Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

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Con Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate si chiude nel peggiore dei modi la nuova trilogia tolkeniana orchestrata da Peter Jackson. Un’opera che anela alla pura azione senza scalfire mai l’immaginario dello spettatore.

Torna a casa, Bilbo!

Bilbo Baggins e la compagnia dei tredici nani guidati da Thorin Scudodiquercia hanno scatenato l’ira del drago Smaug che, uscito dalla montagna, si sta per abbattere su Pontelagolungo. Nel frattempo Gandalf è nelle celle segrete di Dol Guldur dopo essere stato sconfitto e imprigionato dal Negromante che ha preso dimora in quell’antica fortezza riacquistando pian piano potere negli anni dal suo esilio. Proprio lì, nel cuore della fortezza, si sta radunando un esercito di orchi e mannari, capitanati da Azog il profanatore, pronti a scatenare una violenta e sanguinosa guerra ai piedi della Montagna Solitaria non appena verrà dato il segnale dal Signore Oscuro. Intanto gli Elfi Silvani di Bosco Atro, non appena ricevuta la notizia del colpo che è stato inferto al potere del drago, guidati da Re Thranduil, si muovono anch’essi alla Montagna Solitaria per avere una parte del tesoro di Erebor, tesoro che reclamano però anche gli stessi Uomini del lago in merito alla promessa fatta a loro da Thorin. Tutti questi avvenimenti porteranno all’epica Battaglia delle Cinque Armate, dove gli eserciti di Elfi, Nani e Uomini dovranno mettere da parte il desiderio delle ricchezze della montagna e unirsi per evitare di essere sterminati dal vasto esercito di Sauron formato da Orchi e Mannari… [sinossi]

Il commiato da una saga, sia essa letteraria, cinematografica o televisiva, costringe in maniera inevitabile la mente a concentrarsi sull’idea di chiosa, di commento a margine, di riflessione sull’insieme. Risultava evidente fin dai primi due capitoli, approdati in sala con metronomica precisione a ridosso delle festività natalizie nel 2012 e nel 2013, che lo strappo definitivo con Lo Hobbit di Peter Jackson non avrebbe potuto godere dell’investitura di “nuovo classico” come avvenne una decina di anni fa per Il signore degli anelli. La nuova trilogia tratta dalla penna di J.R.R. Tolkien – sul fatto che la tripartizione sia pura rappresentazione della meccanica industriale ed economica hollywoodiana e nulla abbia a che vedere con il testo di partenza è oramai inutile puntare l’accento – arrancava con stanca indecisione fin dall’inizio dell’avventura di Bilbo Baggins con i nani capitanati da Thorin Scudodiquercia. Tra rimandi fin troppo evidenti all’epica del precedente trittico, fughe sconsiderate verso territori da fanta-horror che ben poco si adattano alla matrice originaria e improvvide incursioni in storie d’amore interrazziali che fanno scorrere ben più di un brivido dietro la schiena, sia Un viaggio inaspettato che La desolazione di Smaug avevano tracciato un sentiero la cui conclusione appariva fin troppo evidente, ovvia, inevitabile.

Non si può certo affermare, mentre scorrono i titoli di coda de La battaglia delle cinque armate, di essere rimasti spiazzati dagli esiti di questo capitolo conclusivo, e allo stesso tempo è arduo che venga naturale lasciarsi andare a sospiri di meraviglia di qualunque tipo: Jackson ha partorito una sorte di monolito fantasy, di fronte al quale si può solo accettare le scelte operate o rigettarle. Al di là di tutto continua in maniera capillare la riscrittura (invenzione) del romanzo di Tolkien: anche in quest’ultima parte de Lo Hobbit vengono inventati personaggi e si creano ex novo situazioni. È il gioco di Jackson, che passa dalla filologia de Il signore degli anelli, rigorosa anche nella certosina messa in scena geografica della Terra di Mezzo, alla totale confusione de Lo Hobbit; lo evidenzia in particolare la lunga sequenza della “battaglia delle cinque armate” che dà il titolo al film, e che nel confronto inevitabile con la battaglia del Fosso di Helm che rappresentava il fulcro narrativo de Le due torri perde terreno, mancante com’è di geometrie, logiche, strategie, tattiche di battaglia.
L’epica de Lo Hobbit, irrintracciabile per buona parte del romanzo, è una costola malriuscita di quella materia che il regista neozelandese dimostrava di saper trattare con cura un decennio or sono. Si potrebbe anche prendere questo scardinamento della prassi come riflesso incondizionato di un autore che vuole rintracciare le coordinate di completa libertà espressive dei suoi primi film (Bad Taste, Meet the Feebles, Braindead), ma rimarrebbe in ogni caso la sensazione di una stanchezza espressiva solo labilmente smussata da qualche impeto visionario. Ma la visione de La battaglia delle cinque armate è comunque pura derivazione, priva di quella ricerca pervicace di una nuova classicità epica che era il tratto distintivo più evidente de Il signore degli anelli.

Intrappolato in una gabbia (dorata) il cinema di Peter Jackson soffre un’asfissia che rischia di diventare letale, tra produzioni gargantuesche e set ciclopici: una elefantiasi del linguaggio (produttivo, estetico, narrativo) che sdrucciola sul terreno ghiaioso e a volte ghiacciato della Terra di Mezzo: viene meno l’ironia, travolta da una crassa ondata di gag quasi mai destinate a cogliere il centro del bersaglio, e zoppica il cinema/visione, inebriato dalla possibilità concreta di dominare il set. Se l’immagine speculare di Jackson sembrava essere quella di Colin McKenzie, inventato e inventivo protagonista di Forgotten Silver, oramai quell’apparentamento è sempre più schiacciato dall’ombra imponente e invasiva di Saruman: come il capo degli Istari anche Jackson sembra avvinto in questa fase della sua carriera dal riflesso del Potere, e proteso verso le più folli avventure. Colto da questa brama di onnipotenza, Jackson dimentica anche le più basilari regole narrative, trascinando l’ultimo capitolo de Lo Hobbit in una forsennata sequela di combattimenti, litigi, scaramucce, inseguimenti, soffocando qualsiasi spirito di strutturazione dei personaggi, e affidando tutto all’egemonia dell’effetto speciale. Nella maggior parte dei casi fallendo. La battaglia delle cinque armate termina, com’è ovvio, con il riallaccio a doppio nodo a Il signore degli anelli, palesando una volta per tutte la sua natura per nulla indipendente di spin-off. Peccato.

Info
Il trailer de Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate.
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