Maurilio Mangano, storia di un casting director

Maurilio Mangano, storia di un casting director

La figura professionale del casting director è ancora tenuta in scarsa considerazione nell’ambito del cinema italiano. La raccontiamo attraverso la carriera di Maurilio Mangano: dall’esordio con la serie TV Agrodolce alla candidatura ai Nastri d’Argento per Via Castellana Bandiera fino alla causa con i produttori di Più buio di mezzanotte.

In ambito cinematografico ci sono delle figure professionali di cui si parla poco o niente, relegate completamente ai margini. Una di queste è quella del casting director, che da quest’anno è stata riconosciuta come categoria da premiare ai Nastri d’Argento. Per un cinema, soprattutto quello italiano, che ha sempre tenuto in scarsa considerazione – quantomeno a livello mediatico – il cast tecnico, pur vantando un nobilissimo artigianato un tempo molto invidiato, si tratta forse di un piccolo passo in avanti, utile a ricordarci che un film è sempre – o quasi – un’opera collettiva.
Della prima cinquina di candidati al Nastro come miglior casting director – premio poi vinto da Pino Pellegrino per Allacciate le cinture – faceva parte anche Maurilio Mangano, in lizza insieme ad Anna Maria Sambucco per Via Castellana Bandiera.
Mangano, con cui abbiamo parlato via skype visto che attualmente viva e lavora a Tblisi, ha una competenza specifica, quella dello street casting, e – pur giovane (nato a Palermo nel 1980) – ha già lavorato per parecchi registi tra cui Marco Bechis, Pif ed Emma Dante. Il casting director è una figura relativamente nuova nel panorama del cinema italiano ed è ancora lontana dall’avere il dovuto riconoscimento istituzionale e contrattuale, come dimostra la causa intentata dallo stesso Mangano ai produttori di Più buio di mezzanotte, episodio di cui ci parla nell’intervista.
Ma l’incontro con Maurilio Mangano, che è anche documentarista, è stato anche un modo per tornare a parlare di Sicilia e di cinema siciliano, dopo le nostre interviste a Edoardo Morabito, regista di I fantasmi di San Berillo, e a Franco Maresco, ormai sorta di appartato nume tutelare per quei giovani registi – come, ad esempio, lo stesso Morabito, montatore di Maresco – che continuano a portare avanti un’idea di cinema indipendente in Sicilia. Con questa intervista, inoltre, intendiamo inaugurare una serie di contributi dedicati ai vari mestieri del cinema.

Qual è la storia del casting director nel cinema italiano?

Maurilio Mangano: In Italia per anni questo ruolo non è esistito, mentre all’estero sì. Per esempio negli Usa ha una storia lunga e ben definita. In passato nel nostro cinema il lavoro del casting director faceva parte di uno dei tanti compiti dell’aiuto-regista e ci sono ancora adesso degli aiuto-registi che sono dei validissimi casting director. Con gli anni Novanta, comunque, questa figura è cominciata a emergere anche nel nostro cinema. Rispetto all’aiuto-regista, il ruolo del casting director è ben distinto, anche come tempistica. Per esempio, quando in un film si decide di non usare attori già noti, ma si vogliono prendere o degli sconosciuti o degli attori presi dalla strada, allora inizia un lavoro che è completamente a sé e che prende un tempo anche abbastanza lungo. E l’aiuto-regista deve iniziare a preparare il film, quindi non può occuparsi anche di questo.

È curiosa questa cosa, che nel nostro cinema – storicamente fatto da attori presi dalla strada, almeno in un certa fase storica – sia mancata una figura come quella del casting director.

Maurilio Mangano: Sì, ma mica è tanto strano, anzi. Un tempo, visto che non c’era un approccio industriale – in realtà non c’è nemmeno ora, ma questo è un altro discorso – erano proprio i registi che prendevano i loro attori dalla strada. Penso a De Sica, a Germi o a Pasolini, ecc. Per esempio Pasolini andava al Pigneto e metteva nei suoi film delle persone che aveva incontrato lì. De Sica anche, li sceglieva direttamente lui, perché aveva un rapporto strettissimo con la realtà. E poi c’erano altri budget, c’era un’attenzione maggiore nei confronti del cinema e un regista aveva molto più tempo a disposizione per preparare un film. Adesso invece i tempi sono molto stretti, i budget sono ridotti e c’è bisogno di una figura che si muova autonomamente su questo campo per andare a trovare ciò che il regista vuole. Così, nel frattempo, il regista e l’aiuto-regista possono occuparsi di altri aspetti della lavorazione del film. Detto questo, il rapporto di un casting director con un regista deve essere strettissimo, quasi simbiotico.

Come mai secondo te la figura del casting director si è cominciata a sviluppare nel cinema italiano proprio nel corso degli anni Novanta?

