What We Do in the Shadows

What We Do in the Shadows

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Con What We Do in the Shadows Jemaine Clement e Taika Waititi firmano uno spassoso mockumentary vampiresco, in cui l’horror viene scardinato a colpi di gag e di battute al fulmicotone. In concorso a Torino 2014.

(Non) morire dalle risate

Quattro amici dividono una villa a Wellington. La convivenza è piuttosto pacifica e ogni sera in casa c’è una festa. Peccato che si tratti di party che finiscono sempre con spargimenti di sangue: i quattro sono infatti vampiri di diverse età, o per meglio dire secoli, alla costante ricerca di nuove vergini che possano appagare i loro appetiti. E quando la prospettiva è quella della vita eterna sono in pochi a non porgere il collo. [sinossi]

Vladislav ha più di ottocento anni, e ai bei tempi del Medioevo era più noto con il titolo di “Pungolatore”, visto che amava torturare, impalare e trafiggere chiunque gli capitasse sotto le mani; Viago è un dandy del diciottesimo secolo, amante degli abiti di pizzo e del galateo, perdutamente innamorato di una donna oramai anziana che, decenni prima, sposò un altro uomo; Deacon è un irruento attaccabrighe di un secolo e mezzo d’età; Peter, infine, ha ottomila anni, non ama fare eccessiva vita sociale e predilige trascorrere il suo tempo nella cripta di pietra che si è costruito in cantina. I quattro sono amici da tempo immemore e convivono nella loro bella villa alle porte di Wellington: la loro dieta prevede una monotona (ma a quanto pare non stancante) dose quotidiana di sangue, bevuto dal collo delle vittime, preferibilmente vergini. Una vita segreta, ma che i quattro decidono di rendere pubblica affidandosi a un paio di cameraman intenzionati a portare a termine un documentario su questa strana e pericolosa comunità.
L’idea di partenza di What We Do in the Shadows (in concorso alla trentaduesima edizione del Torino Film Festival), quella di edificare un mockumentary intriso di ironia attorno alla vita quotidiana di un gruppo di vampiri, ricorda da vicino la trama di Vampires di Vincent Lannoo, che venne presentato sempre in concorso all’ombra della Mole Antonelliana nel 2010. In quel caso Lannoo si interrogava sulla necessità di trovare un equilibrio che permettesse ai vampiri e agli umani di vivere insieme, senza trovarsi continuamente su due opposti lati di una barricata. Un argomento, questo, che non sembra interessare minimamente a Jemaine Clement e Taika Waititi, co-registi e anche protagonisti di What We Do in the Shadows, rispettivamente nei panni di Vladislav e Viago: la Wellington del loro film è puro terreno di caccia, e gli unici umani che vengono risparmiati sono la quarantenne Jackie, che svolge il ruolo di serva di Deacon in attesa che quest’ultimo si decida a trasformarla in un vampiro, e Stu, appassionato di informatica che viene accolto in casa come amico di Nick, un neo-vampiro affetto da un’esagerata dose di protagonismo.

Tra una serata in discoteca, un litigio volante in cucina per i piatti da lavare e qualche vittima costretta a imbrattare il pavimento della villa, What We Do in the Shadows inanella una serie di gag pressoché inesauribile, mescolando la comicità puramente fisica e slapstick a un dialogo fitto, serrato, scritto nella maggior parte dei casi in punta di penna. Si ride di gusto, durante la visione di questo mockumentary vampiresco, seguendo le gesta – spesso piuttosto goffe – di un gruppo di vampiri a cui la vita eterna palesemente non ha donato alcun grammo di saggezza. A partire dal folgorante incipit, in cui Viago presenta alle videocamere i suoi coinquilini svegliandoli al calare della sera, Clement e Waititi fanno precipitare lo spettatore in un gorgo demenziale, in cui ogni cosa è concessa e ogni deriva possibile. La narrazione, per quanto episodica, riesce anche a seguire un corso piuttosto regolare e ferreo, al di là di una flessione del ritmo nella parte centrale, controbilanciata dal fuoco di fila rappresentato dal finale, a partire dalla spassosa sequenza del party annuale a cui sono invitati, oltre ai vampiri, anche gli zombi, i demoni e le banshee della città.
Un’opera bidimensionale, senza dubbio, e all’interno della quale sarebbe folle cercare di rintracciare una pur minima profondità, ma che ha la capacità tutt’altro che comune di “intrattenere”, conducendo lo spettatore per mano in un’ora e mezza di pura, sincera e inequivocabile evasione. È interessante come il Torino Film Festival, nel primo anno della gestione diretta da parte di Emanuela Martini, stia cercando di sdoganare all’interno del concorso titoli e “tipi” di film che nelle scorse edizioni sarebbero stati relegati senza ripensamento alcuno nelle sezioni non competitive: un discorso valido per The Babadook di Jennifer Kent ma anche per What We Do in the Shadows, piccola perla di comicità ed esempio produttivo che andrebbe seguito con profitto anche in Italia. Dove i vampiri, purtroppo, non sono dandy e se ne vanno in giro senza problemi anche in pieno sole…

Info
La scheda di What We Do in the Shadows sul sito del Festival di Torino.
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