Il segreto del suo volto

Il segreto del suo volto

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Con un passo jazz e sincopato fra sfoggio e discrezione, Petzold con Il segreto del suo volto gira un racconto rispettoso e raffinato sul peso della memoria e dell’amore che tende a sussurrare più che a parlare.

Speak Low

Sopravvissuta ai campi di concentramento con delle profonde lesioni, Nelly utilizza parte di una cospicua eredità familiare per ricostruire il proprio volto devastato. Accompagnata dalla fedele amica Lene che le fornisce supporto legale e sostegno psicologico, la donna attraversa una Berlino devastata dalla fine della Guerra alla ricerca del marito Johnny. Quando lo trova, lui è convinto che la moglie sia morta da tempo e le propone di sfruttare la somiglianza per recuperare l’eredità. [sinossi]

Nei film di Christian Petzold traspare sempre un forte legame con la cultura degli Stati Uniti. L’ambientazione e le tematiche profondamente legate alla storia recente della Germania, oltre a uno stretto legame col cineasta radicale da poco scomparso Harun Farocki (qui alla sua ultima collaborazione), non lo inibiscono dallo scegliere materiali e suggestioni profondamente americane. Jerichow era una esplicita trasposizione del Postino suona sempre due volte di James M. Cain ambientato in Sassonia e legato alla malavita turca. La scelta di Barbara raccontava i conflitti della cortina di ferro passando anche attraverso un dissidio letterario fra Huckleberry Finn di Mark Twain e i racconti delle Memorie di un cacciatore di Turgenev. Il segreto del suo volto (in originale Phoenix) estende questa dialettica, costruendo attorno al tema della sopravvivenza alla Shoah una storia che attinge da noir, melodramma e thriller sul doppio e la memoria (leggi Vertigo di Hitchcock).

Ognuna di queste componenti viene dispiegata con cura, con il celebre brano jazz Speak Low a far da tessuto connettivo. Oltre a contribuire a un’atmosfera fumosa e a evocare intrighi e storie d’amore pericolose, la canzone composta da Kurt Weill e resa celebre da Billie Holiday scandisce infatti anche il passo sincopato della componente emotiva, sempre teso fra sfoggio e discrezione. Se la Shoah problematizza da sé il rapporto fra memoria storica e psicologica, immaginario collettivo e ricordo radicalmente soggettivo, Petzold decide di contenerla dentro una robusta cornice narrativa fatta di melodramma e dissimulazione. Al tempo stesso, al pudore fra l’esibizione dei campi e delle ferite materiali e psicologiche accompagna un’estetica abbagliante e raffinata, quasi in technicolor. Queste due anime, quella storica e traumatica e quella più inventiva e spettacolare, riescono a parlarsi nel film di Petzold e a dar vita a dialogo molto intimo e significativo. Come nella canzone di Weill, parlano “a voce bassa”, quasi sussurrando tutte le atrocità, i misteri e le turbe che li sottendono. Una scelta etica rispettosa e rispettabile, che però rischia di non dire niente di significativo né sul discorso dell’importanza della Storia né su quello dell’immaginazione del racconto.

Info
Il trailer de Il segreto del suo volto su Youtube.
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