Panni sporchi

Panni sporchi

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Per Mustang Entertainment arriva in dvd il penultimo film di Mario Monicelli, Panni sporchi. Opera ambiziosa e di minore riuscita, ma dal cast ricchissimo d’altri tempi e cattiveria sociale tutta monicelliana.

Fino all’ultimo Mario Monicelli è rimasto a suo modo coerente con se stesso. In un paesaggio culturale in trasformazione, con conseguenti ricadute su modalità produttive e stili cinematografici, si è conservato fedele a una propria idea di cinema, cercando di adeguarla progressivamente a nuove coordinate sociali ma confermandosi sempre legato a un’orgogliosa idea di alto artigianato. Certo non si può pretendere di trovare le sue cose migliori negli ultimi film che ha realizzato, foss’anche solo perché nel frattempo le maestranze erano cambiate, le attrezzature anche, e si erano affermate nuove vie espressive che, declinate da Monicelli, apparivano talvolta stridenti e artificiose.
In tal senso Panni sporchi (1999), suo penultimo film per il cinema, riproposto ora in dvd per Mustang Entertainment e CG Home Video, appare abbastanza indicativo nel suo aspetto visivo, che spesso tradisce un gusto da sitcom televisiva di gran lusso, tirata a lucido in colori primari quasi almodovariani, privi di chiaroscuri e zone d’ombra (effetti da attribuirsi a una nuova idea di fotografia, una fra le tante, che veniva affermandosi nel nostro cinema), mentre il tipo di narrazione, le prove attoriali, i caratteri richiesti agli attori vengono da molto lontano, ovvero dal gusto per la satira feroce di tanta nostra commedia tradizionale.

Vecchio e nuovo, insomma, che si stringono la mano (e più spesso si schiaffeggiano) incontrandosi nella personalità artistica di un autore che, fatta eccezione per l’epoca del muto, aveva attraversato tutte le fasi storiche del nostro cinema. Dopo gli anni Ottanta per lo più dedicati a commedie in costume, Monicelli era ritornato alla contemporaneità nel decennio successivo, prima con Parenti serpenti (1992), poi con Panni sporchi, che tuttavia imbastiscono con l’epoca a loro coeva due rapporti molto diversi.
Se il primo si teneva lontano da coordinate spazio-temporali ben precise, radicandosi in una Provincia Italiana interpretata come una sorta di assoluto culturale o “categoria dello spirito”, il secondo tenta di tornare alla cronaca e di riallacciarsi in modo stringente ai mutamenti in atto nel nostro paese alle prese con una nuova dimensione per la prima volta davvero sovranazionale ed europeistica. Da un lato Monicelli ritorna dunque alla grande tradizione della commedia italiana che racconta il suo tempo; dall’altro spinge più a fondo il pedale del grottesco, mettendo insieme una galleria di mostri sociali come da anni non si vedeva nel nostro cinema. Dal moralismo nero e tutto negativo tipicamente monicelliano stavolta non si salva nessuno, se non due figure saggiamente laterali di cui si parlerà più avanti.

Panni sporchi narra la progressiva autodistruzione di una famiglia d’industriali di provincia, i Razzi, che hanno accumulato una piccola grande fortuna, molto italiana, producendo una pastiglia digestiva a base di cicoria, e trasformandosi a poco a poco in una di quelle meschine dinastie di provincia stimate e lisciate dai concittadini come moderni feudatari. La storia prende l’avvio però quando la famiglia e la sua azienda si trovano agli inizi di una lenta e inesorabile decadenza, provocata da contrasti interni guidati da sete di potere e denaro, e soprattutto dalla totale incapacità di tenere il passo con un mercato che sta evolvendo rapidamente verso orizzonti ben più ampi della povera e ridicola Italietta.
I maggiori conflitti avverranno anzi in conseguenza dei goffi tentativi di adeguamento al nuovo panorama economico, ai nuovi mezzi di pubblicità e comunicazione, e anche a seguito degli sperperi sempre più folli per andare incontro a nuovi modelli di sinergia industriale (azienda e sport…) e status symbol. Così, tra l’acquisto di una squadra di pallavolo e un matrimonio a cui s’invita orgogliosi Gianni Morandi come ospite d’onore, fra strozzini ed emergenti albanesi narcotrafficanti, i Razzi si consumano e si sbranano a poco a poco per mezzo di tradimenti, rapacità incrociate e vendette. Una saga, un’epopea della mediocrità nazionale, in cui nessuno o quasi è all’altezza dei propri ambiziosissimi obiettivi. Una sorta di La caduta degli dei, ma riletto tramite l’arma del grottesco.

Il film, va detto, presenta enormi limiti e difetti. In quello scontro tra vecchio e nuovo di cui si parlava in precedenza, Monicelli si ritrova spesso strozzato e in difficoltà. Se infatti si avverte totalmente lo sforzo di adeguare il proprio cinema a nuove ere e nuove pratiche, d’altra parte certe chiusure d’inquadratura sono imbarazzanti, sorrette da battute di servizio del tutto infelici o, peggio, sigillate da bruschissimi tagli di montaggio. In più, forse per stringere i costi e i tempi di ripresa, dominano incontrastate riprese in interni dall’aspetto molto artificioso, mentre gli esterni sono rapidi e risolti poco brillantemente.
Si respira aria di set e di comparse mal dirette, come spesso accade nel cinema degli autori invecchiati. Anche sul piano strettamente narrativo Panni sporchi risulta sbilenco, animato da una smisurata ambizione che non trova però un’adeguata realizzazione.
L’idea di raccontare una saga familiare satirica, tutta fondata sulla mediocrità che finisce per distruggere se stessa, appare infatti molto felice e anche piuttosto originale, ma spesso Monicelli sembra non riuscire a padroneggiare totalmente l’infinità di personaggi e relative vicende messe in gioco, ritrovandosi più di una volta in qualche vicolo cieco narrativo.