Maurilio Mangano: Perché si è provato a proporre un modo nuovo e diverso di pensare il cinema. C’è stata una prova di industrializzazione del settore che in realtà non è mai arrivata al suo completamento. E c’è stata in quegli anni, in contemporanea, la volontà di alcuni casting – alcuni dei quali erano anche aiuto-registi – di proporre con maggior decisione la loro professionalità,. Era una necessità che hanno sentito proprio per il modo in cui si sviluppa questo lavoro, visto che i nostri tempi sono biblici. Infatti, di norma, noi cominciamo a lavorare circa tre mesi prima dell’inizio della lavorazione di un film. Poi, ovviamente, ogni casting director ha preferito a sua volta specializzarsi in certi aspetti del mestiere. Il mio settore specifico è per esempio quello dello street casting, vale a dire il lavoro con i non attori. Ed è una specializzazione diversa rispetto a quella di un casting più tradizionale. Comunque, dagli anni Novanta a oggi, sono stati fatti dei grandi passi in avanti. In tal senso la prima nostra grande vittoria è stata quella di veder riconosciuta la nostra categoria ai Nastri d’Argento. Si è trattato di una sorta di battesimo, visto che, per esempio, per tanti altri aspetti non veniamo ancora riconosciuti. Basti dire che all’Enpals siamo ancora considerati come degli aiuto-registi. Per tutti questi motivi abbiamo fondato nell’ottobre del 2013 una nostra associazione di categoria, la UICD [Unione Italiana Casting Director, n.d.r.], per regolamentare il nostro settore e darci un codice etico-professionale, oltre che regolamentare i nostri compensi secondo una retribuzione minima condivisa.

Tu come sei diventato casting director?

Maurilio Mangano: Il mio percorso è particolare, perché ho cominciato come attore teatrale. Mi sono diplomato a Palermo al Teatés di Michele Perriera. Poi per anni ho fatto produzione nel cinema, fino a quando in Sicilia non cominciò una serie TV che si chiamava Agrodolce e lì ci lavorava una bravissima casting director, Jorgelina Depetris. È la casting director di Soldini, di Guadagnino, di Olmi. Lei venne chiamata per questa serie in cui – in virtù di un accordo tra la Rai e la Regione Sicilia – era previsto che venissero formate delle specifiche figure professionali, quelle dei casting director per l’appunto. Quindi, pur lavorando, per mesi sono andato a scuola dalla Depetris, specializzata anche lei nello street casting. Quella sul set di Agrodolce fu un’esperienza molto interessante perché, pur trattandosi di una soap-opera, prevedeva come attori soprattutto dei non professionisti.. Non era pensata come Centovetrine, piuttosto si voleva dare una sorta di volto neorealista a una soap opera. Il tipo di apporto che mi veniva richiesto era quasi cinematografico e le modalità di ricerca degli attori erano esattamente quelle. Perciò ho cominciato così e quando la Depetris se n’è andata ho continuato per un po’ a fare il casting director di Agrodolce. Dopodiché ho deciso che volevo continuare a svolgere questa professione per il cinema.

Come funziona il lavoro di casting director?

Maurilio Mangano: Si tratta, ovviamente, soprattutto di un lavoro di ricerca. Poi, ognuno applica il suo metodo. E uno street casting lavora su un terreno molto differente rispetto a quello di un casting director più tradizionale. Per farti un esempio, mi è capitato di dover trovare due gemelli omozigoti di nove anni che sapessero recitare e che avessero un accento palermitano, o comunque siciliano. Quando ti trovi a dover fare una ricerca come questa non hai confini: entri nelle scuole, nei circoli delle mamme dei gemelli, conosci medici che hanno curato madri che hanno avuto parti gemellari. La possibilità di ricerca è potenzialmente infinita. Qualsiasi cosa può andare bene: un’informazione, un qualcosa per sentito dire, un amico con cui hai parlato anni prima. Detto ciò, le scuole sono il nostro campo privilegiato. Abbiamo delle agende in cui sono segnati i numeri di telefono di tutte le scuole e i numeri di telefono personali di tutti i presidi. Mettiamo poi che, a partire da una singola ricerca, faccio mille interviste; di queste, venti vanno a provino. E su venti provini forse ne propongo tre al regista. Inoltre, il tempo che serve per organizzare questo tipo di sistema – mediamente tre mesi – non mi permette di andare a cercare fuori da Palermo, soprattutto per motivi di budget. Anche se, quando è necessario, può capitare di doversi spostare. In ogni caso, per motivi etici, tendo a non far venire le persone da me, ma il contrario, e quindi l’intervista o il provino, se non c’è possibilità di vedersi fisicamente, al limite si fa sul web. Si può dire che il lavoro dello street casting ha delle similitudini con quello dell’investigatore. Si tratta in fin dei conti di una detection. Questo, sempre tenendo conto che il mio lavoro non è quello di cercare delle comparse o delle figurazioni speciali che hanno solo due battute. Mi occupo di ruoli, di gente che sia in grado di recitare. Poi, ad esempio, quando cerchi degli extra-comunitari – cinesi, africani, maghrebini, ecc. – devi essere tu a entrare nelle loro comunità, non serve mettersi a fare delle “ricerche guidate”, come andare in un centro di accoglienza, ecc. Fare così sarebbe limitante. Bisogna invece entrare direttamente in quelle comunità, farsi conoscere, imparare a parlare con loro, saper gestire le situazioni, con gente che magari non sa parlare l’italiano, ma che sai che può aiutarti perché ti aprirebbe tutta una serie di opportunità. Non ci si può limitare a scrivere un’e-mail o mettere un annuncio sul giornale, perché sai che non arriverebbe nessuno. Mi è capitato di andare a mangiare cuscus nelle bettole del centro storico di Palermo, perché cercavo una tipologia di africano che avesse delle caratteristiche ben precise, tribali, che avesse cioè le incisioni sul volto tipiche di alcune popolazioni, soprattutto ghanesi. Per trovare questa persona io sapevo che non potevo chiedere ai miei amici africani che stavano a Palermo, ma dovevo infilarmi in un altro tipo di comunità. Questa è una ricerca che ho fatto per Il segreto dell’acqua di Renato De Maria.

