Confusi e felici

Confusi e felici

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Pur con un Bisio al solito inadeguato e con uno spunto di partenza meno forte rispetto ai suoi due precedenti film, Massimiliano Bruno in Confusi e felici riesce a tenere le fila del discorso e a costruire una commedia corale divertente e, a tratti, persino spassosa.

Sì, cambiare…

Anche gli psicoanalisti possono cadere in depressione. Lo sa bene Marcello, psicoanalista cialtrone e cinico, che un giorno decide di chiudersi in casa e mollare tutto. Questo gesto estremo non viene accolto bene da Silvia, segretaria di Marcello, che raduna i pazienti di lui per cercare, tutti insieme, di farlo uscire dalla crisi… [sinossi]

Non esistono cattivi nel cinema di Massimiliano Bruno. Vi è infatti nei suoi primi tre film da regista – Nessuno mi può giudicare (2011), Viva l’Italia (2012) e Confusi e felici in sala dal 30 ottobre – un percorso di redenzione che impegna i suoi protagonisti fino a renderli degli uomini (e delle donne) migliori. Mentre, laddove vi sono dei personaggi irrimediabilmente negativi, o questi muoiono in maniera fulminante (l’incipit di Nessuno mi può giudicare) oppure vengono rappresentati come dei mostri inavvicinabili e non caratterizzabili (i leader politici di Viva l’Italia). Ne consegue che i personaggi descritti dal regista e attore romano sono sempre visti con un tratto di bonarietà, compresi e in qualche modo ‘assolti’ per le loro debolezze tipicamente umane.
In tal senso, appaiono per l’appunto centrali le caratterizzazioni dei protagonisti dei suoi film. Questi, partiti da un sentimento di egoismo nei confronti dell’Altro, ribaltano la loro prospettiva con la scoperta di un altro mondo, solidale e umanista, in cui solo attraverso la condivisione delle esperienze è possibile migliorarsi. Si tratta per certi aspetti di una prospettiva ingenua e volontaristica, secondo l’ottica per cui ‘se solo lo si volesse, il mondo potrebbe essere un posto migliore in cui vivere’; ma che allo stesso tempo segna in maniera estremamente precisa il debito che Bruno ha nei confronti della commedia anglosassone (e della rigida quanto funzionale strutturazione narrativa di questo modello, in cui l’eroe deve sempre percorrere una parabola positiva).
Se, infatti, nella commedia all’italiana il cinismo era tale dall’inizio alla fine o, anzi, l’umanità dei suoi personaggi peggiorava persino di grado, passando dalla fase dell’illusione a quella della disillusione (basti pensare a Una vita difficile o a C’eravamo tanto amati), Bruno opera in tal senso uno scarto dicendosi in qualche modo fiducioso non tanto sui destini dell’umanità, ma almeno su quello dei suoi personaggi.

Ecco che allora Confusi e felici – in modo più diretto di quanto non accadesse con i suoi due precedenti titoli da regista – Massimiliano Bruno ragiona proprio su quanto sia necessario ritrovare una propria ragion d’essere in relazione all’Altro.
Lo spunto fortemente esistenziale del suo nuovo film finisce però, per contrappasso, per rendere meno forte e meno progressivo lo spunto narrativo, che qui prende piede dalla crisi esistenziale – e non solo – del protagonista, un analista di mezza età. In Nessuno mi può giudicare e in Viva l’Italia il motore dell’azione era infatti molto più preciso, quasi chirurgico, e permetteva ai due film di procedere in modo consequenziale (la necessità di una vita da escort nel primo caso, la costrizione a dire solo la verità nel secondo). Qui invece le cose cambiano e si fanno – come da titolo – più ‘confuse’, quasi astratte, episodiche pur senza perdere il filo del discorso. Accade così che in Confusi e felici siano definitivamente al centro della scena i personaggi – e non la storia, e non il racconto – con le loro debolezze e con i loro gesti altruistici, con le loro vigliaccherie e le loro meschinità. Ne nasce un film corale – in modo più funzionale rispetto al passato – in cui trovano spazio una serie di caratteristi al loro meglio: lo stesso Massimiliano Bruno nel ruolo dell’autista d’autobus ‘ciccio’ e imbranato con le donne (caratterizzato con molta autoironia, soprattutto per quel che riguarda il suo essere sovrappeso), la coppia irresistibile rappresentata da Caterina Guzzanti e Pietro Sermonti, lo spacciatore interpretato da un Marco Giallini di nuovo in forma smagliante, un Rocco Papaleo telecronista sportivo affetto da improvvisi scatti d’ira e da sindrome anti-teutonica…
Ciascuno di questi personaggi – ad eccezione di Paola Minaccioni, la cui caratterizzazione pare meno riuscita – contribuisce a formare un ‘coro’ intorno a cui si muove la coppia protagonista, un coro in cui si rispecchia e si sottolinea il percorso verso cui tende il film: l’accettazione di se stessi con i propri limiti e i propri difetti.
Ma, in tutto questo, purtroppo, è proprio la coppia protagonista a far cilecca. E il peso del film, il fardello che finisce per abbassare di livello Confusi e felici, non viene tanto da Anna Foglietta – nei panni della segretaria dello psicoanalista – che, come al solito, riesce perfettamente ad essere in parte, quanto da Claudio Bisio che – nella parte del protagonista, l’analista in crisi – non ce la fa ad essere credibile.

Ritorna dunque, purtroppo anche in Confusi e felici, un problema endemico in tante commedie italiche degli ultimi anni, quello di essere costretti a vedere nei panni del protagonista un non-attore come Bisio, incapace di dare naturalezza alle sue battute e che finisce perciò per indebolire la portata complessiva dell’operazione. Sorta di emblema di quanto ormai la commedia cinematografica non possa evitare di essere debitrice – anche e soprattutto a livello di ‘gradimento’ del pubblico – della ‘commedia’ televisiva, Bisio continua a rappresentare il volto simbolo di questa stagione cinematografica, un volto di cui evidentemente non si riesce a fare a meno, ma che inesorabilmente smorza ogni ambizione (quanto sarebbe stato più efficace Gioele Dix che qui interpreta il piccolo ruolo del contro-analista?).

Nonostante Bisio e nonostante uno spunto narrativo più lasco rispetto al passato, Bruno costruisce comunque una commedia che riesce a divertire (ed è, a tratti, persino spassosa) e che conferma una regola ultimamente tenuta in scarsa considerazione, quella per cui la volgarità è l’anima della risata e la battuta scurrile si fa beffe del politicamente corretto (si parli di ‘negri’, di ciechi, di ciccioni e di quant’altro).
Se dunque Bruno, da un punto di vista strutturale e – per così dire – ideologico, si richiama alla commedia americana, nella costruzione delle debolezze dei personaggi e nell’architettura delle gag così come nello spirito dei dialoghi, resta tipicamente italiano – e, anzi, più precisamente romano. E in questo non si lascia sfuggire nulla, seguendo in maniera precisa tempi comici e scatologia in linea con la tradizione. Il che lo rende senza dubbio di gran lunga preferibile ad altri presunti commedianti coevi che inseguono la risata in base a un malinteso senso del comune pudore. I suoi personaggi dunque saranno pure confusi e felici, ma almeno non hanno peli sulla lingua.

Info
Il trailer di Confusi e felici.
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