La teoria del tutto

La teoria del tutto

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Con intelligenza e devozione James Marsh costruisce con La teoria del tutto un biopic su Stephen Hawking che riesce a liberarsi da molti dei cliché abituali del genere e sa dirci la sua su scienza e amore, senza nasconderci nulla.

La dialettica del tutto

Nei primi anni Sessanta Stephen Hawking è uno studente di cosmologia di Cambridge determinato a trovare una spiegazione semplice ed eloquente per l’universo. Anche il suo mondo privato gli si rivela quando si innamora di una studentessa di lettere, Jane Wilde. Ma nel pieno della giovinezza la sua vita è travolta dalla diagnosi di una malattia dei motoneuroni che gli compromette movimento e linguaggio, lasciandogli, secondo i primi referti, solo due anni di vita… [sinossi]

Il genere biografico non è certo facile da innovare, ci sono riusciti in pochi, pensiamo ad esempio a Gus Van Sant con The Last Days o al Todd Haynes di I’m not There. Di solito infatti si tende a motivare luci e ombre dell’oggetto preso in esame con qualche trauma infantile, e tutti i cliché narrativi del caso (uno su tutti: la classica parabola ascendente e poi discendente a causa di opportuna “dannazione”) sono sempre pericolosamente dietro l’angolo, anche nelle pellicole più omaggiate e blasonate, come i pluripremiati Walk the Line e Ray.
Si regge mirabilmente, ma a tratti anche pericolosamente, in bilico tra i topoi classici del genere e alcune fulminanti sterzate verso punti di vista decisamente eversivi, La teoria del tutto (The Theory of Everything), film biografico dedicato all’astrofisico Stephen Hawking, firmato da James Marsh e già presentato in anteprima al Torino Film Festival 2014.
Documentarista premio Oscar per Man on Wire e autore dell’interessante Doppio gioco (Shadow Dancer), Marsh affronta con dedizione la vita dello scienziato, senza mettere da parte le sue teorie scientifiche, anzi, proponendone interessanti semplificazioni divulgative (lo stesso Hawking ha sempre tenuto d’altronde in molti suoi libri a mantenere uno spirito fieramente popolare), per poi concentrarsi principalmente sul suo matrimonio con Jane Wilde facendo così del suo film un anodino mix tra biopic e melodramma matrimoniale, il tutto a sfondo scientifico.
Nessun trauma infantile reale o fittizio fa qui da motore alla storia narrata, la “caduta” dell’eroe è d’altronde già tristemente nota, ed è la sua malattia, un disturbo progressivo del sistema muscolare, che l’ha costretto dapprima sulla sedia a rotelle e poi, in seguito a una polmonite, ne ha inibito la facoltà del linguaggio. Dal momento che è proprio “l’origine del tutto” alla base degli studi del protagonista, Marsh decide di costruire il suo film in una maniera più tangenziale e meno smaccatamente lineare. Ma per frammentare questa linearità non fa ricorso al vecchio trucco dei flashback, bensì struttura l’intero film su una perpetua dialettica tra (presunti) opposti. Il principale dissidio è senz’altro quello su cui si regge il matrimonio tra i due coniugi, l’uno devoto alla scienza, l’altra, oltre che al compagno, anche alla propria fede religiosa. Insomma, proprio come il nostro sistema solare, marito e moglie, scienza e fede gravitano nel film di Marsh l’uno attorno all’altra e danno vita ad un percorso dinamico necessariamente aperto. Proprio come l’evoluzione del pensiero di Hawking, sempre pronto a rivedere e confutare le sue stesse teorie.