È questo l’aspetto del lavoro che ti piace di più? La ricerca della persona giusta che, in effetti, sembra molto simile a una detection? È un approccio che ti mette nella posizione di essere costantemente ricettivo verso l’Altro, un approccio che ti fa conoscere centinaia di persone diverse.

Maurilio Mangano: Lavorando con i non attori, sì, è proprio questo l’aspetto più affascinante. Ad esempio, in Via Castellana Bandiera era richiesto un tipo di realismo molto forte. Doveva essere quasi un film neo-realista, nonostante ci fossero poi degli elementi quasi da realismo magico, tipici di Emma Dante. Ma i personaggi, i ruoli che erano richiesti erano molto realistici. In questi casi, prima di tutto ti devi calare nel mondo del personaggio, poi inserirti nel mondo reale e trovare l’ambiente speculare a quello descritto nella sceneggiatura. A quel punto devi osservare e studiare la vita degli altri. Da lì devi provare a prendere qualcuno che pensi possa essere adatto, perché così ti è apparso nella vita reale. Può essere anche un abbaglio, però può darsi anche che si sia fatta la scelta giusta e che, portando questa persona nella camera asettica del provino, le sue caratteristiche finiscano per corrispondere a quello che serviva, permettendoti perciò di riportarti al punto di partenza, cioè alla sceneggiatura. Nonostante si lavori su film di finzione, il lavoro dello street casting comporta un costante movimento di entrata e uscita dalla realtà.

Tra le interviste e il provino che differenza c’è? Le domande le fate voi o le scegliete insieme al regista? Oppure lui viene con voi?

Maurilio Mangano: Quando per un film si cerca di avere il nome di un grande attore basta ovviamente contattare la sua agenzia. Ma quando si fa una ricerca, il discorso è diverso. Il regista, naturalmente, può avere le sue idee, e noi possiamo avere le nostre. Magari si parte da una selezione fotografica, si guardano i film già fatti dall’attore più o meno noto, oppure se l’attore è sconosciuto lo andiamo a vedere negli spettacoli teatrali, o ancora andiamo in strada. Dopodiché l’intervista serve a noi per vedere delle cose molto elementari: fisicità, presenza o meno di balbuzie e di tic particolari, modo di stare davanti alla camera. In certi casi si possono fare anche delle brevi improvvisazioni. Non chiedo mai comunque che mi si porti qualcosa di già fatto o di già preparato. È perfettamente inutile perché recitare una poesia o un monologo shakespeariano non ti aiuta certo ad approcciare un film, visto che al cinema la recitazione è più realistica. L’intervista perciò è il primo momento della scrematura. Successivamente vai dal regista e insieme ci si fa un’idea di quelli che possono essere i personaggi più interessanti. Dopodiché si fanno i provini in base alle persone che si sono selezionate e questi li facciamo noi ancora senza il regista. Su dieci persone può darsi che siano tre che potrebbero funzionare. A quel punto si passa a una fase successiva che è il provino con il regista, provino che eventualmente può dirigere lui. Può capitare anche che il regista in questo momento chieda delle cose in più ai ‘provinati’. Quindi, il regista può valersi del call back, vale a dire che richiama gli attori e li prova con un’altra scena, magari più complessa. Si può essere richiamati con un minimo di trucco, oppure si può decidere di inserire degli elementi reali, come ad esempio fare dei provini in esterni, o insieme ad altri attori. Ad esempio, in Via Castellana Bandiera c’era Alba Rohrwacher che era già stata scelta e si è deciso di provare altre attrici insieme a lei, prima di far cadere la scelta su Emma Dante. O, ancora, per La mafia uccide solo d’estate, si sono provati tutti i bambini insieme, per trovare l’incastro giusto dei quattro bambini protagonisti.

