Tre tocchi

Tre tocchi

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Un racconto corale, maldestro e inverosimile, di come sbarcano il lunario alcuni giovani attori italiani. Con Tre tocchi Marco Risi dirige un film pretenzioso, che rasenta spesso il ridicolo non riuscendo a controllare l’eccesso delle situazioni, il maledettismo artificioso dei personaggi , condito da una recitazione poco naturale, sovraccarica di pathos.

Donne, è arrivato l’attorino!

Come diceva il filosofo Denis Diderot tre secoli fa, c’è un paradosso dietro la figura dell’attore, poiché siamo portati a pensare che le qualità fondamentali siano sensibilità e passione, quando in realtà è la razionalità, il controllo, a far sì che si che l’attore possa dosare queste emozioni e replicarle ogni volta viene richiesto. Una nozione che se recepita avrebbe senz’altro giovato all’ultima fatica di Marco Risi, Tre tocchi, dato che si narrano le vicende di sei attori alle prese con la vita di tutti i giorni e con le vicissitudini del loro mestiere. L’impressione è che Risi non sia riuscito a controllare proprio quest’impeto che agita il film, nato, secondo le parole del regista, dall’intento di raccontare storie di amici che conosce e frequenta, descrivere un ambiente ricco di aneddoti e di vita vissuta.

Nell’ultima fatica del regista de Il muro di gomma, presentata nella sezione Gala, non è fuori controllo solo la recitazione, ma anche lo script, che si compone di situazioni eccessive, scollegate fra loro, a lungo andare sempre più inverosimili. Eppure l’operazione sembrava essere pensata proprio per essere più aderente possibile al vero: i giovani attori giocano insieme al regista nella “nazionale attori”, mantengono anche i loro nomi di battesimo, ma non c’è complicità tra i protagonisti se non altamente artefatta, non è un film di amici girato con spirito divertito, non c’è quella freschezza che si avvertiva ad esempio nei film di Cassavetes – per citare un regista che preparava film per e con attori precisi – poiché poco appare improvvisato o naturale in Tre tocchi, nonostante gli interpreti incarnino sé stessi. Non si capisce se il problema della sceneggiatura sia stato il valutare l’attore come artista maledetto, bello e dannato, fatto sta che assistiamo a un’enfatizzazione continua della virilità con fidanzate trattate come oggetto, e addirittura il personaggio di Vincenzo, cantante e attore frustrato dalle delusioni lavorative, finisce per sfogarsi con lo stupro. Fanno invece da contraltare al machismo esibito continui elementi omoerotici: le docce negli spogliatoi, l’omosessualità latente del palestrato doppiatore Emiliano, il travestitismo a teatro del napoletano Leandro, lo spacciatore ballerino in calzamaglia, che sembra voler parodiare Romanzo Criminale. Ma il maledettismo diventa ancora più insistito e privo di senso quando Leandro si trova a fronteggiare la camorra (il boss è lo specialista Gianfranco Gallo, già camorrista ne I milionari e in Fortapàsc) per fatti passati che non vengono adeguatamente specificati, anch’essa situazione involontariamente parodistica.

Si può intuire che di ironia involontaria Tre tocchi dispensa non poche sequenze, ma in generale Risi si prende molto sul serio – se si eccettua qualche parentesi surreale ed effettivamente divertente – forse anche per colpa degli attori, che enfatizzano qualsiasi loro atteggiamento, ricordando in parte le voci perennemente ad alto volume dei film di Muccino, in cui però almeno c’è una giustificazione drammaturgica al pathos. Tre tocchi è in generale una gara a chi si supera in peggio tra regista, sceneggiatori (Risi, De Torrebruna, Frangipane) e attori, in cui il culmine è probabilmente l’Amleto recitato in accappatoio dopo una partita. E’ davvero questa la quotidianità degli attori? E’ forse un maldestro tentativo di fare poesia contemporanea, tra colto e popolare? Qualcuno potrà obiettare che il livello della recitazione è adeguato a quello effettivamente mediocre degli interpreti italiani, c’è quindi realismo e non si poteva chiedere di più. Un’obiezione a cui si può tranquillamente rispondere: ma allora perché farne un film così serio e pretenzioso? Dei presenti si salvano comunque il napoletano Leandro Amato e Massimiliano Benvenuto, i meno giovani, mentre davvero pessimi risultano Vincenzo De Michele e Antonio Folletto.

Di film che raccontano di attori nel nostro paese ne sono stati girati davvero pochi, vengono in mente opere indipendenti e interessanti come Riprendimi di Anna Negri, o altre molto più ricche di contenuti (ma sul mondo teatrale) come Teatri di guerra di Martone. Forse il motivo è che è davvero difficile rappresentare questo ambiente, forse perché in Italia per chi intraprende questa professione la grande fatica è riuscire concretamente a recitare, a lavorare con continuità tale da poter dire: “faccio l’attore”. Era una prova non semplice per Risi, che ha sbagliato senza dubbio l’approccio e conseguentemente ha anche peccato con una regia a tratti sciatta, a tratti artificiosamente adrenalinica, seguendo il ritmo esagitato dei suoi interpreti. Siamo davvero lontani dall’irriverente follia de L’ultimo capodanno, ma anche dall’impegno civile di film come Il muro di gomma o Mery per sempre.

INFO
Il sito dalla società di produzione e distribuzione di Tre tocchi.
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