Snakeskin

Snakeskin

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Il secondo lungometraggio documentario di Daniel Hui, Snakeskin, è un racconto della storia di Singapore, orchestrato attraverso una polifonia di voci. Spiazzante, doloroso, commovente, uno dei migliori film del 2014. A Torino nella sezione TFFdoc.

Roghi e luci

Singapore, 2066. L’unico sopravvissuto di una setta misteriosa racconta gli eventi drammatici che hanno portato alla diffusione e alla scomparsa del culto da essa praticato e di come si siano intrecciati con la storia del suo Paese. Fantasmi ritornano dal passato come testimoni. Tutto intorno, sospeso in un’atmosfera onirica, il paesaggio di Singapore, specchio di un inconscio collettivo inesplorato. [sinossi]

Anche in Snakeskin di Daniel Hui, come in Branco sai preto fica di Adirley Queirós (presentato a sua volta all’interno del concorso internazionale di TFFdoc al Torino Film Festival), per ragionare sul presente è necessario immaginare di poter discutere del/dal futuro, in un tempo che non è ancora calcolabile. Il futuro di Snakeskin è il 2066, e nella piccola città-stato tutto è rimasto un solo sopravvissuto a un culto misterico che si è sviluppato per poi svanire progressivamente: l’ultima persona diventa dunque anche il principale testimone di questo racconto, e attraverso le sue parole si possono annodare i fili dell’intera storia di Singapore, una storia in cui ogni vagito, più o meno rumoroso, di protesta è stato soffocato da un sistema politico antidemocratico, corrotto, violento.
È un film di roghi e di carrelli, Snakeskin: il fuoco ne rappresenta il fulcro centrale, l’aspetto materico dominante, con le fiamme che bruciano non sempre rigenerando ma che si contrappongono, nell’estrema punta meridionale della penisola malese, all’acqua che isola un microcosmo malato, malsano, infausto.

A reggere le fondamenta della Singapore di Hui sono eventi storici ben definiti, dalla creazione dello stato voluta da un principe malese alla sua costituzione coloniale attuale fino alle elezioni governative del 1954, che di fatto congelano la struttura di potere: storie di fondazioni, di nascite, di creazioni statali, di organizzazioni concettuali e pratiche di gestione del potere. Il grimaldello utilizzato da Hui per coordinare questa macrostoria all’interno di Snakeskin è però a dir poco dirompente, e si affida in maniera totale alla narrazione di storie tutt’altro che universali, rapporti familiari e intimi difficoltosi e il ricordo dell’industria cinematografica della Malesia.
In un’opera così concentrata a rendere palese, evidente, indispensabile il dovere alla memoria storica – ma anche sociale, umana, affettiva, intima – la stessa memoria si trova a essere vilipesa da un potere che in maniera forse inevitabile la teme e la rifugge. Il fuoco arde, distruggendo il passato ma allo stesso tempo costruendo una nuova memoria, forte e tenace, una memoria di lotta contro qualsiasi prevaricazione.

Nonostante si tratti in tutto e per tutto di un oggetto ectoplasmatico, abitato da fantasmi e da voci che provengono da un non-tempo fattosi oramai anche non-luogo, Snakeskin possiede un’anima battagliera dirompente, che crea un immaginario infinito all’interno del quale proteggere il ricordo di ciò che fu, preservandolo dalla distruzione in atto. Il suo fascino è puramente misterico, inafferrabile, in grado di insinuarsi nel subconscio dello spettatore e asservirlo a sé: i camera car che si muovono fluidi in mezzo alla città, il fuoco che brucia nella notte, l’imponenza/impotenza di una città monumentale e fredda ma che nasconde al proprio interno un’umanità mai doma, sincera, commovente perfino. Daniel Hui dirige guidato da un’ispirazione salvifica, costruendo un’elegia deforme e difforme, in cui tutto cambia pelle – eccolo il riferimento dal titolo – in continuazione, e serve necessariamente un atto di pura creazione per donare un nuovo equilibrio all’insieme.
Snakeskin è un’opera leggibile a più livelli, costruita su molti strati, in cui il cinema non si fa vita, la è fin dalla sua primigenia essenza: un documento storico che è narrazione (im)possibile dell’oggi e del domani, grido di allarme – ma anche di amore – per una nazione immatura, incompleta, ancora poco radicata nel terreno e perennemente in bilico. Tra (prei)storia e fantascienza, tra documentario e canto lirico, Daniel Hui firma una delle visioni indispensabili del 2014.

Info
La scheda di Snakeskin sul sito del Festival di Torino.

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