Quindi anche Emma Dante per il suo film ha fatto il provino? Come mai?

Maurilio Mangano: Voleva vedersi proprio perché il personaggio che interpreta nel film ha molto di Emma Dante, è molto autobiografico, pur avendo anche tutta una parte di finzione. Perciò ha chiesto una valutazione sia a noi del casting sia ai produttori, la Vivo Film e la Wild Side, perché poteva anche non funzionare. Successivamente ha voluto rivedersi in video insieme ad Alba. Era la sua prima regia e dunque voleva essere sicura.

Capita spesso di leggere di grandissimi attori, anche a Hollywood, che hanno fatto un provino prima di essere presi per un ruolo. La cosa mi ha sempre un po’ stupito.

Maurilio Mangano: In realtà non è per niente strana questa cosa. Certo, dipende anche dall’importanza del regista, perché non puoi scomodare qualsiasi attore, semplicemente per fare un provino. Ma, tornando al cinema italiano, ricordo che, quando ero assistente per un film di Soldini, Luca Zingaretti chiese lui stesso di fare un provino. Questo perché si può avere l’idea che un certo attore sia adatto per un certo ruolo, ma finché non lo provi non ne puoi essere certo. Magari sono previste determinate sfaccettature che non si addicono all’attore in questione. Oppure c’è qualcosa che non torna, un eccesso di fisicità per esempio. E anche per gli stessi attori è un bene fare così. Se un attore che viene preso per il nome che ha e perché ha sempre funzionato e poi entra in un film il cui ruolo non gli si addice al cento per cento, può essere dannoso anche per lui. Certo, fare un provino comporta uno stress emotivo, soprattutto se sei un grande nome. Ma, ovviamente, può essere anche uno stimolo. Anche perché in questi casi puoi avere la possibilità – prima ancora di avere in piedi tutta la macchina-cinema – di provare delle cose diverse e quindi sia il regista sia l’attore hanno un piccolo spazio per improvvisare.

Permettimi una domanda cattiva. Perché gli attori italiani finiscono sempre per fare gli stessi ruoli? Cioè Accorsi è sempre Accorsi, la Bruni Tedeschi viene usata sempre allo stesso modo, Margherita Buy anche. Ricordo, per inciso, che una volta ho intervistato Margherita Buy e lei mi disse di essere stata molto felice di aver fatto la parte del poliziotto “carpenteriano” in Il siero della vanità e che le sarebbe piaciuto molto fare altri noir. E, invece, ovviamente, niente. Non dico che in tutto questo c’entriate voi casting director, ma immagino tu ti sia fatto un’idea su questo aspetto.

Maurilio Mangano: Forse non sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda, però devo dire che ho l’impressione che il cinema italiano, quello non indipendente, quello distribuito, per intenderci, viva costantemente nella paura e spesso nell’autocommiserazione. E questa frustrazione tocca tutti i suoi aspetti. Mi è capitato di vedere sceneggiature brutalmente amputate per motivi di “fruibilità” e cast in cui alcune decisioni erano d’obbligo. Se un tema tira, se un attore funziona, perché rischiare di perdere anche quel minimo di speranze ai botteghini? Il produttore che decide di rischiare lo deve fare consapevole del fatto che probabilmente non otterrà il finanziamento giusto o la distribuzione. Certo, non è sempre così. Un esempio è Salvo di Piazza e Grassadonia. Un film che ha rischiato tantissimo, anche di non partire, perché poco ortodosso, poco masticabile, con attori protagonisti sconosciuti. Eppure tutti sappiamo cosa è venuto fuori da quel film. È magnifico vedere Luigi Lo Cascio in quell’insolita veste per lui, accompagnato da una bravissima Giuditta Perriera che, nonostante gli anni di carriera teatrale alle spalle, non aveva mai avuto tanto spazio in un film. Mi metto nei panni dei produttori a volte, ma mi rendo conto che è il cane che si morde la coda. Perché, anche per l’attore, la paura di restare incastonato in una tipologia di personaggio ne riduce le performance e le capacità iniziali. Eppure non riesco a dare colpe a nessuno, è il sistema cinema che andrebbe ripensato da zero, smettendo di fare le grandi distinzioni tra “cinepanettone” e film d’essai, ma provando a creare da capo ciò che non abbiamo mai avuto: un’industria cinematografica funzionante e non ad esempio la commedia “per forza” perché è quella che fa qualche numero al botteghino e così fa respirare le produzioni. È lapalissiano in questo senso Belluscone, una storia siciliana, capolavoro di Franco Maresco, che per autofinanziarsi vende locandine autografate. Molto romantico, cinematograficamente parlando, ma secondo me mortificante per chi ci ha lavorato. Il cinema non può essere volontariato, il cinema è una macchina che crea sogni e, se la macchina non è oliata in tutti gli ingranaggi, sarà una macchina con la quale ci si potrà fare soltanto il giro la domenica per poi riportarla in garage.

