Toto and His Sisters

Toto and His Sisters

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In concorso al Festival dei Popoli il film di Alexander Nanau, il racconto di quattro anni di vita di tre bambini rom rimasti soli in uno dei quartieri più degradati di Bucarest. Tra immagini-shock e parentesi struggenti, un convincente documentario in forma di romanzo formativo.

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Toto ha dieci anni e due sorelle, Ana e Andreaa. La loro madre è in carcere per spaccio di droga. I tre cercano di costruirsi un futuro migliore. [sinossi]

Si può applicare un’idea fortemente precostituita a materiali grezzi. Oppure si può fare l’esatto contrario: raccogliere materiali grezzi strada facendo, lungo un lasso di tempo anche molto ampio, e risalire poi, in fase di montaggio e postproduzione, fino ai confini del linguaggio-fiction. Il secondo percorso è quello che sembra aver intrapreso Alexander Nanau lavorando a Toto si surorile lui (titolo internazionale: Toto and His Sisters) passato in anteprima italiana per la sezione-concorso internazionale al Festival dei Popoli.
Venuto a riconfermare una volta di più l’estrema poliedricità del linguaggio documentario, Nanau ha compiuto infatti un tragitto estetico che in qualche modo appare l’esatto opposto della scuola neorealista italiana, in particolare desichiana. Se da un lato De Sica e Zavattini ricorrevano ad attori non professionisti, location dal vero e work-in-progress applicati però a soggetti preesistenti (e facendo peraltro un uso disinvolto del doppiaggio), dall’altro Nanau ha incontrato casualmente i suoi bambini protagonisti mentre stava progettando tutt’altro film, li ha seguiti e pedinati nelle loro dolorose vicissitudini per circa quattro anni, e poi ha operato scelte decise in fase di montaggio conferendo al film un andamento da romanzo formativo ai limiti del linguaggio-fiction.

Tanto per confermare una volta ancora il sempre più attuale superamento delle barriere estetiche tra i due linguaggi fiction e documentario, Toto and His Sisters mette spesso chi vede nell’ambigua condizione di appassionarsi a una vicenda con svolte e colpi di scena, come in un consueto dramma-fiction, costringendo poi lo spettatore a ricordare ogni tanto a se stesso che tutto è successo realmente “qui-e-ora”, e che tutto ciò che è narrato non era in alcun modo preventivabile dal filmmaker.
Questo, si badi bene, non significa che le vicende di Toto e le sue sorelle contengano un quid di incredibile e romanzesco di per sé, non si tratta di una vicenda “fuori dal normale” che per suo statuto assume i tratti del caso eccezionale costituendo spontaneamente materiale-fiction. Anzi, Nanau ha incontrato una vicenda a suo modo esemplare di disagio infantile e abbandono, che con ogni probabilità non ha purtroppo molto di diverso da centinaia di storie simili. Sono le scelte stilistiche dell’autore, l’aver messo da parte probabilmente un’enorme quantità di ore di girato in favore di altre, soprattutto le scelte d’inquadrature e di cadenze visivo-narrative ad aver spostato progressivamente l’asse verso un racconto solidamente e tradizionalmente strutturato.

Inizialmente intenzionato a dedicare un documentario sulla comunità rom di Bucarest, Alexander Nanau ha incontrato durante uno dei suoi sopralluoghi Gabriel, da tutti chiamato Totonel, un bambino rom rimasto a vivere da solo con due sorelle più grandi in un angusto appartamento di un enorme quartiere-formicaio della periferia della città. La madre è in carcere per spaccio di droga, il padre è sparito. I tre bambini si arrangiano come possono; le due bambine s’improvvisano goffamente come madri supplenti di Totonel, teoricamente uno zio dovrebbe occuparsi di loro ma in realtà ha trasformato l’appartamento in un agghiacciante viavai di tossicodipendenti che si bucano con nonchalance in compagnia di Totonel e delle due ragazzine. Una di loro finisce presto a sua volta sia nello spaccio sia nella tossicodipendenza, mentre l’altra, nel passare dei quattro anni in cui Nanau li ha seguiti, sviluppa a poco a poco una coscienza diversa, precocemente adulta e matura, e in qualche modo sembra aver avuto in questo un apporto determinante anche il suo coinvolgimento come proto-filmmaker. Alcuni dei brani filmati, lasciati da Nanau nel montaggio definitivo, sono stati infatti girati direttamente da lei in compagnia di suo fratello Totonel. Per il bambino invece la scoperta di una vera dimensione del piacere corrisponde all’incontro con la musica hip-hop e la danza popping, che diventa gioco supremo e strumento d’espressione personale. Li sostiene l’accoglienza di un orfanotrofio, che però Ana, la sorella più grande avviata alla tossicodipendenza, rifiuta nettamente restando a vivere da sola nell’appartamento in un degrado sempre più schiacciante. Una volta uscita dal carcere, la madre si ritroverà di fronte due figli che sostanzialmente non hanno più bisogno di lei.

