Emanuela Martini, tra Torino e la New Hollywood

Emanuela Martini, tra Torino e la New Hollywood

Abbiamo incontrato Emanuela Martini, da quest’anno direttore del Festival di Torino. Con lei abbiamo parlato di come è cambiato il suo lavoro al festival, delle scelte di programmazione e, ovviamente, della retrospettiva sulla New Hollywood.

Questo è il tuo ottavo anno qui al Festival di Torino, il primo da direttore. Com’è cambiato il tuo lavoro al Festival?

Emanuela Martini: Mah, non è cambiato moltissimo, nel senso che comunque anche prima, quando ero vicedirettore [per due anni con Moretti, quattro con Amelio e uno, il 2013, con Virzì, n.d.r.] ero io che andavo in giro a cercare i film, ecc. In realtà si sono aggiunte alcune cose alle quali ero meno abituata, come per esempio gli incontri istituzionali, e sono aumentate le interviste. Queste, in sostanza, sono le differenze. Oltre a questo ovviamente devo essere più una “front woman”, anche se già negli anni passati presentavo i film al pubblico, a parte quelli del concorso che spettavano al direttore.

Come programmazione complessiva hai cercato di apportare delle modifiche?

Emanuela Martini: Sono otto anni che con la squadra – che comprende non solo i selezionatori di concorso e fuori concorso, ma anche chi lavora alle sezioni di TFFdoc e Onde – lavoriamo a questo festival, che quindi inevitabilmente ci assomiglia, anche se ogni direttore che si è succeduto si è ritagliato degli spazi su misura che lo rappresentassero. Ma, a parte questo, tutto è rimasto invariato, non ho neanche messo mano ai nomi delle sezioni, da Festa Mobile ad After Hours. Il festival è rimasto fedele a se stesso, a partire dal concorso principale che è sempre stata la carta vincente di Torino, anche in questi anni di relative difficoltà come la semi-sovrapposizione di tempi con il festival di Roma. Non cambiare faccia ha significato anche radicarsi ulteriormente, una scelta premiata dal pubblico che continua a riempire le sale. Torino è sempre stata una palestra per giovani, per marginali, per sperimentali. Infatti quando mi fanno notare che, anche per motivi di budget, non ci sono gli ospiti stranieri, rispondo con nomi come quello di Jim Mickle, che è esploso: il primo giorno a vedere Mulberry St. c’era due terzi di sala piena, poi è cresciuto con il passaparola, come fece alcuni anni fa Nicolas Winding Refn. Anche Julien Temple, ad esempio, può anche essere considerata una scelta eccentrica, ma ha rappresentato molto nel cinema degli ultimi trent’anni. Ovviamente per motivi di budget non ci siamo potuti permettere chissà quali star, che costerebbero troppo. Si tratta in ogni caso anche di scelte. Più di quindici titoli in concorso non li possiamo inserire, perché la giuria lavora solo otto giorni, però anche i film che abbiamo dovuto scartare all’ultimo momento, hanno potuto trovare un loro spazio in Festa Mobile, mescolati ai film di registi molto affermati. Eau Zoo per esempio è finito in Festa Mobile ma fino all’ultimo era in bilico per trovare una collocazione in concorso. Meglio lì che non esserci per niente, meglio anche per loro secondo me…

Tra le novità di quest’anno c’è quella di Paolo Virzì, accreditato come “Guest Director”; volevamo chiederti se ha lavorato in maniera completamente autonoma o c’è stata una collegialità e, in generale, se questa figura verrà confermata nelle prossime edizioni del festival.

Emanuela Martini: L’idea di avere un Guest Director è stata di Alberto Barbera, che si è ispirato a quel che succede da venti anni a Telluride, dove a una personalità del mondo del cinema, non necessariamente un regista, viene affidata una sezione da gestire, nella massima libertà. Secondo me è un’idea molto buona perché ti consente di portare uno sguardo diverso ogni anno, e ci è parso carino chiederlo per questo primo anno a Virzì. Con Paolo ne abbiamo discusso a lungo, abbiamo tastato vari terreni, alcune cose abbiamo deciso di accantonarle, altre si sono accantonate da sole, ed è maturata poco per volta l’idea che ha poi preso corpo e si è sviluppata e che è la sezione Diritti & rovesci.

Sai già dirci per l’anno prossimo a chi state pensando?

Emanuela Martini: No che non ve lo dico! Battute a parte, un conto sono le persone a cui stai pensando, e un conto è la reale fattibilità della cosa. Ma ci stiamo già pensando, questo sì.

Nei tuoi anni qui a Torino, il festival ha maturato quella che in parte era già una tendenza, l’idea di lavorare sull’horror. Ciò che è molto interessante è che, al di là di eventi specifici, come lo sguardo al genere gettato attraverso la sezione monografica Rapporto Confidenziale di alcuni anni fa, l’horror trova spazio in tutte le sezioni. Vista la tua passione per il genere, ci interessava una tua panoramica sull’horror contemporaneo, e sulle tendenze che ravvisi nella produzione mondiale.