Detto questo, mi pare di capire che per un casting director, saper gestire la recitazione è fondamentale.

Maurilio Mangano: Sì, è vero. Quando hai a che fare con i non attori, se non sei bravo a dirigerli, puoi inficiare il risultato del provino, togliendo chance a un potenziale protagonista del film. A volte, dobbiamo conoscere le tecniche di recitazione meglio degli attori stessi e dobbiamo saperne riconoscere subito limiti e pregi. Ad esempio, può capitare che un attore, con dei limiti enormi, possa comunque essere perfetto per un ruolo piccolo. Perché magari ha delle caratteristiche, se vuoi anche dei cliché recitativi, che però possono essere sfruttati una volta che vengono resi su un piano naturalistico. Questo comporta che si debba studiare costantemente. Ci sono per esempio dei casting che non dirigono i provini, mettono la camera e basta. Magari sono bravissimi nella valutazione, ma non lavorano ad esempio con i bambini. I bambini copiano tutto, hanno una capacità di recitare che è pazzesca. Ma sei tu che li dirigi e loro giocano con te, tu sei la spalla. Gli devi dare le battute e se non li aiuti a entrare nella dimensione ludica – che poi è la base della recitazione mimetica – non riusciranno mai, ti reciteranno la poesia della scuola. Perché nel momento in cui il bambino gioca a guardie e ladri, nella sua immaginazione, lui è veramente un poliziotto e il ladro è veramente un ladro. E questa cosa la devi conoscere in te prima di tutto, devi riuscire a scovarla dal bambino e farla emergere. Devi sapere anche quando non puoi spingere troppo con un attore, con ogni tipo d’attore, dal trombone amatoriale che per sessant’anni ha fatto gli spettacolini di cabaret nel teatrino, a quello bravissimo, appena uscito dalle accademie. Poi, per fare questo lavoro al meglio, sarebbe necessario un costante censimento degli attori che escono dalle accademie, per poterli aiutare a inserirsi subito, ma purtroppo è praticamente impossibile perché le scuole sono tante e spesso non è possibile pagare un assistente per farlo. Bisogna poi vedersi tantissimi film, anche vecchi, anche non italiani. Per esempio, mentre facevo le fiction italiane, mi vedevo le serie TV americane. Non c’entravano nulla dal punto di vista produttivo, ma magari servivano per dare suggerimenti su ruoli piccoli. E così è stato, spesso. Poi magari la fiction è brutta, ma almeno sono riuscito a trovare quella certa faccia perfetta per quel certo ruolo. Ma forse la cosa più importante, almeno per me che faccio lo street casting, è valutare ogni volto, ogni situazione che mi passa davanti in strada, o al ristorante, ovunque. Perché, va ricordato che chiunque è un potenziale attore.

Da quest’anno esiste la categoria del casting director ai Nastri d’Argento e, subito, sei stato candidato. Come è andata questa vicenda?

Maurilio Mangano: È stato bellissimo, al di là della candidatura in sé. È stata una battaglia lunga in cui ogni casting director ha portato delle firme per sottoscrivere un appello con cui si chiedeva l’istituzione di questa categoria. Un appello che è stato mandato alla commissione dei Nastri d’Argento e che è stato firmato praticamente da tutti: Sorrentino, Garrone, Verdone, Soldini, ecc. Questo perché ormai tutti i registi hanno i loro casting director con cui collaborano costantemente.

Avete provato a fare la stessa cosa con i David?

Maurilio Mangano: Si sta provando. È una cosa che bisognerà fare con tutte le istituzioni fondamentali. Ma questa è stata comunque una cosa bella perché intanto è stato fatto un passo ed è stato anche un riconoscimento per la nostra associazione, la UICD. Siamo circa settanta casting director ad aver formato la UICD e tutti abbiamo un’etica condivisa, quella di rispettare le stesse regole, di non sfruttare le persone che vengono chiamate a provino, dare delle garanzie, ecc. Poi, purtroppo, capitano cose come quella che è successa a me per Più buio di mezzanotte e quando capitano cose così ti passa la voglia di fare questo lavoro, anzi ti passa proprio la voglia di lavorare nel cinema, in questo sistema cinematografico italiano.

Cos’è successo per Più buio di mezzanotte?

