Profondo rosso

Profondo rosso

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Al Torino Film Festival è stata presentata la versione restaurata in digitale di Profondo rosso, capolavoro di Dario Argento. L’occasione per aprire nuovamente gli occhi su uno dei titoli fondamentali del cinema thriller e horror degli ultimi quarant’anni.

Brindo a te, vergine stuprata!

Helga Ulmann è una sensitiva tedesca che a Roma, durante un congresso di parapsicologia, afferma di percepire tra il pubblico del teatro l’inquietante presenza di un assassino. A congresso finito, tornata a casa, la sensitiva viene uccisa a sangue freddo con una mannaia da un individuo con impermeabile nero e cappello, che agisce dopo aver sentito una nenia per bambini. All’omicidio assiste Marc Daly, un pianista britannico che vive nello stesso palazzo della Ulmann… [sinossi]

Inevitabile avvertenza iniziale: questo scarno elaborato è destinato solo ed esclusivamente a coloro che abbiano già avuto in sorte di posare gli occhi su Profondo rosso. Il tanto vituperato spoiler, arma a doppio taglio del mondo critico, diventa in questo caso indispensabile esercizio retorico, puntello dell’analisi del quale non si può fare a meno.

Chissà cosa sarebbe successo a Profondo rosso se Dario Argento avesse ceduto all’idea di continuare a perseguire la via del thriller “animale” intitolando il film La tigre dai denti a sciabola. Forse niente, probabilmente niente: un’opera cinematografica in fin dei conti vive e prospera per i suoi meriti intrinsechi, e nulla avrebbe intaccato la qualità della messa in scena, i virtuosismi registici, la visionaria libertà di cui godeva il cinema di Argento. Forse. Ma quel “profondo rosso”, che sbaraglia le carte inchiostrate di gatti a nove code, mosche di velluto grigio e uccelli dalle piume di cristallo, non è solo il punto di (ri)partenza del cinema di Argento e del giallo all’italiana. Il rosso è profondo già nel coltello gettato ai piedi del bambino nell’incipit, nelle ferite inferte dalla mannaia che recide la vita di Helga Ulmann, nella bocca umiliata di Glauco Mauri, destinato a perdere i denti (e la vita) contro il marmo del soggiorno, nella lucertola infilzata dalla piccola Nicoletta Elmi. Ed è ancor più profondo, insondabile, labilmente freudiano, nella testa non più attaccata al corpo della Calamai, con la pozzanghera di sangue in cui si specchia il volto – anch’esso staccato dalla testa, ma solo per limite dell’inquadratura – di David Hemmings. È profondo rosso il velluto dei tendaggi del teatro, primo dei tanti non-luoghi in cui Dario Argento getta lo spettatore, ignaro durante la prima visione del caos urbano, testuale e ipertestuale in cui sarà costretto a navigare, sempre in balia della visione del cineasta romano.