A suo modo Panni sporchi mostra un’idea di coralità anche originale: nessuno è davvero il protagonista ma, a differenza dell’equidistanza alla Altman, Monicelli preferisce una sorta di passaggio del testimone da un personaggio all’altro. Coerentemente alla struttura da saga tragicomica, ogni successivo passaggio verso l’autodistruzione familiare avviene tramite l’intervento e il contributo di un personaggio dopo l’altro (basti vedere il vecchio patriarca rimbecillito Paolo Bonacelli, assoluto protagonista della prima mezz’ora, che però muore subito lasciando le responsabilità narrative ai suoi discendenti).
Tale originalità “macronarrativa” però non riesce a coprire sempre le falle dei singoli episodi, e la difficoltà a gestire un racconto così stratificato è evidenziata anche dalla confusa dimensione temporale della vicenda. In pratica, s’intuisce che il racconto copre un arco di tempo piuttosto ampio, ma il film non è capace di trasmetterne il fluire. Così, quando a metà film Alessandro Haber viene riaccolto in casa con una gran festa, a noi sembra che sia sparito dalla narrazione solo da una settimana o poco più.

Ciò detto, e senza voler fare i passatisti ad ogni costo, crediamo sia davvero difficile rintracciare nell’attuale neo-commedia italiana, tutta ad angoli smussati e conflitti inesistenti, lo stesso sguardo cinico, disincantato e feroce di un film sia pure minore come Panni sporchi. Soprattutto quel che manca alla commedia italiana dei nostri giorni è la capacità di raccontare un’epoca tramite i loro personaggi. Il più grande pregio di Panni sporchi risiede infatti nel non declamare o appiccicare nuove etichette aggiornate a figure umane generiche (come succede per l’appunto nei nostri anni), e nel legare intimamente una vicenda e i suoi personaggi al loro tempo.
Per tutto Panni sporchi non si sente una sola battuta che riecheggi direttamente l’attualità, non vi è mai lo sberleffo diretto a politici o imprenditori, strumento da facilissima satira ai limiti del sorriso indulgente. Sono i personaggi a esprimere una scala di valori e una serie di incrostati meccanismi socio-affettivi ormai inadeguati alla cosiddetta modernità a cui pure vorrebbero adattarsi. Ma poiché il loro background è inadeguato, espressione di un’Italia nata vecchia e immortale, il loro tentativo può essere solo destinato al fallimento. La bacchettata monicelliana, severa e intransigente, stavolta colpisce direttamente il DNA italiano, l’endemica incapacità nazionale di essere moderni senza finire nella ridicola imitazione, facendosi forte di personaggi che non declamano di appartenere a una classe sociale o a un modello di pensiero, ma semplicemente lo sono, lo mostrano, lo raccontano nel loro interagire.
Raramente si vede oggi una commedia italiana che vuol raccontare la contemporaneità senza che essa appaia come caduta dall’alto, appiccicata forzosamente sopra ai personaggi e ai loro dialoghi. Qui i personaggi vivono di quella contemporaneità, si scontrano in conseguenza di essa; l’ambiente e la storia muovono i loro pensieri, comportamenti e conflitti.

Il cast, infinito e ricchissimo, sembra un catalogo di una generazione d’attori italiani, che non a caso dopo Panni sporchi vedremo sempre meno al cinema. L’unico che ha un maggior rilievo narrativo rispetto agli altri è Michele Placido, sorta di orchestratore di sopra-le-righe, che si concede a sua volta un paio di esilaranti momenti d’isterismo. Oltre ai già citati Bonacelli e Haber, troviamo Mariangela Melato, Marina Confalone, Ornella Muti, e l’inaspettato ritorno al cinema di Gigi Proietti dopo molti anni. Anche in tal senso Monicelli perseguiva un’idea di grande produzione, in cui il prestigio del cast d’attori aveva un suo notevole rilievo. Magari poi non tutti venivano valorizzati a dovere (stesso difetto di Speriamo che sia femmina, in cui l’infornata di star ne lasciava qualcuna ai margini del racconto), ma quel che contava era la proposta di un cartellone ampio e coinvolgente per il pubblico.
Del resto, nell’ampiezza del cast Monicelli ritrova per Panni sporchi anche la possibilità di assegnare a qualcuno di loro un’interessante posizione angolare, depositaria di uno sguardo amaro e disilluso. È il caso dei personaggi di Proietti e della Muti, non a caso i due esclusi e “irregolari”, un gay e l’amante di un uomo sposato; per il primo il ruolo di “occhio umano” su un panorama desolante è più scoperto e declamato, mentre alla Bruna interpretata da Ornella Muti è riservato forse il momento più bello del film. Una brevissima inquadratura di lei, da sola, cacciata dalla camera da letto per paura di essere scoperti, che si rifugia nel corridoio di un albergo e con un fischio richiama il suo cane. È la solitudine di chi ha ancora uno sguardo onesto e morale sulla vita, quel che nell’Italia di Panni sporchi tutti sembrano avere smarrito.

Info
Il dvd non contiene extra
La scheda di Panni sporchi sul sito di CG Home Video

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