Maurilio Mangano: È successo che degli amici comuni mi hanno chiesto di lavorare per questo film, il cui progetto nasceva più di tre anni fa. Il regista, Sebastiano Riso, che è una bravissima persona, aveva questa sceneggiatura molto bella, ma mancava l’attore protagonista, non si riusciva a trovare. Sono stato chiamato da registi, amici scenografi, ecc. e tutti mi dicevano: c’è questo regista esordiente che ha una bella storia ma non riesce a trovare il suo attore. Visto che io sono molto spericolato nel mio lavoro di street casting e mi butto sempre a trovare l’impossibile, mi hanno messo in comunicazione con Sebastiano. Lui cercava un giovane transessuale di quindici anni, non un ragazzo vagamente femmineo, o quantomeno androgino. Quando ho incontrato Sebastiano Riso, aveva solo due settimane di tempo per trovare il protagonista. Per motivi di produzione con la Rai e per varie richieste che avrebbero permesso di sbloccare i finanziamenti, doveva dimostrare di avere questo ragazzo. Si era affidato a un capogruppo di Catania, i Cori, che non conosco molto bene perché loro sono di Catania, e Palermo e Catania sono due mondi a parte. Comunque, loro non erano riusciti a trovare nulla…

Aspetta, qual è la differenza tra un capogruppo e un casting director?

Maurilio Mangano: I capogruppi si occupano delle comparse, più in alcuni casi – insieme ai location manager – dei mezzi di scena. Per esempio, servono 50 comparse in una strada e loro, su richiesta del location manager, trovano 50 comparse munite di macchina. Così paghi meno, trovi la comparsa e il mezzo di scena. Per il mio ruolo di street casting, se non dicono almeno sei battute, non sono attori e non mi riguarda.

Quindi, dicevi che ti sei trovato a dover cercare questo ragazzino per Più buio di mezzanotte

Maurilio Mangano: Sì, Sebastiano aveva bisogno dell’attore protagonista due mesi prima che il film venisse girato, perché per l’appunto gli serviva per sbloccare tutta una serie di finanziamenti. E, sostanzialmente, aveva solo due settimane per trovarlo . Avevo quindi pochissimo tempo e avevo bisogno di due persone che lavorassero con me, per lanciarsi in questa ricerca tutt’altro che facile. Ho chiesto perciò una cifra, mi sono scritto via mail con il produttore del film, Saraceni di Idea Cinema, poi ho parlato con l’organizzatore della produzione che all’epoca era Beppe Serra. Lui ha cominciato a dirmi che non c’era un soldo. Ho chiesto allora una cifra minima – all’epoca ancora non c’era la UICD e quindi ognuno faceva di testa sua – e alla fine ci siamo accordati per 3500 euro da dividere in tre, vale a dire io e i miei due assistenti. Con quei soldi mi si chiede di trovare anche gli attori secondari. E ci accordiamo su questo.

Senza contratto?

Maurilio Mangano: Sì, senza contratto. Qui infatti vanno aggiunte due questioni che hanno a che vedere con questa faccenda e cioè il ruolo del casting director e il modo in cui viene considerato il lavoro in Sicilia. Quando il casting director comincia a lavorare ancora non c’è neanche il direttore di produzione. C’è magari soltanto l’organizzatore o addirittura, alcune volte, ancora non è stato deciso nemmeno lui. E in questa fase può capitare che il film si fermi, anche se tu hai lavorato per settimane. Una piccola società come la Tandem Film, ad esempio, era al lavoro su un progetto e mi avevano chiamato; ci ho lavorato, poi il film non è partito, ma mi hanno pagato lo stesso. Può capitare, tra l’altro, che se il film non parte non vieni pagato. Ma a me è capitato di peggio, perché poi Più buio di mezzanotte è andato addirittura a Cannes. Inoltre, c’è da fare il discorso relativo alla Sicilia. Purtroppo vale la regola del produttore romano che, una volta che viene in Sicilia, paga sempre meno, come se si andasse in un paese dell’Est. C’è questo uso della doppia paga, del doppio cartello, per cui il romano va nel credit di testa e il siciliano diventa casting Sicilia, anche se il film magari è ambientato quasi tutto da noi. Non solo, visto che normalmente le produzioni sono a Roma, si spostano tutti quanti solo nel momento in cui si comincia a girare. E che cosa succede così? Che la cosa classica che ti dicono è: il contratto te lo faccio firmare più avanti, non appena scende la produzione. Nel caso di Più buio di mezzanotte, visto che c’era stata questa contrattazione con Beppe Serra, ho cominciato a chiedere subito il mio contratto. Ma, nel frattempo, non potevo lasciare il regista in mezzo ai casini e quindi ho iniziato a lavorare. Ad un certo punto, però, ho cominciato a lamentarmi anche con Sebastiano, dicendogli: io ti faccio mille proposte, ma di soldi con Idea Cinema ancora non sono riuscito a parlare. Insomma, fatto sta che riesco a trovare il ragazzino protagonista, Davide Capone, senza avere uno straccio di contratto. Quindi lavoro praticamente in nero, sulla fiducia di Beppe Serra, ma Beppe Serra ad un certo punto viene fatto fuori o si fa fuori da solo, non lo so. Nel frattempo il ragazzino era stato provinato, scelto, deciso; tutto era stato concluso. Quindi il mio lavoro era praticamente finito, ma io restavo senza niente. Quando sono cominciate le riprese, ho cominciato a telefonare, dicendo: ma la mia situazione quand’è che la risolvete?