Certo non tutto è poi così impeccabile e originale in La teoria del tutto. Dato il suo dichiarato intento di indirizzarsi al grande pubblico, le cadute di stile sono in agguato nel film e fanno capolino qua e là insieme ad un certo afflato retorico. In particolare appare un po’ di cattivo gusto quel montaggio formale iniziale tra l’inquadratura di un maturo Hawking intento a roteare con la sua sedia a rotelle e la ruota di una bicicletta sospinta dalle ampie pedalate della sua versione giovanile, ancora pulsante energia tra i viottoli di Cambridge. E convince poco anche quel discorso finale sul fatto che non esistono limiti e “finché c’è vita c’è speranza”, mentre la colonna sonora firmata da Johann Johannsson spalmata su ampi tratti della pellicola, suona sinceramente eccessiva e invadente. Bisogna ammettere, in ogni caso, che non era affatto facile affrontare la vita, il matrimonio, la malattia e le teorie di Stephen Hawking, e se La teoria del tutto è un biopic riuscito, il merito è da ascrivere, oltre che ad una sceneggiatura accorta e ai suoi dialoghi brillanti (l’ironia di Hawking è costante e garantisce intrattenimento anche nei momenti più duri), ai due interpreti principali, con un Eddie Redmayne alle prese con il proverbiale “ruolo di una vita”, ma sempre credibile e misurato, così come l’eterea e volitiva Felicity Jones, protagonista in solitaria di un discreto frammento del film, nel quale non si rimpiange affatto l’assenza del protagonista maschile. D’altronde il film è tratto proprio dal libro di Jane Hawking Travelling to Infinity: My Life with Stephen, per cui il punto di vista della donna è centrale in questa storia, così come lo è il ménage familiare tra i due.

Due sono essenzialmente gli aspetti più interessanti intorno a cui si coagula La teoria del tutto e che costituiscono la sua principale fonte di originalità e forza. Si tratta di aspetti che probabilmente un regista meno abile a sicuro di sé di James Marsh avrebbe posto in ellisse. Il primo è la già citata questione scientifica: La teoria del tutto non ce la nasconde, anzi, ci tiene a farci comprendere l’evoluzione del pensiero scientifico di Hawking, la sua novità nel panorama contemporaneo, le sue possibili falle. In tal senso spicca una sequenza domestica in cui la moglie spiega a tavola la differenza e l’inconciliabilità tra la teoria della relatività e quella quantistica, inforcando su due opposte forchette rispettivamente un pisello e una patata.
L’altro argomento è invece quello della sessualità della coppia, da cui, come sappiamo, sono scaturiti ben tre figli. James Marsh sa bene che la principale curiosità del suo spettatore, date le condizioni di salute di Hawking riguarda proprio questa questione e, seppur senza mettere in scena esplicitamente l’atto sessuale, ci tiene a soddisfare le nostre curiosità. D’altronde il film la domanda se la pone proprio all’inizio “…e se il segreto dell’universo riguardasse il sesso?” e in seguito, quando la malattia di Hawking è oramai conclamata, lascia che sia proprio lo scienziato a rivelare il suo spinoso segreto affermando che, anche se i suoi muscoli si vanno via via atrofizzando: “Quello ha un altro sistema, è automatico”.
Non si tratta certo di una questione eliminabile dal film, dal momento che quella di La teoria del tutto è soprattutto una love story, che non si concentra solo sulla dedizione dell’una verso l’altro, ma mira ad indagare le possibilità stesse dell’amore in condizioni difficili, non perché manchi quell’ “automatico” appagamento dei sensi, piuttosto perché vengono a mancare altri presupposti della vita di coppia, come la condivisione e la reciprocità. Per cui senza false ipocrisie, il film di James Marsh ci racconta di una relazione a dir poco borderline, dove quello che è interessante, ancora una volta, è prevalentemente l’osservarne le complesse dinamiche. In questa strenua lotta contro le difficoltà, diventa inoltre man mano evidente che valicare i problemi della malattia è più facile che superare quelli imposti dal senso comune della morale. La faccenda si fa lampante quando la famiglia Hawking fatalmente si allarga e il supporto di cui Jane necessita viene rinvenuto dapprima in un altro uomo, un pio vedovo maestro del coro della parrocchia, poi un’altra figura di sostegno, l’infermiera personale di Hawking, che lui sposerà in seconde nozze. Ma nessuno di questi due personaggi è demonizzato né viene loro attribuita dal film la responsabilità della fine del matrimonio tra Stephen e Jane. L’amore segue semplicemente il suo corso naturale, come una stella e, forse come un buco nero, nasce, si sviluppa e muore.

Info
La pagina dedicata a La teoria del tutto sul sito del TFF.
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