Magic in the Moonlight

Magic in the Moonlight

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Woody Allen con Magic in the Moonlight firma una commedia in costume intimamente autoreferenziale, nella quale tiene a parlarci, fondamentalmente, della sua arte e dei suoi vecchi trucchi.

Do you believe in Magic?

L’illusionista cinese Wei Ling Soo è il più celebrato mago della sua epoca, ma pochi sanno che il suo costume cela l’identità di Stanley Crawford, uno scorbutico e arrogante inglese con un’altissima opinione di se stesso e un’avversione per i finti medium che dichiarano di poter parlare con i cari estinti. Convinto da un suo vecchio amico, Stanley si reca in missione nella residenza della famiglia Catledge, in Costa Azzurra, per smascherare una giovane e affascinante chiaroveggente. Ma se ne innamora perdutamente… [sinossi]

Sarà meglio un vecchio trucco di prestidigitazione o una seduta spiritica con evocazione dei cari estinti? Woody Allen non ha dubbi in merito: nel primo caso l’effetto di meraviglia è dovuto all’abilità del performer, nel secondo alla sua malafede e all’ingenuità di chi ne resta succube. E qui sorge la seconda, fondamentale, domanda: chi è più destestabile tra colui che inganna e coloro che invece vogliono essere ingannati?
Ruota intorno a queste e ad altre amene faccende Magic in the Moonlight, nuovo film dell’autore newyorkese presentato in anteprima al TFF 2014 e, paradossalmente, data la sua assenza dalla scena, una delle sue pellicole più autoreferenziali, dal momento che l’autore vi esibisce senza pudori una riflessione sulla propria arte e i suoi limiti, travestendola da pochade in costume.

Scenario della vicenda è questa volta la Costa Azzurra dei tardi anni ’20 e protagonista è Colin Firth nei panni di Stanley (meglio noto sulla scena come Wei Ling Soo), un mago cinico ma non baro, il cui obiettivo è smascherare la giovane medium Sophie, incarnata da Emma Stone. C’è infatti una fondamentale differenza tra un prestigiatore e una sensitiva: per assistere ad uno spettacolo del primo non è necessario credere che tutto sia vero o magico; basta – proprio come al cinema – godersi lo spettacolo, recuperando a fine proiezione le proprie disillusioni.
Tra feste, gite in Provenza, serenate con l’ukulele e le oramai abituali arzille vecchiette tipiche del cinema del tardo Allen, il film si dipana come una farsa che vive della spinta centrifuga della coppia protagonista, sovente impegnata in battibecchi in stile screwball, cui non manca certo la sagacia. Anzi, pochi e distillati minuti colti anche a caso dalla prima parte di Magic in the Moonlight, contengono verve sufficiente a far impallidire una vasta schiera di commedie statunitensi contemporanee.
Tutto scorre amabilmente, un po’ come da programma, la fotografia firmata da Darius Kohndji fa molto Francia anni ’20, tra controluce dorati, vigne baciate dal sole e sfondi fuori fuoco di stampo “impressionista”, perché con buona pace degli anacronismi, quel che conta qui è l’immaginario condiviso. Allen pare voler fornire al suo pubblico tutto ciò che questo si aspetta da lui, ovvero risate intelligenti, ottimi interpreti, una trama essenziale, insomma, Magic in the Moonlight è la trappola perfetta in cui far cadere i suoi seguaci, appagati da un divertimento intelligente e curato che non li faccia sentire troppo in colpa di fronte al loro sollazzo.

Ma, mentre la storia procede, lo schematismo del film, così basico e prevedibile del suo scheletro, si fa sempre più palese. Lui deve smascherare lei, ma ne resta irretito, il suo cinismo vacilla di fronte alla vitalità della fanciulla, le cui lacune culturali sono motore di quell’attrazione erotica pigmalionica cui Allen ci ha edotto sin dai tempi di Manhattan. Non mancano poi le aristoteliche (o plautine che dir si voglia) agnizioni finali, altro abituale topos alleniano, che però qui arrivano poi troppo tardi, diluiti in tre sequenze gemelle di dialogo, che non posseggono brio né fantasia.
C’è molta auto-consapevolezza però da parte di Allen in questo suo stanco riutilizzo di vecchi trucchi, e si esce dalla visione di Magic in the Moonlight un po’ turbati; l’autore ci tiene infatti a infondere nello spettatore, smascherandola infine dopo aver aver a lungo giocato con tutti i marchingegni del mestiere, la sensazione di senile malinconia che lo affligge.
Si fa strada dunque, mentre il film si avvia verso questa macchinosa chiosa, una patina di tristezza, perché diviene sempre più chiaro come questa “fede” nell’aldilà o nell’amore che il povero Stanley è chiamato a recuperare, è dettata da una profonda paura di cosa ci sia dopo. Magic in the Moonlight è infatti anche un film sulla morte, e sulla paura della morte. Ma anche sul talento, sull’ispirazione e sulla possibilità che questa svanisca. Cosa che in molti hanno più volte decretato di fronte alle opere meno riuscite di Allen, per essere poi smentiti magari dall’ottimo Blue Jasmine. Allora forse in questo caso a recuperare la fede e l’amore potremmo, o dovremmo, essere noi.

INFO
Il sito ufficiale di Magic in the Moonlight.
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