Ma i personaggi secondari poi li avevi trovati?

Maurilio Mangano: No, perché ad un certo punto, quando c’era ancora Beppe Serra e dopo aver preso il protagonista, gli ho scritto che se non mi facevano il contratto io mi fermavo. Io e altre due persone abbiamo lavorato giorno e notte, cercando ovunque… Ad un certo punto arriva il nuovo organizzatore Emanuele Lomiry, che mi dice: ti voglio saldare il conto, abbiamo per te mille euro lordi. Mille euro che avremmo dovuto dividere in tre! E, come scusa di questo abbassamento di retribuzione, mi si diceva che non avevo fatto gli attori secondari. Ma io per quelli, oltre ad aver avvertito Beppe Serra, avevo fatto delle proposte, le avevo anche fatte vedere a Sebastiano, ma avevo avvertito che non avrei chiuso quei ruoli senza una qualche forma di garanzia. Alla fine su questa faccenda ho lavorato non solo due settimane, ma quasi tre mesi, perché nel frattempo ho dovuto seguire degli atti legali relativi alla partecipazione di Davide Capone al film. Insomma, Idea Cinema che è stata finanziata dal Mibact e dalla Regione Sicilia, ha fatto lavorare tre persone in nero, per giunta proponendo una paga ben al di sotto del minimo. Una paga che per noi casting director, visto che non siamo riconosciuti come categoria, va equiparata a quella degli aiuto-registi. Quindi, ho rifiutato.

E a quel punto che è successo?

Maurilio Mangano: Che ho scritto a tutti quanti, ai produttori, all’ex organizzatore generale e al nuovo, ecc. Gli ho scritto dicendo che ci eravamo accordati per 3500 euro. Non mi hanno risposto più. Sebastiano all’inizio ha provato a mettersi in mezzo, ma loro l’hanno fermato. Poi so che nelle prime copie il mio nome ancora c’era, ma nel momento in cui sono stati presi al Festival di Cannes, lo hanno tolto. A quel punto ho deciso di fargli causa e uno dei testimoni a mio favore è proprio la madre di Davide Capone, con cui sono rimasto in ottimi rapporti.

Davide Capone è di Palermo e non di Catania, mentre il film è ambientato a Catania. Non è che qualcuno è rimasto insoddisfatto per questo, per esempio il regista? E poi, è proprio il tipo di figura che immaginava lui?

Maurilio Mangano: Sì, l’accento di Catania è completamente diverso da quello di Palermo. Ma in un certo tipo di ambiente, l’accento in qualche modo lo amalgami e diventa un generico accento meridionale. Per il protagonista di Più buio di mezzanotte non era un problema, perché aveva un modo di parlare più delicato, meno marcato dal punto di vista dialettale. Mentre per le figure secondarie invece sì, servivano degli attori che parlassero in modo più spinto, da marchettari e quindi l’accento catanese serviva. E poi per il punto in cui si era, visto che c’era una fretta estrema, il protagonista andava bene anche se era milanese. E Davide Capone era proprio quello che cercava Sebastiano Riso, con quella precisa sensibilità e con quel modo di vestirsi, dai leggins e alle magliette comprate da H&M. Sebastiano era entusiasta, tanto che l’ha scelto il giorno stesso in cui abbiamo fatto il provino. Non appena Davide è andato via, Sebastiano ha scritto una e-mail ai produttori per dirgli che avevamo trovato il protagonista. Ho provato anche a dirgli di fare un call back per vedere nel dettaglio come recitava e invece no, gli andava già bene. E anche Davide Capone si è riconosciuto immediatamente nel personaggio, dal rapporto con la sessualità a quello difficoltoso con il padre. Quando ha letto la sceneggiatura, ha detto: sono io. Tra l’altro, era la prima volta che trovavo un protagonista assoluto che reggeva tutto il film e, per di più, così giovane. Era la prima volta, inoltre, che avevo un attore protagonista che andava a Cannes. Più buio di mezzanotte insomma doveva rappresentare uno degli apici della mia carriera. E invece è andata così, che non mi hanno riconosciuto nemmeno il ruolo, laddove il mio lavoro con Sebastiano Riso è stato costante e continuo. Ovviamente i produttori, nel momento in cui hanno saputo che andavano a Cannes, mi hanno tagliato fuori dal progetto, onde evitare – in caso di controlli – che una persona risultasse nei titoli pur non essendo stata pagata. Dopo una batosta così, ho persino deciso di sospendere temporaneamente il mio lavoro da casting director. È stata una cosa davvero mortificante, umiliante. Una cosa che ha umiliato me e tutta una categoria professionale. A questo punto ho deciso, oltre che di portare in tribunale Idea Cinema, di riprendere il filo del mio lavoro d’autore, perché almeno se devo prendere delle batoste, le prendo solo io senza coinvolgere altre persone.

