancor prima come uomini.

Non è certo questo il territorio più adeguato per stabilire priorità e tantomeno cosa venga prima tra l’umano e l’artefatto, tra il reale (o presunto tale) e il fittizio. Sta di fatto però che Io sto con la sposa intercetta la pienezza espressiva della fertilissima scena del documentario italiano odierno e la sua immediatezza, che spesso e volentieri parte proprio dai nuovi mezzi digitali per accogliere le urgenze dell’oggi e le tematiche sulle quali l’attualità è fondata, nel bene come nel male. Quello di Augugliaro, Soliman e Del Grande, che abbiamo avuto modo di vedere e apprezzare all’ultima Mostra di Venezia e che adesso sta girando l’Italia raccogliendo un po’ ovunque un diffuso successo, è un film in presa diretta che dà l’idea di essere transitorio e inafferrabile perché altrettanto inafferrabili e incomprensibili sono i vincoli giuridici che regolano il passaggio da uno Stato all’altro, volti ormai a stritolare il singolo e a schiacciarlo inesorabilmente. Ma lo sono anche, inevitabilmente, le certezze di tutti, sempre più sfuggenti e selezionate, destinate solo a quei pochissimi eletti che hanno la fortuna di non dover transitare nel mondo vero, quello che soffre e che si sporca ogni giorno. E di potersene chiamare fuori, facendo sì che il giudizio morale nei loro confronti venga silenziato e rimandato all’infinito.

Info
Il trailer di Io sto con la sposa su Youtube.
Il sito ufficiale di Io sto con la sposa.
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