Fino a qui tutto bene

Fino a qui tutto bene

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Commedia esistenziale auto-prodotta, libera e libertaria: Roan Johnson con Fino a qui tutto bene realizza un film privo di auto-censure e pieno di sincera vitalità, come raramente si vede nel nostro cinema. In Prospettive Italia al Festival di Roma.

Pasta col nulla per tutti

L’ultimo weekend di cinque ragazzi che hanno studiato e vissuto nella stessa casa, dove si sono consumati sughi scaduti e paste col nulla, lunghi scazzi e brevi amplessi… Ma adesso quel tempo di vita così acerbo, divertente e protetto, sta per finire ed è il momento di assumersi delle responsabilità. Chi rimanendo nella propria città, chi partendo per lavorare all’estero. [sinossi]

Anche se il nono Festival di Roma non si è ancora concluso, non temiamo smentite nel prevedere che Fino a qui tutto bene sarà il miglior film italiano presentato qui all’Auditorium e, in assoluto, tra i migliori ricordi di un’edizione tutt’altro che esaltante per la manifestazione diretta da Marco Müller al suo (forse) ultimo anno, anche se, va detto, la programmazione di questi ultimi giorni è stata superiore rispetto a quella d’inizio festival.
Dopo il discreto, seppur acerbo, I primi della lista, Roan Johnson compie un notevolissimo salto di qualità ritraendo ancora un ristretto gruppo di amici, ma liberandosi – come si sarebbe detto un tempo – di ogni tipo di sovrastruttura.
Fino a qui tutto bene è infatti innanzitutto un film completamente autarchico dal punto di vista produttivo, finanziato e sostenuto dalla troupe stessa, e nato a partire da una ricerca svolta da Roan Johnson all’università di Pisa. Si tratta di un esperimento a suo modo irripetibile che unisce lunga preparazione (le conversazioni fatte con gli studenti sono state poi ri-utilizzate e rivisitate da Johnson e dalla sua co-sceneggiatrice Ottavia Madeddu in fase di scrittura) e spontaneismo produttivo; così, l’insieme dei fattori ha prodotto un risultato capace di trasmettere uno spirito autenticamente libertario. Non solo, non si deve esitare a dire che da Fino a qui tutto bene traspare la gioia del fare cinema, una passione viscerale sempre più rara e che, ad esempio, è quasi sempre assente in altri tentativi simili e ugualmente autarchici. Nei casi, sempre più frequenti, in cui si è costretti a fare un film da soli, infatti, accade che la maggior parte delle volte si finisca per far trasparire da quei prodotti – anche involontariamente – un certo pauperismo, ma anche un sotterraneo risentimento – quando non addirittura un vittimismo – nei confronti del sistema cinematografico. Tanto che, anche quando questi film riescono miracolosamente a rosicchiare una fetta di pubblico e a far contenta parte della critica, le loro ambizioni risultano comunque troppo limitate e limitanti, nell’ottica secondo cui “l’importante era fare il film”.

Non va così, invece, per Fino a qui tutto bene, capace di ambire a ben altro che alla auto-consolatoria soddisfazione di ‘aver portato a casa’ il risultato. Sì, perché il secondo lungometraggio di Roan Johnson è un’opera di grande maturità che travalica agilmente anche la sotto-categoria delle commedie generazionali pseudo-mucciniane, così come l’ensemble giovanilistico alla Smetto quando voglio (che, pure, aveva compiuto un enorme passo in avanti rispetto alle commediacce da telefoni bianchi cui siamo stati costretti a convivere da un po’ di anni a questa parte). E questo accade perché il film di Roan Johnson è coerente in ogni suo aspetto e in ciascuna delle scelte fatte, sia stilistiche che di lavoro quotidiano.
Raccontando gli ultimi giorni da fuori-sede di un gruppo di ragazzi a Pisa, pronti a salutarsi forse per sempre, Johnson dà un taglio preciso al racconto, mescolando toni e situazioni che si muovono tra la calda accoglienza di un appartamento condiviso per anni dai cinque, al gelido horror vacui che li aspetta nel prossimo futuro e che in qualche modo già li attraversa (il suicidio dell’amico, il fallimento dell’esperienza teatrale, la fine di una storia d’amore di uno di loro con un’attrice poi diventata famosa). Sia il passato che il futuro però non sono in scena, ma traspirano dai personaggi, dal loro essere, dal loro modo di comportarsi, dai gesti quotidiani. Improntato dunque a un estremo realismo – sia di messa in scena (molto frequente è la macchina a mano) sia di racconto – Fino a qui tutto bene si sviluppa apparentemente senza progressione ma, anzi, con una dinamica quasi evenemenziale.
Detto ciò, allora non può non venire alla mente il cinema di John Cassavetes e, forse, in particolare Mariti, in cui il lutto è vanamente sublimato dalla superficialità più sboccata e pesa costantemente sulle spalle dei personaggi. D’altronde in film così non può non essere fondamentale l’apporto del cast e, infatti, in Fino a qui tutto bene è lecito finalmente assistere a delle performance attoriali straordinarie, lontane anni luce da quel che vediamo normalmente nel nostro cinema, ed è per questo che meritano di essere citati tutti e cinque gli attori protagonisti, ancora poco noti: Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia D’Amico, Guglielmo Favilla, Melissa Anna Bartolini (con l’aggiunta di Isabella Ragonese nei panni dell’attrice diventata famosa).
Si insinua, in realtà in questo elogio, un solo piccolo dubbio, vale a dire la forse eccessiva strutturazione della parte finale, probabilmente troppo simbolica, in cui si intravede una forzatura del racconto, sia pur leggera. Ma si tratta in fin dei conti di una sottigliezza, che non inficia per nulla il risultato complessivo (e poi, d’altronde, in qualche modo il film bisognava pur chiuderlo .

Ecco che allora questa esperienza garibaldina – così viene definita nei titoli di testa – questo blitz nel melmoso terreno del cinema italiano, porta un po’ di vitalità tanto da spingerci a sperare, forse illusoriamente, che anche i produttori comincino a rischiare qualcosa – e non solo i registi, gli attori, gli sceneggiatori, i musicisti, ecc. -, decidendo di fare affidamento a forze nuove invece che ancora e sempre ai soliti noti.

Info
Il sito del Festival Internazionale del Film di Roma.
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