Hai realizzato già qualcosa?

Maurilio Mangano: Sì, un film che si intitola Internat, un documentario che parla di profughi, degli abitanti di una regione della Georgia, l’Abcasia, che negli anni ’90 – dopo la guerra civile – sono stati cacciati dal loro paese, dalla loro terra, e hanno ricostruito angoli di Abcasia in altre regioni della Georgia, nei posti più impensati: scuole abbandonate, ex edifici pubblici, ospedali, alberghi, ecc. E ancora vivono in edifici occupati, continuando a vedere la terra abcasa come terra promessa. Mi sono appassionato molto a questo lavoro e alla Georgia, finendo per scoprire delle cose molto interessanti, come ad esempio la profonda conoscenza che hanno qui di Tonino Guerra. Da queste parti lui è venerato come se fosse, per noi, il corrispettivo di Pasolini. Anche i ventenni sanno chi è, mentre in Italia lo conoscono al massimo per la pubblicità della Trony. Lui è stato a lungo in Georgia, non solo per lavorare sulle sceneggiature dei film di Tarkovskij e di Parajanov, ma anche perché era entrato a stretto contatto con la gente del posto, cui si faceva raccontare le leggende, le mitologie popolari. E io mi sono lasciato trasportare da questo parallelismo. Non voglio paragonarmi a Tonino Guerra, non scherziamo. Però lui era venuto qui insieme a Parajanov, anche per dimenticare l’ambiente cinematografaro romano e ha scritto su questo un libro bellissimo che si chiama “La pioggia tiepida”, in cui ha raccontato la sua avventura. Si perdeva in questo mondo magico che è il Caucaso e una cosa simile è capitata a me. Anche se, rispetto a quel mondo vissuto da lui, che era avvolto ancora in una atmosfera da realismo magico, le cose purtroppo sono cambiate. Ora, dopo che ci sono state ben due guerre civili, quel realismo magico è quasi allucinato, si vive un’atmosfera da post-Unione Sovietica.

Quindi stai lavorando a un film su Tonino Guerra?

Maurilio Mangano: Sì, su di lui e su Rezo Tabukashvili, che era una sorta di Werner Herzog del Caucaso. Questo regista era un avventuriero che girava il mondo in cerca di pezzi di Georgia, di eroi dimenticati. E questa ricerca l’ha portato in Italia, aiutato proprio da Tonino Guerra, che per esempio gli diceva: “Ho visto una targa sulle Dolomiti dedicata a un famoso alpinista georgiano, potresti andare lì e girarci un film”. E lui prendeva, con un solo operatore, e camminava verso le Dolomiti. Andava ovunque. O ancora, Tabukashvili ha ritrovato l’archivio fotografico di Vittorio Sella – per capirci il fondatore della Banca Sella – un archivio che era buttato in un angolo degli uffici del comune di Padova. Ed erano delle foto tutte dedicate al Caucaso del Nord. Le comprò per due lire, le ricatalogò e ne fece un documentario. Si faceva regalare persino le tombe degli eroi georgiani vissuti nell’Ottocento, che magari trovava nei paesini della Calabria e della Puglia. Prendeva queste tombe, le riprendeva – girava i suoi film con qualsiasi mezzo – poi in qualche modo trovava il modo di nascondere le bare nelle navi, in cui metteva anche la macchina da presa, e quindi portava il tutto in Unione Sovietica.

E come casting director quindi hai deciso di non fare più nulla?

Maurilio Mangano: Per ora va così. Se qualcuno mi dovesse chiamare, qualcuno che ne valga davvero la pena, non so. Nel frattempo, comunque ho lavorato con Marco Bechis, come aiuto-regista e come casting, su un documentario che si intitola Tutte le scuole del regno. Si tratta di un film girato a Palermo, ambientato nel mondo della scuola, in cui era necessario trovare tantissimi ragazzini che avessero delle storie interessanti. Non ho fatto un lavoro di casting vero e proprio, perché c’erano provini da fare. Ma, avendo lavorato su ben quattro complessi scolastici, è stato necessario intervistare tantissime persone, migliaia di ragazzi, e quindi è stata una ricerca lunga.

Info
Il sito dell’Unione Italiana Casting Directors

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3 Commenti

  1. Bonfiglio Francesco & Mario 30/06/2017
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    Siamo die Fratello…e scriviamo Seneggiature Cinematografice , in Lingua Inglese .Cerciamo un Manager…Serio , che ci segua seriamente .

  2. EMANUELE ROSA 17/03/2019
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    HO FREQUENTATO LA SCUOLA PERCORSI D’ATTORE DI GIULIO SCARPATI A ROMA NEGLI ANNI 2016-2018, CONSEGUENDO IL DIPLOMA. COME POTREI FARE DEI PROVINI?

  3. Trackback: Storia e preistoria dell'attore siciliano | Fata Morgana WEB

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