Rome désolée

Rome désolée

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Il film d’esordio di Vincent Dieutre, Rome désolée, realizzato nel 1995 è stato mostrato al Festival dei Popoli nell’ambito dell’omaggio dedicato al regista francese. Una riflessione sofferta, desolata e intima su un’esistenza segnata dal dolore e dalla scomparsa degli amici, del mondo, di tutto…

Quando si muore, si muore soli

Se la Roma felliniana finisce con la morte dello stesso Fellini, provando a rivivere tra mille contraddizioni con il Sorrentino di La grande bellezza, una Roma sotterranea, sudicia, volgare e disperata viene invece ritratta nel film d’esordio del cineasta francese Vincent Dieutre, Rome désolée del 1995, presentato alla 55esima edizione del Festival dei Popoli in occasione dell’omaggio a lui dedicato.
Una Roma per l’appunto post-felliniana, in cui sono spariti gli splendori e sono rimaste solamente le miserie, una Roma anni Ottanta, forse il decennio più difficile e oscuro della Capitale in tutto il Dopoguerra. Una città che Dieutre ritrae in modo personalissimo, come dietro ad una finestra, ad uno specchio trasparente su cui far riflettere le miserie sue e del suo gruppo di amici, partendo dalla morte improvvisa di alcuni di loro o per overdose o per AIDS. Gli anni Ottanta del resto sono stati il decennio in cui la libertà sessuale dei decenni precedenti si è trasformata in incubo e in cui la lotta di emancipazione degli omosessuali è evaporata in una lunghissima lista di tragedie esistenziali.

Riallacciandosi alla formula del diario intimo sulla scia di Chantal Akerman, Dieutre in Rome désolée fa dialogare tra loro le riprese in camera fissa della città con un lungo monologo intimo, letto in voice over, in cui racconta una ad una le sue esperienze vissute con uomini più o meno giovani, esperienze segnate da fugaci rapporti sessuali, da incontri cadenzati o casuali, da silenziose elaborazioni di lutti, in cui la morte ora di uno ora di un altro amico viene vissuta dalla comunità omosessuale con un senso di colpa che non riesce ad esprimersi e che crudelmente si tende a dimenticare, a rimuovere; tutto per poter andare avanti e per continuare a sopravvivere, finché almeno non toccherà a se stessi.
Si configura dunque come il racconto di un sopravvissuto quello che Dieutre ordisce in Rome désolée, un sopravvissuto ad uno sterminio, rimasto in vita per caso e per coincidenza, che allora sente su di sé il dovere e il peso di raccontare quanto accaduto in quei terribili anni Ottanta.

Perché Roma? Perché la capitale d’Italia è la città in cui Dieutre ha vissuto lungamente e in cui vede e ha visto scomparire la solidarietà, la scoperta della politica, la lotta per le rivendicazioni sociali. Roma è l’epitome di un Occidente e, in particolare, di un’Europa che, persi gli antichi splendori, si trasforma in realtà stracciona, capace solo di sopravvivere a se stessa. Ecco perciò che queste vedute urbane si concentrano nel quartiere Testaccio, allora zona privilegiata di spaccio e ben lungi dall’essere riqualificato, e in particolare nella zona del Monte dei Cocci, la vecchia discarica della Roma antica, il cui significato metaforico si riverbera nel presente del film.

Come già verificato in Orlando ferito, presentato nel 2013 al Festival di Roma (occasione in cui intervistammo il regista), l’Italia diventa il punto d’osservazione privilegiato di Dieutre, sia per la sua conoscenza del nostro paese, sia perché qui – purtroppo – si esplicitano tendenze che solo in seguito si palesano in Europa. Basti pensare al fascismo, ma anche al berlusconismo, alla opprimente estetica televisiva che codifica la società dello spettacolo di debordiana memoria. Così, Dieutre finisce per riflettere anche su questo, su una realtà che, mentre sparisce davanti ai suoi occhi (la fine della comunità omosessuale), si trasforma in virtualità televisiva. In Rome désolée, quindi, alle vedute urbane si alternano riprese televisive, mostrate nel loro dis-farsi pixelato, dove si passa – attraverso un flusso indistinto – da filmati di guerre in corso a show televisivi, fino all’immagine dello stesso Berlusconi.

Tanto si è detto e si è visto sul declino dell’Occidente, ma una narrazione privata e insieme collettiva come quella di Rome désolée permette di affrontare il discorso da una prospettiva diversa, disturbante, violenta, volgare e insieme astratta, malinconica, definitiva.

Info
La pagina dedicata a Vincent Dieutre sul sito del Festival dei Popoli

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