Quando arriva a Profondo rosso, Dario Argento è IL nome del cinema giallo italiano, l’unico ad aver preso gli istinti insubordinati di Mario Bava (Sei donne per l’assassino è il riferimento iconografico diretto dell’omicida argentiano, ma l’idea di indagatore “non ufficiale” è presa in prestito da La ragazza che sapeva troppo) e ad averli nuovamente codificati, rendendoli passepartout per qualsiasi approccio alla visione. Nessuno dei suoi illustri colleghi, da Umberto Lenzi a Sergio Martino, da Lucio Fulci a Aldo Lado e Armando Crispino, sarà in grado di incidere in maniera così brutale sull’immaginario di un popolo. Il thriller di Dario Argento, con Profondo rosso come apice irraggiungibile del percorso, non spinge lo spettatore a chiudere gli occhi, per timore di vedere ciò che sullo schermo può prendere forma, ma lo avvince in una stretta morsa dalla quale non c’è via di uscita: davanti a lui si materializzano gli incubi più mostruosi, con gli efferati omicidi di un assassino che è sempre un passo avanti su tutti, e alle sue spalle e ai suoi lati si espande il buio della sala (o della casa) da cui non possono che generare altrettanti terribili mostri, pronti a ghermirlo.
Non è, come spesso accade, cinema che si fa incubo, quello di Dario Argento, ma il suo diretto opposto: la dispersione di senso e di logica, troppo spesso utilizzata da maldestri detrattori del film, è solo il riflesso di una caduta nel mælström dell’onirico, magma primordiale in cui tutto e nulla trovano posto. Si tratta della stessa dispersione geografica desiderata da Argento, impegnato nella costruzione di una città impossibile, puzzle urbano composto da pezzi di Roma, di Torino, di Perugia; un viaggio metropolitano allucinato, in cui piazza C.L.N. dialoga con la Nomentana, senza che vi sia soluzione di continuità. Tutto, in Profondo rosso, è legato in maniera fluida all’unico scopo di creare un’atmosfera perturbante, ambigua, ipnosi collettiva che spinge sull’acceleratore per poi rallentare di colpo, quasi fermarsi, ripartire. Un continuo taglio di montaggio armonico e allo stesso tempo brutale, secco e doloroso come i coltelli utilizzati dall’assassino, che si articola su una tessitura sonora complessa, stratificata, della quale la traccia musicale ideata da Giorgio Gaslini e suonata dagli allora esordienti Goblin di Claudio Simonetti non è altro che la punta dell’iceberg.

Senza la stasi apparente (quella dei figuranti che abitano il bar in cui si esibiscono Marc/Hemmings e Carlo/Lavia come se stessero interpretando un quadro di Edward Hopper) in cui la narrazione pare alleggerirsi e sfumare dal rosso del sangue al rosa degli inserti screwball comedy della coppia Hemmings/Nicolodi, Profondo rosso sarebbe un thriller adrenalinico, senza dubbio scioccante per lo spettatore meno avvezzo all’esibizione della violenza ma anche monotematico, quasi asfittico nel suo respiro mono-polmonare. Nelle deviazioni dalla norma, come sempre, il cinema di Argento trova invece condotti d’aria indispensabili: alla distensione si arriva impreparati come alle irruzioni di violenza, trasformando la visione del film in un continuo sbalzo emotivo, quasi terapeutico nella sua continua, pervicace ricerca del dissesto, dell’imponderabile.
Per articolare la tela Argento dà libero sfogo a tutte le sue pulsioni istintive, traducendo attraverso gli occhi – e la pellicola – il subbuglio allucinato e vagamente paranoide della propria mente: Profondo rosso diventa dunque un valzer macabro, danza sbilenca ma aggraziata, virtuosa elegia al cinema come unica reale potenza distruttrice. Si balla muovendosi con la macchina da presa nel foyer del teatro, si cadenza il percorso investigativo di Marc Daly nella “villa del bambino urlante”, ci si trova sospesi in uno spazio ovattato e pungente, ispido e ammaliante, vertiginoso e cullante. Come ogni grande film degno di questo appellativo anche Profondo rosso spinge lo spettatore a lasciarsi cadere, sprofondando nel buio e abbandonando gli occhi a un demiurgo che compone per immagini in movimento.

È poesia del crimine, languido sguardo omicida, in cui si ispessiscono le coltri già accoglienti della trilogia animale, della quale Profondo rosso rappresenta la summa – da un punto di vista estetico ma ancor più contenutistico – e il punto di non ritorno. Di lì a un paio di anni arriverà un altro folgorante rapimento ottico con Suspiria, ma ci si starà già muovendo nel campo del soprannaturale, tra scuole di danza gestite da streghe e doccioni che prendono il volo. L’indagine non sarà più tale per lo spettatore, ma solo per la protagonista; e non si percorrerà a ritroso il film per tornare all’immagine primigenia, quel movimento ad attraversare il corridoio dove, riflesso, c’è sempre stato il volto dell’assassina. E, vedendolo, l’abbiamo tutti rimosso. Immagine dell’omicida, omicidio dell’immagine, immagine/omicida.

Info
La scheda di Profondo rosso sul sito del Festival di Torino.
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