Emanuela Martini: C’è anche da dire che in ogni caso l’horror tende a concentrarsi nella sezione After Hours, però effettivamente non è solo lì. Quest’anno ce n’è anche uno in concorso…

In realtà ce ne sono quasi due…

Emanuela Martini: Sì, un horror e una commedia-horror, che sono The Babadook e What We Do in the Shadows. Comunque a tutti coloro che mi hanno posto la domanda sul perché The Babadook fosse in concorso ho risposto che fino a venti anni fa nemmeno le commedie riuscivano a trovare posto in concorso, e credo che questa sia una cosa legata alla cultura italiana. Non riesco a capire perché debba continuare a persistere questo blocco sull’horror: il western è stato sdoganato, così come la commedia, il noir ha sempre avuto uno spazio consono, mentre sull’horror in Italia rimane questo pregiudizio, come sul fantastico nella sua accezione più ampia, anche in letteratura. E se c’è un genere che presenta molti sottotesti, anche universali, quello è proprio l’horror. Detto questo, io trovo che ci siano in giro in questo momento horror interessanti: ovviamente c’è tutta la produzione orientale, ma anche in Francia, negli Stati Uniti, e in Canada. Quest’anno per esempio ho portato The Editor di Matthew Kennedy e Adam Brooks, autori di una rilettura del giallo all’italiana e dell’horror in modo molto bizzarro. Ma perché tutto questo? Innanzitutto perché l’horror si può produrre riducendo i costi e diventa in tal senso anche una sorta di palestra per registi giovani. Non credo ci sia una tendenza specifica, però vedo che nella nuova generazione di registi in molti si contrappongono all’estetica degli orrendi remake che sono stati fatti di molti horror classici e che questi registi si muovono proprio in direzione delle atmosfere pure dei film degli anni Settanta e Ottanta di registi come Carpenter e Romero.

Bè, per esempio, a proposito di pure atmosfere carpenteriane, qualche anno fa c’era qui a Torino un film come Pontypool

Emanuela Martini: Bruce MacDonald è un regista a cui da anni vorrei dedicare una personale in After Hours, ma ha ritmi di produzione così veloci che la sua filmografia è già adesso sterminata. Un altro titolo che è a me è piaciuto molto, e che era al Festival di Roma, è Tusk di Kevin Smith, che ho trovato esilarante. Purtroppo non c’è molto in Italia, e in parte dipende sempre dal fatto che non è nella nostra cultura. Però vi consiglio tra i titoli di Torino In guerra. L’avete visto?

Ancora no…

Emanuela Martini: Seimila euro è costato, praticamente nulla. Quello è un film alla maniera de I guerrieri della notte, ma a costo zero. Però secondo me in questi anni l’horror a livello mondiale è tornato essere uno di quei generi che i giovani cineasti utilizzano per farsi le ossa.

Passiamo alla retrospettiva sulla New Hollywood…

Emanuela Martini: Ahimè, è l’ultimo anno!

Ah, lo confermi?

Emanuela Martini: Non si può fare un terzo anno, abbiamo proiettato 70 film! Lo so che ci sono sempre le sale piene, e in realtà materiale ci sarebbe per allestire una terza parte, però…

Quando ti avevamo intervistato lo scorso anno, avevamo concentrato l’attenzione sui direttori della fotografia che in quel periodo diventano dei veri e propri autori. Dobbiamo dire che in più, quest’anno, abbiamo notato che forse lo stesso discorso può essere affrontato per i compositori, per gli autori delle colonne sonore. Negli anni della New Hollywood infatti la musica è utilizzata in maniera perfettamente narrativa e ha un suo peso preponderante nel discorso stilistico di molti film…

Emanuela Martini: La New Hollywood inventa una maniera nuova di utilizzare la musica, su questo non c’è dubbio, ed è anche il riflesso immediato del momento culturale. I registi vanno alle stesse manifestazioni dei musicisti, si muovono con lo stesso spirito… Non dico che siano amici perché probabilmente non lo sono, ma secondo me la musica è stata trainante sotto il profilo culturale dall’inizio degli anni Sessanta. Ne Il laureato Mike Nichols si è inventato una maniera del tutto nuova di raccontare la trama attraverso la colonna sonora di Simon e Garfunkel, che non è assolutamente appoggiata sulle immagini. Nel volume che abbiamo pubblicato quest’anno a proposito della New Hollywood c’è un saggio che si concentra proprio su questo, scritto da Federico Pedroni. La musica è stata cruciale per quella generazione: nella selezione dei titoli c’è Phantom of the Paradise di Brian De Palma, che è un horror-rock, e poi c’è L’ultimo valzer, che secondo me segna in qualche modo la fine della New Hollywood. Non è l’ultimo titolo, perché con la retrospettiva chiudiamo con Il grande freddo di Lawrence Kasdan, che non c’entra nulla con la New Hollywood ma in ogni caso racconta quella generazione e poi arriva sette anni dopo Return of the Secaucus Seven di John Sayles, con cui ha moltissime cose in comune anche se Kasdan ha detto di non averlo mai visto. Comunque L’ultimo valzer ti dà proprio l’idea della fine di un’epoca. Per me è uno dei più bei film concerto che siano mai stati girati.

