Gemma Bovery

Gemma Bovery

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Esangue commedia di amori campestri e desideri senili, Gemma Bovery di Anne Fontaine annovera tiepidi cliché e si affida completamente ai suoi protagonisti: Fabrice Luchini e Gemma Arterton. Film d’apertura del TFF 2014.

La donna-libro

Martin (Fabrice Luchini) fa il fornaio in un villaggio della Normandia ed è appassionato di letteratura romantica. Quando arrivano i nuovi vicini Charles e Gemma Bovery coglie subito l’assonanza dei loro nomi con quelli dei protagonisti di Madame Bovary di Gustave Flaubert e inizia a fantasticare… [sinossi]

La commedia francese sembra tendere per sua stessa natura a un amalgama pop-intellettuale in grado di accontentare una vasta tipologia di palati, più o meno raffinati. Punta dritto a questo obiettivo anche Gemma Bovery di Anne Fontaine (Coco avant Chanel, Two Mothers), graziosa ma esangue rom-com su bibliofilia e desideri senili, che ha avuto l’onore e l’onere di inaugurare il 32esimo Torino Film Festival. Protagonista è il sempre valido Fabrice Luchini (vero e proprio volto simbolo della produzione medio-alta d’oltralpe, nonché interprete per Rohmer, Chabrol, Resnais e più di recente Ozon) qui nei panni di Martin, fornaio normanno amante della letteratura che finisce per confondere realtà e romanzo a causa dell’arrivo dei suoi nuovi vicini: Gemma e Charles Bovery, per lui due reincarnazioni dei personaggi del celeberrimo romanzo di Flaubert Madame Bovary.

La vita rurale evidentemente annoia Martin, nonostante la sua devozione verso gli impasti di acqua e farina cui si dedica con quotidiana passione, ma tedierà ancora di più la vivace londinese Gemma, cui da volto una ammaliante Gemma Arterton. Tra passeggiate nei boschi, sortite in panetteria e angoscianti visite a petulati vicini di casa, Gemma non tarderà molto a finire tra le braccia di un vacuo rampollo locale e, a questo punto, Martin tesserà il suo intrigo, nella speranza di evitare che la nuova arrivata incorra nella medesima sorte di Emma Bovary, come la sua onomastica suggerisce.

Tratto da una graphic novel di Posey Simmonds – l’autrice di Tamara Drewe, incarnata nell’omonimo film di Stephen Frears proprio dalla Arterton – Gemma Bovery diluisce la forza della sua idea di partenza così come il talento altrove ben più esplosivo dei suoi protagonisti affidandosi ad uno script lasco e privo di mordente, a lungo incerto se intraprendere la via di un erotismo rurale, imbarcarsi in un melodramma amoroso o dedicarsi invece alla commedia tout court.
La Fontaine si concentra a lungo sulle grazie della sua attrice, la cui carnosa bellezza, a dir poco svilita dagli abiti a fiorellini che fanno tanto campagna francese, non basta però a mantenere lo spettatore in un duraturo incanto. Pochi sono poi i momenti brillanti concessi alla Arterton, che sappiamo capace di ben altro smalto, come ha ampiamente dimostrato nel già citato Tamara Drewe (in italiano Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese), mentre il personaggio di Luchini sembra al principio possedere un’anodina e inquietante ambiguità, con il suo desiderio amoroso senile tradotto in sguardi lubrichi forieri di infausti sviluppi. Tutto però si risolve in nulla, e dopo tanto accumulo di pulsioni amorose il personaggio di Luchini torna ad essere il confortante tenerone stralunato di sempre.
Si muove un po’ tra il noir melò alla Chabrol e punterebbe ad una resa sincera dei sentimenti di truffautiana memoria il film della Fontaine, ma manca entrambi gli obiettivi, in primis il secondo. Le vicende romantiche, reali, inespresse o immaginate che siano, procedono infatti seguendo un tono affettato, quasi i personaggi fossero davvero governati e bloccati dalle pagine di un libro che però non assomiglia al capolavoro di Flaubert, bensì a un feuilleton di bassa lega rinvenibile nell’edicola più vicina.
Non aiutano certo ad elevare il tono piuttosto monocorde dell’insieme né la regia della Fontaine, né tantomeno una fotografia (opera di Christophe Beaucarne) ora grigiastra ora iperluminosa e scontornata ma sostanzialmente piatta, degna della “migliore” telenovela sudamericana.

Peccato, gli ingredienti c’erano tutti per realizzare un prodotto di intrattenimento intelligente, sarebbe bastato calcare la mano sull’erotismo, o concedersi qualche creativa trivialità in grado di strappare qualcosa di più di una risatina sotto i baffi, invece Gemma Bovery è un feel good movie senza personalità, che fa di tutto per piacere, ma risulta a lungo andare molesto e un po’ pedante.

Info
La scheda di Gemma Bovery sul sito del TFF.
Il trailer italiano di Gemma Bovery.
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