Nanau non risparmia nulla, aderendo a una franchezza di linguaggio che più volte lascia spiazzati. Le immagini delle iniezioni dal vero dei tossici nell’appartamento dei bambini, con Totonel seduto lì accanto a giocare o farsi un pisolino, sono terrificanti, proprio per la loro spiazzante collocazione in una quieta quotidianità, in cui tutto è riassorbito senza scosse. Ogni tanto l’autore tradisce un certo gusto sensazionalistico (la maggior parte delle riprese delle iniezioni sono in inquadrature dall’ampiezza “neutra”, ma Nanau non rinuncia alla tentazione di mostrare l’immagine-shock di un’iniezione nel collo in strettissimo dettaglio), così come in altri momenti dedicati alla quotidianità dei tre bambini emerge il sospetto dell’inquadratura vagamente “guidata”. Tuttavia il dato che emerge con maggiore evidenza è una sostanziale indifferenza dei bambini protagonisti nei confronti della macchina da presa. Ne sentono il “peso” soltanto quando Nanau gliela affida per autofilmarsi e, per prevedibile paradosso, quei frammenti autoprodotti risultano i momenti meno “veri”. I bambini giocano davanti all’obiettivo, si esibiscono, Totonel soprattutto, ma in fin dei conti ciò innesca un ulteriore meccanismo di svelamento, poiché il gusto di Totonel per l’esibizione non fa che raccontare un punto nevralgico della sua personalità (non a caso darà poi sfogo al suo desiderio d’esibizione nella danza popping).

Nanau modella i suoi materiali di prima mano secondo una solida e coerente struttura narrativa, in cui c’è spazio anche per un momento di altissimo dramma che somiglia incredibilmente a un climax da film-fiction preordinato, addirittura anche per la sua collocazione nella catena narrativa, a tre quarti del racconto. Tra i vari momenti in cui è la sorella Andrea a prendere in mano la macchina da presa, vi è compreso infatti il brano più struggente: la visita di Andrea alla sorella Ana rimasta sola in casa, ormai preda dell’eroina e prossima al delirio, in un contesto di desolante degrado. Nanau si assume molti rischi, in primo luogo per la natura stessa della sua operazione: questo rasentare linguaggi e convenzioni può suscitare qualche perplessità di “morale cinematografica”, ma è altrettanto vero che Toto and His Sisters riesce a trascendere il dato sociale (che pure resta allarmante, uno schiaffo in pieno viso: l’Europa è anche questa) verso un doloroso senso di dramma universale: l’abbandono che tutti quanti prima o poi proviamo sulla nostra pelle, e che lascia segni più profondi se vissuto nell’infanzia. Magari, nella rimanipolazione dei materiali in fase di montaggio e postproduzione Nanau avrebbe potuto limitare quel tanto di edificante che ha voluto far emergere dalla storia.
Per paradosso, Toto and His Sisters è anche una classica fiaba a lieto fine, in cui dei bambini ce la fanno da soli in un mondo di adulti indifferenti, violenti o fuori di testa. Ma d’altra parte così è andata, così è accaduto nelle vite dei tre bambini, e anzi può darsi che la parallela esperienza del film girato su di loro abbia influenzato nell’arco dei quattro anni lo sviluppo dei loro caratteri e il dipanarsi delle loro scelte, decisioni, destini. Forse è avere troppa fiducia nell’esperienza cinematografica? Forse. Ma è bello crederci.

Info
Il trailer di Toto and His Sisters.
La pagina facebook di Toto and His Sisters.
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