Milionari

Milionari

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Maldestro tentativo di mafia movie partenopeo, con una sceneggiatura confusa e personaggi inesistenti. Alessandro Piva non riesce a tenere insieme i frammenti impazziti del suo nuovo film: Milionari, presentato al Festival di Roma 2014.

Indovina chi?

Ascesa e caduta di un clan criminale napoletano attraverso la storia di un giovane boss e della sua famiglia, scissa tra l’aspirazione a una vita borghese e le pulsioni profonde del potere e della sopraffazione. [sinossi]

“Il piano era una schifezza, ma poteva funzionare”. Questo sapido estratto dai dialoghi di Milionari, nuovo film di Alessandro Piva presentato al Festival di Roma 2014 contiene un amaro sotto-testo autoreferenziale. Mentre infatti da oltre una decade (almeno dal 2004, quando al Festival di Venezia fu presentata la retrospettiva Storia segreta del cinema italiano – Italian Kings of the B’s) si dibatte sulla possibile resurrezione del nostro cinema di genere (e con tale appellativo non si fa riferimento alla commedia, di quella ne abbiamo in abbondanza), i risultati non sono sempre dei migliori e di certo si distanziano da quelli dei grandi e oramai sdoganati autori del passato, da Di Leo a Margheriti, da Corbucci a Fulci, solo per citarne alcuni. Tuttavia in questa annata qualche timido segnale lo si è cominciato a percepire, e location d’elezione è stata Napoli, con il Vesuvio foriero di infausti auspici, il golfo e le sue romantiche vedute, la periferia degradata e attraversata dai traffici della malavita. Dopo il successo di Song’e Napule e l’uscita nella sale dell’interessante Take Five, tocca ora ad Alessandro Piva (La capagira, Mio cognato) affrontare una storia di ordinaria camorra post Gomorra e post-Gomorra – la serie, ma nel caso di Milionari, il risultato non è dei migliori.
Le ambizioni in compenso sono notevoli: mescolare saga familiare e criminale, come vuole la tradizione del miglior mafia movie. Per ravvivare un po’ questo basilare cliché narrativo, non c’è niente di meglio che aggiungerne un altro: far raccontare tutta la storia in flashback al protagonista, un elegante (il personaggio si fa chiamare Alendelon) Francesco Scianna in giacca e cravatta, testé rinchiuso in una cella di prigione e quivi intento a camminare fumando nervosamente. Il suo racconto in voice over accompagna l’intero film e parte dall’infanzia, ovvero dal momento fatale in cui, in compagnia dei suoi due fratelli, Alendelon si ritrova ad assistere al fulminante decesso per infarto del padre, un venditore ambulante di musicassette. Per i tre ragazzini non c’è altra scelta: se vogliono sopravvivere dignitosamente “devono” intraprendere la carriera criminale. Iniziano così a servire un anziano boss, fanno carriera, nel frattempo Scianna/Alendelon si sposa con Valentina Lodovini e si riproduce. Ma il binomio crimine/famiglia, si sa, non è destinato a durare a lungo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Alberto Cannavale e Giacomo Gensini, Milionari non riesce mai nemmeno di striscio ad accostarsi a quel melodramma criminale che si impone come modello. Principale imputata di questo fallimento è la sceneggiatura, confusa e ipertrofica, con personaggi che vanno e vengono, uccidono, tradiscono e poi muoiono senza nemmeno avere l’onore di una degna presentazione al cospetto dello spettatore. A tratti sembra di essere chiamati a giocare una partita a “Indovina chi?”, celebre gioco da tavola della Hasbro assai popolare negli anni ’80. Scorrono infatti sullo schermo volti e relativi nomi, alcuni piuttosto singolari e dunque facili da ricordare, me nessuno di essi si va mai a legare a personaggi con una qualsivoglia identità. Figurine bidimensionali vacanti in uno spazio non sempre ben cartografato, questi criminali da strapazzo finiscono per provocare non solo disaffezione nei confronti del film e dei suoi eventi, ma anche un certo disinteresse. L’unico ruolo degno di questo nome non è poi qui quello del nostro protagonista, bensì quello del subdolo Piraña incarnato dall’ottimo Salvatore Striano (Cesare deve morire): la sua presenza sullo schermo costituisce una notevole, seppur intermittente, boccata d’ossigeno.
Per il resto, Milionari pare affetto da un proliferare impazzito di “presenze” e situazioni, schegge di un mosaico del quale non si riesce mai a intravedere il disegno. Reticente su alcuni aspetti (non è dato sapere quali siano all’interno della gang le mansioni dei due fratelli di Alendelon, né quali le caratteristiche che dovrebbero distinguerli l’uno dall’altro), improvvisamente dettagliato su altri (una descrizione accurata e inopportuna di un gruppo di sedie del ‘600), il film procede a sbalzi e in questo non lo aiuta una certa frontalità della messinscena, specie nelle scene d’azione, con colpi che partono, relativi ventri perforati, poi una lenta caduta in terra della vittima, oppure la morte violenta di un ragazzino enfatizzata da una sontuosa, quanto esornativa contro-plongée.

Troppa fiducia è infine riposta nel grimaldello che dovrebbe risolvere tutti i problemi narrativi di questa aspirante saga criminale, ovvero la voice over del protagonista (Francesco Scianna), alla quale sono affidati i principali snodi narrativi del film, colpi di scena compresi. All’immagine così non resta molto da fare, solo mostrare ciò che è già stato detto, senza troppo riflettere sul ritmo con cui farlo. Se vogliamo davvero risollevare le sorti del nostro cinema di genere bisogna cominciare a pensare a un piano che “funzioni”.

INFO
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