5 bambole per la luna d’agosto

5 bambole per la luna d’agosto

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Presentato alla nona edizione del Festival di Roma all’interno della rassegna dedicata al gotico italiano, 5 bambole per la luna d’agosto di Mario Bava è un mirabolante saggio di estetica cinematografica che tende verso l’astrazione e oltrepassa ogni rigida definizione di genere.

Avant-pop

L’inventore di un nuovo prodotto viene invitato nella villa di un facoltoso possibile acquirente che ospita due coppie di amici. Il prodotto però non è in vendita a nessun prezzo e dato che tutti i presenti vorrebbero impossessarsene, si scatena una lunga serie di omicidi… [sinossi]

Sembra che Bava non tenesse in grande considerazione 5 bambole per la luna d’agosto – inserito nella nona edizione del Festival di Roma all’interno del programma dedicato al gotico italiano – arrivando persino a considerarlo il suo peggior film. Eppure questa pellicola del 1969 rivista oggi appare in tutta la sua straordinaria forza, spiazzante e stordente, ipnotica, astratta persino e quasi sperimentale.
5 bambole per la luna d’agosto prende spunto da un classico della letteratura quale Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, ma lo trasfigura attraverso una regia travolgente, che è la protagonista assoluta, oltre che il mezzo con cui Bava fa avanzare il discorso attraverso una serie di complesse stratificazioni visive. Del resto, come in quegli stessi anni Sergio Leone riadattava, rileggeva e aggiornava il western facendone in primis una questione di stile, allo stesso modo operava Bava nel campo dell’horror e del giallo. Tanto che un film come Halloween di John Carpenter, che fa per l’appunto del gioco della messa in scena la sua vera sceneggiatura, probabilmente non avrebbe avuto ragion d’essere senza il cinema di Mario Bava.

Ma con 5 bambole per la luna d’agosto parliamo di un film che tutto è tranne che un horror, un film che travalica nettamente ogni possibile genere d’appartenenza e si avvicina piuttosto a certi territori del nostro cinema più autoriale. Con questa sua opera Bava infatti, più che a un giallo alla Agatha Christie sembra muoversi dalle parti della satira anti-capitalistica di La grande abbuffata di Marco Ferreri (che è successivo a 5 bambole di quattro anni).
La storia per l’appunto è semplice, per non dire elementare: in una villa all’interno di un’isola deserta si ritrovano dieci personaggi. Uno di loro è uno scienziato che ha appena inventato una nuova resina sintetica, ambita dal proprietario della villa (un industriale) come pure dai suoi amici, anche loro biechi capitalisti disposti a tutto pur di fare cassa. Ma, da un certo punto in poi, gli ospiti della villa cominceranno inspiegabilmente a morire uno ad uno, fino al clamoroso colpo di scena finale.

Verrebbe da dire che a Bava non importi nulla del racconto, invece non è così. Tutto in effetti agisce in modo estremamente coerente: la stessa fantomatica formula della nuova resina sintetica è sì il classico mcguffin hitchcokiano, ma funziona anche da scaturigine per il dispiegamento del bieco cinismo dei protagonisti, del loro voler considerare ogni cosa come oggetto-feticcio, dalla resina per l’appunto, al denaro, passando per i corpi femminili. Tutto si può vendere e comprare, tutto è smerciabile se c’è una buona offerta, un bell’assegno in bianco…
Il discorso sull’oggetto-feticcio allora diventa gioco stilistico in cui, come in un saggio sulla pop-art, la villa modernista, i colori primari dell’arredamento, le suppellettili di uso quotidiano, il vestiario delle donne protagoniste (che, tra una scena e l’altra, con sprezzo della continuity, si esibiscono in abiti sempre diversi e sempre più sgargianti), tutto contribuisce a descrivere un mondo dove l’artefatto tende ad essere allo stesso tempo opera d’arte a sé stante, sorta di ready-made, e si mostra per quello che è: pura merce, pura superficie da utilizzare. Le donne dunque diventano bambole e i loro corpi finiscono per riposare in mezzo alla carne da macello, rinchiusi in un involucro trasparente e sadicamente appesi a un cavo, dondolanti come marionette ormai inutilizzabili.

Se tutto è un gioco con dei corpi che sono intercambiabili con degli oggetti, il cinema stesso finisce per rientrare nel discorso. Lo spettacolo allora diventa anch’esso materia evidente e grezza, gettata in faccia allo spettatore: non è un caso che la strabiliante sequenza iniziale del film veda i protagonisti impegnati nella consapevole messa in scena di un omicidio, dove il sangue finto fa sfoggio di sé. Si prelude così ai “veri” omicidi, in cui i personaggi che sopravvivono sono portati inizialmente a credere ad altre messinscene impostate ad hoc e a non dare davvero peso a quelle morti, come se fossero consapevoli del fatto di essere parte di un ingranaggio cui tutti sono avvinti e da cui tutti dipendono: la regia, la sua forza onnipotente e annichilente.
Gli zoom folli (in cui si parte da un dettaglio della scena per mostrare l’insieme e poi tornare a un altro dettaglio), le carrellate vertiginose, i giochi prospettici, la giostra sadica di un racconto che è costruito su un montaggio rapido ed ellittico e che allo stesso tempo insiste nel suo non voler procedere in modo lineare ma quasi sospeso: sono questi solo alcuni degli strumenti che Bava usa per dare pieno corso al suo magistero, contemporaneamente sublime esercizio di stile e cinica riflessione sulla superficialità effimera del capitale, che tutto consuma e tutto distrugge.

Senza la colonna sonora di Piero Umiliani però 5 bambole per la luna d’agosto non sarebbe stato lo stesso. Anzi, forse, per un caso quasi unico nella storia del cinema, il film prende forma e corpo a partire dalla composizione sornionamente pop-jazz, con venature di exotica, partorita dall’inventore di Mah-Nà Mah-Nà (il cui riff, a tratti, viene anche citato). La già citata lunga sequenza iniziale, infatti, insiste su una surplace che sembra obbedire all’ossessivo e suadente “falso movimento” musicale instillato da Umiliani, un giro armonico che potrebbe ripetersi all’infinito e che viene infine sciolto da Bava con il finto omicidio. Di nuovo, come in Sergio Leone – pur se molto meno celebrata – la musica non è più mero sfondo o tappeto sonoro, ma uno dei principali ingredienti, l’elemento su cui si costruisce il ritmo e l’attesa spettatoriale.

Insuperabile esempio di come, a partire dal genere, si possa arrivare a dei vertici assoluti, 5 bambole per la luna d’agosto merita a pieno titolo un posto nella ristretta filmografia che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, ha ragionato in termini consapevoli sulla fase tardo-capitalistica (quella della saturazione economica e industriale) usando e riappropriandosi degli strumenti della pop-art, senza limitarsi alla mera contemplazione della bellezza “plastificata” ma ragionandovi in termini critici e – se vogliamo – autodistruttivi.

Info
La scheda di 5 bambole per la luna d’agosto su Wikipedia.
La scheda di 5 bambole per la luna d’agosto su IMDB.
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