Habitat – Note personali

Habitat – Note personali

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In Habitat – Note personali il regista aquilano Emiliano Dante racconta il dramma del capoluogo abruzzese post-terremoto. In Italiana.doc a Torino 2014.

La scossa

Abitare all’Aquila dopo il terremoto, evento catastrofico trasformatosi per molti in esperienza quotidiana. La storia, lunga cinque anni, del regista e dei suoi due ex compagni di tenda Alessio e Paolo. Il primo è uno squatter divenuto agente immobiliare, l’altro era un proprietario di immobili e ora, senza più nulla da affittare, si dedica alla pittura. Alessio vive con Gemma in una frazione distrutta dal terremoto; Paolo sta per diventare padre in una situazione di precarietà assoluta. Uno sguardo dall’interno alla realtà alienante dei progetti C.A.S.E., non-luoghi privi d’identità, lontani dal tessuto urbano, storico e culturale della città. [sinossi]

L’Aquila, la città morta, la non-città, la città devastata dal terremoto e definitivamente uccisa da uno Stato che ha gestito, sotto l’egida del governo Berlusconi, in maniera criminale e pressappochista l’intera opera di ricostruzione (e qui sarebbe interessante ragionare sul raffronto con la gestione del sisma in Emilia da parte della giunta capitanata dal piddino Vasco Errani, esempio di buona amministrazione che non ha avuto in sorte un rilancio mediatico… Ma si divagherebbe), la città della tendopoli e quindi del piano C.A.S.E.
Un non luogo, un luogo che non è più luogo ma che sopravvive, come gli arti mancanti di cui ancora si sente la presenza a distanza di anni dall’amputazione. L’Aquila nel 2014 è un territorio alieno, senza struttura, senza radici. A raccontarne la vita, durante i cinque anni dalla tragedia, è Habitat – Note personali di Emiliano Dante. Dante è uno dei superstiti del terremoto, e durante la permanenza in tendopoli ha stretto amicizia con alcuni ragazzi: usciti da quell’esperienza e traghettati nelle nuove abitazioni senza personalità allestite per dare una parvenza di vita a chi le avrebbe occupate, Dante ha deciso di continuare a seguire le esistenze di due di loro, Alessio e Paolo.

Alessio era uno squatter, trasformatosi poi in agente immobiliare – e intenzionato a trattare la vendita anche degli immobili della città vecchia, nonostante tutto –, mentre Paolo aveva sempre potuto vivere con le rendite che riceveva dall’affitto degli appartamenti di sua proprietà in città: ora, senza più nessuna casa da amministrare, dà sfogo alla propria creatività (e frustrazione) dipingendo. Due figure a loro modo emblematiche dello spaesamento, umano e territoriale, che è stata la naturale, immediata e terribile propaggine delle scosse telluriche. Dante dimostra una notevole dimestichezza nel mettere in scena lo spazio urbano, la sua immota lacrimazione perpetua, il grido trattenuto all’interno di mura crepate anche ora che sono intatte e nuove.
È lì, nella ripresa dello spazio e delle architetture, che Habitat – Note personali gioca le sue carte migliori, unendo il discorso strutturale alle crepe che si aprono, senza soluzione di continuità, nelle vite di Alessio e Paolo (e degli altri amici, che di quando in quando tornano a L’Aquila dai luoghi d’Europa in cui sono emigrati, Bruxelles e Londra). Meno felice appare invece la scelta del regista di essere non solo la voce narrante dell’intera vicenda, ma di apparire anche direttamente in scena, come terzo protagonista: la sincerità quasi adamantina che ammantava il racconto dei due amici fa intravvedere, tra le pieghe, un’esibizione di sé che stona con il resto della narrazione, sbilanciando in maniera a tratti irreparabile l’equilibrio del documentario.

Ma Habitat – Note personali traballa soprattutto per le grafiche di cui Dante dissemina il film: quasi ogni inquadratura è ritoccata, “abbellita”, arricchita di disegni, numeri, linee, scritte che dovrebbero avere lo scopo di vivificare l’insieme ma riescono solo a confondere le acque, orpelli non certo indispensabili e in più di un’occasione perfino fastidiosi. L’asciuttezza che sembrava il tratto peculiare del documentario viene meno, aprendo crepe laddove la superficie sarebbe dovuta rimanere liscia e priva di increspature.
Peccato, perché viene in questo modo svilita (in parte) l’eccellente scelta di lavorare le immagini in bianco e nero in post-produzione, idea stratificata e complessa che trova una sua giustificazione inappellabile proprio allorquando Dante decide di lasciare, per solo lo spazio di poche inquadrature, il colore. Il bianco e nero, a prima vista straniante, è in realtà ben più sincero, e reale, del colore. E descrive con una precisione maggiore un inferno senza vie d’uscita.

Info
Habitat – Note personali sul sito del Torino Film Festival.
  • habitat-note-personali-2014-emiliano-dante-001.jpg
  • habitat-note-personali-2014-emiliano-dante-002.jpg

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