Angels of Revolution

Angels of Revolution

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Aleksej Fedorchenko firma, con Angels of Revolution, uno straordinario spaccato dell’Unione Sovietica degli anni Trenta, nella quale scemava la spinta rivoluzionaria di Lenin e avanzava la dittatoriale omologazione di Stalin. Al Festival di Roma 2014.

Fate largo all’avanguardia

1934. C’è del marcio nel nord dell’Unione Sovietica. Gli sciamani di due popolazioni indigene, gli Ostiachi e i Nenci, non ne vogliono sapere di accettare la nuova ideologia. Per conciliare due culture lontane, sei artisti partono alla volta della Siberia, per raggiungere le foreste intorno al grande fiume Ob. Guidati da “Polina la Rivoluzionaria”, si ritrovano presi fra il martello della rivoluzione che ribolle come una bottiglia di sidro e la falce di un mondo dove cani alati, angeli burloni e patate a forma di cuore non ne vogliono sapere di adeguarsi ai dettami della nuova realtà. Senza contare che in giro ci sono ancora i fedeli dello zar che non gradiscono gli entusiasmi rivoluzionari degli artisti… [sinossi]
Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere,
e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza.
– Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin, 1922.
Il Partito non è un circolo di discussioni.
– Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin, 1931.

Se si dovesse cercare un punto di non ritorno nella degenerazione totale dello stalinismo – tra le più bieche e criminali rappresentazioni del potere statale del Novecento – lo si potrebbe forse rintracciare, prima ancora che nelle epurazioni interne al partito, nella cosiddetta “russificazione” dell’Unione Sovietica, teorizzata da Stalin già nel 1913 ne Il marxismo e la questione nazionale e poi tradotta in feroce realtà a partire dagli anni Trenta. Centinaia di popolazioni, milioni di esseri umani, vennero incanalati in una politica di omologazione culturale che non solo portava a paradossali e grottesche riletture dell’ideologia socialista e comunista, ma imponeva un accentramento del potere su Mosca che aboliva l’idea di “unione delle repubbliche socialiste” di leninista memoria per aprire nuovamente il fianco a quella Grande Madre Russia che era obiettivo non nascosto dello zarismo e sarebbe tornato di moda con la Russia di Vladimir Putin.
Proprio la critica senza appello alla russificazione, descritta con potenza cinematografica rara in Angels of Revolution (titolo internazionale in inglese scelto per sostituire l’originale Angely Revoluciji), trasforma il nuovo parto creativo di Aleksei Fedorchenko in una lettura tutt’altro che pacificata della Russia odierna; anche per questo appare sorprendente l’approvazione ottenuta dal film da parte del Ministero della Cultura russo.

Presentato in anteprima mondiale alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dove Fedorchenko è stato insignito del Marc’Aurelio del futuro, Angels of Revolution conferma il lavoro di ricerca del cineasta russo sulle popolazioni schiacciate dal peso di Mosca: era così per i Merya indagati in Silent Souls e per i Mari delle Pianure protagonisti dei ventitré racconti che componevano la splendente polifonia di Celestial Wives of Meadow Mari. Il discorso torna ancora più valido in Angels of Revolution, che si sposta indietro nel tempo fino al 1934 per raccontare l’imposizione della cultura stalinista sulle popolazioni degli Ostiachi (anche loro, come i Mari e i Merya, provenienti dal ceppo ugro-finnico) e dei Nenezi, costretti a vedere annullata la propria cultura sciamanica, a veder derisi i propri dei, a una vita stanziale laddove persisteva un’attitudine nomade, come per i Nenezi.
Fedorchenko non affronta però direttamente la rimozione di culture millenarie in nome di una nazione nuova e forte, a parte un’improvvisa e barbarica incursione nel finale, e preferisce lavorare ulteriormente di fino: i protagonisti di Angels of Revolution non sono infatti i burocrati di partito, e neanche i vertici militari, ma sei artisti, figli della spinta avanguardista voluta da Lenin nei primi anni dalla fine della Rivoluzione.

“Ve lo ricordate? È Lenin”, spiega Polina la Rivoluzionaria (la protagonista, ricalcata sulla figura di Polina Shneider e interpretata dalla brava Daria Ekamasova, già al lavoro con Fedorchenko in Celestial Wives of Meadow Mari) alle donne che hanno appena vinto una statuina del defunto padre della rivoluzione bolscevica; una frase che nasconde la nostalgia e la disillusione verso un sogno rivoluzionario finito in pezzi nel corso di pochi anni, sostituito dall’incubo stalinista.
I sei artisti che cercano di trovare un punto di contatti con le popolazioni locali utilizzano gli strumenti che gli sono consoni, e che sono quelli utopici di una nazione socialista, unione di repubbliche libere nel comunismo e grazie al comunismo: i suoni sono quelli prodotti con il theremin, le forme si adeguano al Suprematismo di Kazimir Malevič, le immagini seguono la scia tracciata da Sergej Ejzenštejn e Dziga Vertov.
Fedorchenko li fissa con lo sguardo addolcito, complice ma non per questo condiscendente che è lo stesso con cui mise in scena i protagonisti del mockumentary First on the Moon, a sua volta ambientato durante i primi anni di Stalin, quando ancora resisteva un sentimento realmente marxista destinato a soccombere però in breve tempo. Il fallimento cui vanno incontro Polina e i suoi sodali è quello di un’intera nazione, e Fedorchenko lo racconta con uno stile inventivo, ricco da un punto di vista figurativo quanto denso sotto il profilo narrativo. Una struttura non lineare che si muove come la fisarmonica più volte usata in scena, tra fughe in avanti e ritorni al passato. Angels of Revolution è il colpo al cuore di questa edizione del Festival di Roma, e si inserisce di prepotenza tra i film migliori visti durante il 2014.

Info
La scheda di Angels of Revolution sul sito del Festival di Roma.
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