A proposito di “ultimi film” è interessante anche la presenza di Jaws (Lo squalo) di Steven Spielberg, perché per molti è il primo segno della fine della New Hollywood, in quanto primo grande blockbuster, in parte involontario, di quella generazione.

Emanuela Martini: Sì! Secondo me, tra l’altro, Incontri ravvicinati del terzo tipo costò molto, ma Lo squalo non ebbe chissà quale budget: non è un b-movie, ovviamente, ma ha molti effetti che venivano usati nei film di serie b. Jaws è il film che segna la metà degli anni Settanta, cattura in maniera impressionante la paranoia di quel periodo, il sentimento che domina la nazione. Oggi ho letto una recensione, del cui autore non farò il nome, in cui si affermava che fosse un film invecchiato male. Io lo rivedo ogni anno e lo trovo un film straordinario.

Ma poi, come scriveva anche Geoff King, studioso del cinema americano dell’epoca, il blockbuster contemporaneo nasce proprio da Lo squalo, nella struttura narrativa che viene codificata da quel modello. Dire che è invecchiato è proprio antistorico…

Emanuela Martini: Ogni volta che lo rivedo lo trovo un film magnifico, eccezionale, talmente pieno di significati. E poi piango sempre durante il monologo sull’affondamento dell’USS Indianapolis.

Passiamo invece alle copie, ai 35mm. Ricordiamo che l’anno scorso ci avevi detto che stavate aspettando che di Conoscenza carnale e Klute venisse portato a termine il restauro. Non c’è stato alla fine?

Emanuela Martini: C’è stato, ma oramai le major restaurano solo in digitale. Il 35mm non lo fanno più uscire, non ti danno più la pellicola.

Ma, visto che il blu-ray di Conoscenza carnale non era proprio eccezionale, e ci hanno detto che il dvd di Return of the Secaucus Seven è saltato negli ultimi minuti, cosa conviene fare quando non si riesce ad avere né il 35 né il DCP del film restaurato?

Emanuela Martini: Non li facciamo più vedere? Io sono più per farli vedere con le copie su cui si possono comunque mettere le mani. Piuttosto che farli sparire… La morte ha fatto l’uovo di Giulio Questi, presentato ieri sera da Emiliano Morreale, è stato fatto vedere in una copia più lunga di quindici minuti trovata casualmente. Alcuni hanno detto “è rossa, salta” e via discorrendo. Ma cosa si fa? Lo eliminiamo? Io sono per far vedere quello che c’è piuttosto che consegnarlo all’oblio. E poi quello che ti danno, anche: l’anno scorso mi sono ritrovata con la copia in 35mm di California Poker che era completamente rossa, perché conservata male. Ed era il film che doveva presentare Elliot Gould: quando me l’hanno riferito sono andata da lui e gliel’ho detto e lui mi ha risposto che non gli interessava minimamente, che gli andava comunque di vederlo.

Ci sono ancora possibilità però di trovare ottime copie in pellicola. Ad esempio quella di Who Is Harry Kellerman and Why Is He Saying Those Terrible About Me?, che ci pare venisse dalla cineteca svedese…

Emanuela Martini: Sì, è vero. Però quando le copie delle cineteche iniziano a rovinarsi, anche loro finiscono per restaurare in digitale. Quindi, va così…

Recentemente alle Giornate del Cinema Muto abbiamo nuovamente intervistato Paolo Cherchi Usai che è un grande difensore della pellicola e lui, rispetto a un anno fa è più ottimista, perché un gruppo di persone è ormai decisamente convinto nella lotta della difesa della pellicola. Un po’ come quello che è successo con il vinile…

Emanuela Martini: Però secondo me con la pellicola purtroppo non sarà possibile che accada la stessa cosa che sta accadendo con il vinile, perché la pellicola costa troppo e, nel frattempo, si stanno modificando i sistemi di distribuzione che, con il digitale, sono molto alleggeriti. Non credo si possa tornare alla pellicola. Del resto, quando mi si romperà il lettore vhs non saprò più come fare con tutte le cassette che ho.

Puoi dirci qualcosa sulla prossima retrospettiva?

Emanuela Martini: Non ho ancora idea. A me per esempio, facendo un nome a caso, piacerebbe molto fare Sam Peckinpah, ma ovviamente non posso perché sarebbe anche lui troppo vicino alla New Hollywood.

E Godard, che ci avevi detto che ti sarebbe piaciuto omaggiare?

Emanuela Martini: No, purtroppo non si può fare. Costa troppo.

Info
Il sito del Torino Film Festival.
Credits foto: Pepè

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