I picari

I picari

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Mario Monicelli affrontò una vecchiaia artistica magari poco illuminata ma non per questo senza dignità o ambizione. Lo dimostra anche I picari, edito in dvd dalla CGHV.

In modi diversi gli anni Ottanta italiani travolsero un’intera generazione di autori. Come già si è avuto modo di dire da queste pagine riguardo altri registi a lui coetanei, anche Mario Monicelli si trovò ad affrontare l’ultima parte del suo percorso artistico con varie difficoltà: esaurimento della vena creativa, profondi mutamenti nell’assetto produttivo nazionale, una realtà sociale sempre più sfuggente e anche uno sguardo attardato e senile sia sotto il profilo narrativo sia strettamente cinematografico. La vecchiaia artistica di Monicelli fu comunque più dignitosa di quella di Dino Risi, che si concesse serenamente a basse pratiche da commedia para-televisiva. Monicelli conservò una classe diversa; nei suoi ultimi film ritroviamo ancora il suo tipico afflato da grande narratore, sia pure un po’ stanco e affannato, e una dimensione produttiva in qualche modo internazionale. A differenza di altri, Monicelli continuava a pensare in grande, si dedicava a progetti ambiziosi e di ampio respiro, che poi magari nei risultati di respiro non ne avevano quasi più, ma quantomeno l’ambizione restava.
Si è detto più volte che la generazione di autori della nostra commedia più classica si trovarono in grosse difficoltà a narrare una società radicalmente mutata dagli anni Settanta in poi. Monicelli non si tirò indietro, e sul nuovo aberrante assetto sociale dei nostri ’70 girò diverse opere, e anche una delle sue commedie più acide e agghiaccianti, Un borghese piccolo piccolo (1977), così come in pieni anni Ottanta realizzò il suo ultimo grande film, Speriamo che sia femmina (1986), che però significativamente degli anni Ottanta raccontava poco o nulla, chiudendosi in una dimensione narrativa autoreferenziale e fuori da coordinate sociali ben definite, idealizzando anzi un contesto agrario-patriarcale (o meglio, matriarcale) oltre le linee del tempo. Le stesse burle degli Amici miei sono una collezione di novelle a-temporali, riaggiornamenti della tradizione boccaccesca così tanto amata da Monicelli. Secondo tale linea di ragionamento, forse non è un caso che lungo tutti gli anni Ottanta Monicelli fugga nella maggior parte dei casi da racconti ambientati nella contemporaneità e torni a dare vita alla sua vena novellistica, affondata nella tradizione popolare, letteraria od orale. Mai come negli anni Ottanta Monicelli aveva girato così tanti film in costume, dedicati a leggendarie figure popolari (Il Marchese del Grillo, 1981), a miti letterari di vena contadina (Bertoldo Bertoldino e Cacasenno, 1984), o alla grande letteratura spagnola d’avventure e peripezie (I picari, 1988). Il comune denominatore è la burla, l’episodicità della novella popolare, la libertà esistenziale di chi si fa beffe o truffa il prossimo, e la ribalda cialtroneria dei protagonisti che rievocano direttamente la dimensione arruffata de L’armata Brancaleone (1966), opera assurta al mito e legata ormai indissolubilmente alla figura di Monicelli, anche se a ben vedere fino agli anni Ottanta l’autore non realizzò più un solo film in costume fondato sulla stessa mitologia comico-avventurosa del dittico di Brancaleone. Il ritorno a tali coordinate espressive negli anni Ottanta si fondò su uno schema ancor più collaudato, sorretto da ricche produzioni e cast di attori sempre prestigiosi. Gli esiti furono però molto altalenanti. Il Marchese del Grillo resta uno dei film migliori dell’ultima fase di carriera di Monicelli; I picari, riproposto adesso in dvd per Mustang Entertainment e CG Home Video, è probabilmente l’esito più stanco e sfiatato.

Di nuovo la fonte è nobile, forse la più nobile di tutte tra i suoi film in costume degli anni Ottanta. Nientemeno che il romanzo picaresco spagnolo di fine Cinquecento e Seicento, affine allo spirito monicelliano nella vena anarcoide, nel gusto dell’avventura maschile, della burla e del raggiro, nel dare totale libertà agli istinti più elementari: fame, sesso, denaro. Più che altrove emerge una volontà autoriale di mirare al kolossal comico-avventuroso, sontuosamente ambientato (per una delle ultime volte nel nostro cinema si vedono ricostruzioni sceniche di colossale portata: uno su tutti il galeone spagnolo da cui i due protagonisti riescono a fuggire), e costruito secondo la consueta struttura episodica dei film dell’autore. Un frammento dopo l’altro, un’avventura dopo l’altra, senza una netta e necessaria concatenazione narrativa dei fatti, in ossequio alla stessa tradizione letteraria a cui Monicelli si ispira. La novella boccaccesca è infatti per sua natura racconto breve, ma anche la letteratura picaresca spagnola, che punta più al formato lungo del romanzo, mostra una tendenza all’accumulazione di fatti ed eventi, con l’unico collante del protagonista eroicomico. I picari si muove secondo queste coordinate, raccontando di due truffatori perdigiorno nella Spagna di fine Cinquecento, che s’incontrano prigionieri su un galeone e si sostengono, si battibeccano, si tradiscono, si perdono e si ritrovano lungo una serie di avventure eterogenee. Il debito alla letteratura spagnola è dichiarato fin nel nome di uno dei due protagonisti (Lazarillo de Tormes è il protagonista di uno dei più importanti romanzi picareschi, rimasto anonimo), ma se sulla carta l’affinità tra Monicelli e tale letteratura sembrava immediata, nei fatti risulta assai stridente. Tutta la parte dedicata al vecchio hidalgo caduto in disgrazia (uno stanco e accademico Vittorio Gassman), avvitata intorno ai solenni concetti d’onore e cavalleria, suona di moneta falsa. Non è nelle corde di Monicelli, non risponde alla sua immortale tendenza alla sferzata crudele e dissacrante, e appare come un compitino diligentemente eseguito ma del tutto impersonale. Non a caso si tratta di una parentesi narrativa a se stante e pressoché aliena al resto del film, che altrettanto non casualmente trova i suoi momenti migliori quando Monicelli si riaffida alla cattiveria burlesca tutta da commedia all’italiana. Ovvero, il film mostra buoni momenti solo quando Monicelli tradisce platealmente lo spirito originario del romanzo picaresco per ritornare tra le braccia a lui più congeniali dello scherzo o situazione crudele.

