Torino 2014 – Bilancio

Torino 2014 – Bilancio

La trentaduesima edizione del Torino Film Festival si è conclusa, confermando essenzialmente la passione della città sabauda per il cinema.

La piazza C.L.N., con David Hemmings e un alticcio Gabriele Lavia che discutono dell’omicidio appena avvenuto sovrastati dalla fontana di Alberto Baglioni raffigurante il Po, è forse l’immagine simbolo della trentaduesima edizione del Torino Film Festival, la prima sotto l’egida di Emanuela Martini anche da un punto di vista formale. Dopo i sette anni vissuti come vice-direttore, affiancando i vari Nanni Moretti, Gianni Amelio e Paolo Virzì (rimasto nel 2014 come “Guest Director”), la Martini ha palesato anche ai pochi che potessero nutrire qualche dubbio come l’impronta del festival fosse la sua anche nelle precedenti edizioni del festival: una struttura pressoché invariata, ma che ha trovato per la prima volta nel concorso non un mondo a parte ma in massima parte la summa delle varie anime che danno vita alla kermesse sabauda. Un primo passo interessante verso l’ipotesi di un festival maggiormente collegiale, che dovrà essere confermata o smentita nelle future edizioni. Tornando a Profondo rosso di Dario Argento, con cui si è aperto il discorso, la sua proiezione nella sala 1 del cinema Massimo il giorno prima della chiusura del festival, è apparsa significativa per una serie di motivi: innanzitutto il rapporto consolidato che il festival ha instaurato con la cittadinanza, e che ha trovato conferma in una sala piena in ogni ordine di posti; in secondo luogo la capacità di ragionare su una città che con il cinema ha sempre avuto una relazione stretta, fin a partire dagli albori dell’industria; infine la voglia di intessere all’interno della settimana o poco più di eventi un percorso storico che non si allontani mai dalla contemporaneità senza però che questo equivalga a perdere di vista il passato, più o meno recente.

Pur rimpiangendo le edizioni in cui venivano omaggiati Júlio Bressane, Rogério Sganzerla, Lodge Kerrigan o Stavros Tornes, permettendo di scoprire universi cinematografici spesso irraggiungibili in un’epoca pre-downloading selvaggio, è indubbio che Torino continui a compiere una parabola essenziale nel lavoro di conservazione della memoria cinefila: più ancora della seconda parte della retrospettiva dedicata alla New Hollywood lo dimostrano il doveroso omaggio riservato a Giulio Questi, lo spazio riservato a nuovi nomi del cinema statunitense come Jim Mickle e Josephine Decker, e la programmazione in TFFdoc di due opere di Ed Pincus (Diaries: 1971-1976 e One Cut One Life); senza citare ovviamente i “pezzi unici” Via col vento, Sex Pistols – Oscenità e furore e il già citato capolavoro di Dario Argento.
Torino conferma dunque la sua propensione a mescolare senza timore “l’alto e il basso”, confrontandosi con una città che ha una fame salvifica di cinema – e lo dimostrano le sale prese d’assalto a ogni orario del giorno e per qualsiasi tipologia di film, dalla commedia indie a stelle e strisce all’opera prima indiana – e perpetuando una tradizione oramai consolidata. Resta il dubbio amletico legato alla possibilità concreta nei prossimi anni di perdere qualsiasi retrospettiva in pellicola, rischio evidenziato già quest’anno dalla difficoltà ad accedere ad alcune copie dei titoli scelti per la New Hollywood (e infatti alcuni, come Return of the Secaucus Seven di John Sayles, sono stati proiettati in copie digitali di vario genere, dal dcp al blu-ray), ma l’impressione è comunque quella di una kermesse solida, radicata sul territorio, in grado di arginare nella maggioranza dei casi gli ostacoli che possono presentarsi lungo il percorso.

Anche perché a Torino è ancora possibile, per il pubblico, incrociare colpi al cuore che altrimenti gli sarebbero preclusi (a meno di non girovagare in giro per i festival mondiali): tra questi, saltando di sezione in sezione, Storm Children, Book 1 di Lav Diaz, Snakeskin di Daniel Hui, Jauja di Lisandro Alonso, P’tit Quinquin di Bruno Dumont, Tokyo Tribe di Sion Sono, It Follows di David Robert Mitchell, The Iron Ministry di J.P. Sniadecki, Memorie – In viaggio verso Auschwitz di Danilo Monte, Approaching the Elephant di Amanda Rose Wilder, Silvered Water – Syria Self-Portrait di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan, Abacuc di Luca Ferri, Nova Dubai di Gustavo Vinagre, Thou Wast Mild and Lovely di Josephine Decker.
In un’epoca storica frastagliata, in cui il potere politico stringe il cappio intorno al collo dei festival per eliminarne i respiri di libertà, Torino riesce ancora a sfuggire al soffocamento. E non è cosa da poco.

Info
Il sito del Torino Film Festival.

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