Pur non avendo totale dimestichezza con le fonti letterarie di riferimento, dubitiamo che nella letteratura spagnola d’epoca trovassero posto episodi crudeli come il piccolo Giancarlo Giannini assunto per prendere schiaffoni da un precettore al posto di un intoccabile principino zuccone, o come ancora il piccolo Enrico Montesano oggetto di burle pazzesche da parte di un mendicante cieco (un fantastico e irriconoscibile Nino Manfredi), o come l’hidalgo Gassman che, morto di fame, si mette in fila due volte alla Messa per mangiare due ostie sacre. Così come il finale, crudelissimo ed esilarante, ricorda da vicino la fine spietata della famosa contorsionista di Amici miei Atto II chiusa dentro un baule. In pratica, I picari ha buoni momenti solo quando Monicelli torna a essere Monicelli, fregandosene della retorica picaresca e riallacciandosi alla propria produzione personale o comunque autoctona, senza curarsi nemmeno della coerenza filologica (nella Spagna di fine Cinquecento si sentono parlare tutti i dialetti italiani possibili). Ma è l’insieme del film che resta poco convincente, non ultimo sotto il profilo strettamente cinematografico. Se infatti l’ambizione è quella del kolossal comico-avventuroso, d’altro canto l’aspirazione alla grandezza spesso si alterna a sequenze girate al risparmio. Stilisticamente il film appare infatti un ibrido, che assembla sequenze di ampio respiro ad altre rapide e sciatte, quasi televisive (i primi due episodi, raccontati in flashback, puntano tutto sugli attori, con scelta di campi stretti e abbondanza di piani americani). Ma più di tutto emerge una stanchezza autoriale di fondo, un’opaca coscienza di ciò che si vuol fare del proprio film. E di certo I picari non è aiutato dai suoi due protagonisti: un Giancarlo Giannini costantemente sopra le righe, e un Enrico Montesano spesso fuori luogo, specie quando si trova alle prese con dialoghi troppo “d’epoca” a cui lui per primo sembra non credere mai. Probabilmente il film trova il suo episodio migliore con l’entrata in scena di Giuliana De Sio, malmostosa prostituta napoletana che fa andare ai pazzi i due protagonisti. Ma ciò avviene dopo un’ora e mezza di film, in cui si è assistito per lo più a stanche riproposizioni o a episodi insignificanti. In parte il cast proveniva dal precedente Speriamo che sia femmina (Giuliana De Sio, Bernard Blier, Paolo Hendel), film che aveva fortemente rinvigorito Monicelli sia per la sua riuscita sia per il grande successo di pubblico. In qualche modo il tentativo era anche quello di sfruttare parte del cast del film precedente per costruire un successo a traino, sorretto oltretutto dallo stesso lungimirante produttore, Giovanni Di Clemente. Ma rivisto oggi I picari fa l’effetto di un dinosauro spiaggiato. Un enorme relitto di un modo di fare cinema che sul finire degli anni Ottanta non riusciva più a trovare posto; il paese era cambiato, i gusti del pubblico pure, il miglior cinema giovane italiano stava andando stilisticamente e produttivamente da tutt’altra parte (Nanni Moretti, Gianni Amelio, Daniele Luchetti, Silvio Soldini, Carlo Mazzacurati, e tutti i “malincomici”), e gli autori delle generazioni precedenti finivano per apparire stanchi, ripetitivi, inevitabilmente condizionati da un paesaggio culturale in trasformazione. Se l’ispirazione di Monicelli fosse rimasta intatta, un film come I picari forse sarebbe risultato a oggi una testimonianza di “resistenza culturale”. Il problema però è che lo sguardo cinematografico, così acuto e penetrante negli anni precedenti, si era fatalmente appannato, e questo cinema, così puramente ludico e autoreferenziale ma impoverito nei mezzi espressivi, non aveva più un suo pubblico. Chi andava in brodo di giuggiole per le basse pratiche comiche molto in voga nei nostri anni Ottanta, lo trovava troppo impegnativo. Chi apprezzava le nuove tendenze in understatement di Moretti&C., lo trovava paludato, invecchiato, fuori tempo massimo, troppo compromesso con vecchie logiche industriali.
Curiosità: tra le comparse parlanti troviamo un giovane Claudio Bisio, già calvo, sobillatore di rivolte tra i prigionieri del galeone. Tra le comparse mute, un’altrettanto giovane Sabrina Ferilli, prostituta al soldo di suo padre, Bernard Blier.

Il dvd non contiene extra.

Info
La scheda de I picari sul sito della CGHV.

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