Speriamo che sia femmina

Speriamo che sia femmina

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In dvd l’ultimo grande successo di pubblico di Mario Monicelli, Speriamo che sia femmina. Alta industria in coproduzione europea, come ormai nessuno è più in grado di fare. Commedia sociale, ma che alla fine vale più come testimonianza terminale e autoreferenziale di classica commedia all’italiana fuori dal suo tempo.

Fa uno strano effetto rivedere oggi Speriamo che sia femmina (1986), uno dei maggiori successi monicelliani anni Ottanta e uno dei pochi grandi incassi italiani per un film che non fosse pura e degradata comicità, o “neo-malincomicità” (Verdone, Nuti, Troisi…). Il film di Monicelli entrò infatti nella top ten degli incassi di stagione con grande sorpresa di tutti, dopo che la sua uscita nelle sale era passata quasi in sordina sfruttando poi una lunghissima tenitura favorita dal passaparola e dai crescenti risultati al botteghino. Fu molto amata la sagace commistione di dramma e commedia, forse non del tutto estranea a certe tendenze del cinema internazionale di quegli anni (la riscoperta del privato che animava molto cinema mainstream americano), la consueta eleganza di scrittura della squadra di sceneggiatori Suso Cecchi D’Amico-Tullio Pinelli-Benvenuti&De Bernardi, il ricco e prestigioso cast d’attori, fortemente ispirato e ben amalgamato malgrado gli impensabili accostamenti. Da Liv Ullmann a Paolo Hendel, da Catherine Deneuve a Giuliano Gemma, un frullato europeo di facce e stili recitativi che inaspettatamente mantenevano un’ammirevole credibilità anche nel loro spiazzamento geografico-culturale (sulla carta, quanto poteva essere credibile Liv Ullmann nei panni di una matriarca agraria della bassa Toscana, che non disdegna di flirtare con il cowboy decontestualizzato Giuliano Gemma?).
In tal senso, Speriamo che sia femmina si profila come il canto del cigno di un modus operandi tutto italiano già in grosse difficoltà sul finire degli anni Settanta, che per una delle sue ultime volte si manifesta sullo schermo con apprezzabili modalità e ottimi risultati: la ricca coproduzione europea, sorretta più di tutto dalla capacità di un autore di tenere le fila del proprio film come un maestro d’orchestra, in grado di rendere secondarie e ininfluenti pratiche sempre più discutibili nel panorama culturale italiano in trasformazione: in Speriamo che sia femmina ad esempio regna sovrano il doppiaggio, utilizzato disinvoltamente per tutti gli attori. Poiché interpretato da un cast plurilingue, il film fu infatti girato in inglese e francese, e poi successivamente ridoppiato con le voci proprie dagli attori italiani, mentre gli stranieri furono doppiati da professionisti (e in alcuni casi si prestarono altre voci anche ad attori italiani, vedi l’esordiente Lucrezia Lante Della Rovere e pure, pazzesco!, Carlo Monni in un breve cameo, depredato della sua originale e irresistibile favella). Il film di Monicelli non sarà l’ultimo a essere così concepito, ma senz’altro è uno degli ultimi in cui tali modalità non suonano attardate, artificiose e fuori luogo.

Negli anni Ottanta monicelliani Speriamo che sia femmina, riproposto ora in dvd da Mustang Entertainment e CG Home Video, è anche uno dei pochi film ambientati nella contemporaneità. Non è un caso, poiché la sottaciuta ambizione è proprio quella di restituire lo spirito di una nuova epoca e i mutamenti in atto nella società italiana prendendo a esempio un contesto di famiglia allargata, collocata proprio laddove i mutamenti giungono in modo più traumatico e doloroso: la famiglia patriarcale di matrice nobile e contadina, lontana dal chiasso delle metropoli e che parla di Roma, la città geograficamente più vicina a loro, come di un letterale altro mondo, culturalmente distante e regolato da tutt’altri codici di comportamento.
L’occasione narrativa colta al volo da Monicelli è il nuovo ruolo della donna nella società italiana. Sposando un facilissimo e furbo spirito sciovinistico nei confronti dell’universo maschile (nel film gli uomini sono tutti velleitari, inconcludenti o ridicoli), Monicelli racconta una nuova donna che ha sempre meno bisogno degli uomini, e che può superare le provvisorie sconfitte e scongiurare lo spettro della solitudine grazie a un pur faticoso ma confortante spirito di solidarietà.
Le figure femminili sono tutte più o meno ben raccontate, sia pure con qualche rigidità e approssimazione specie nella seconda parte del film (la più sacrificata risulta la Claudia di Catherine Deneuve, che sembra finita nel film solo per ragioni di coproduzione, dato che narrativamente il suo personaggio nulla aggiunge e nulla toglie alla catena narrativa), ma anche le prove di Philippe Noiret e Bernard Blier sono di gran classe. Monicelli fu uno dei pochi a tentare un discorso sugli anni Ottanta attraverso gli schemi produttivi ed espressivi della tradizionale commedia all’italiana. Il tentativo resta onorevole, visto che gli anni Ottanta si confermano uno dei decenni più sfuggenti della nostra storia e gli strumenti della nostra commedia classica apparivano sempre più inadeguati alle nuove emergenti realtà nazionali. Ciò detto, è altrettanto vero che sul versante dell’analisi sociale il film rimane ancorato per lo più a notazioni di costume superficiali e poco interessanti.

I nuovi adolescenti, in cerca di sempre maggiori libertà, sono raccontati tramite una banale fuga da casa per andare a vedere un concerto di Ron (cotanta provocatoria e dissacrante rockstar…), la modernità è appena abbozzata nella nuova moda delle palestre e dell’aerobica, mentre l’assunto a priori (l’assoluta debolezza maschile e la profonda determinazione femminile) toglie al film qualsiasi possibilità di vera riflessione sui mutamenti in atto nel rapporto uomo-donna. A ben vedere, Monicelli riapplica in modo meno evidente un altro dei suoi costanti leit-motiv narrativi, ovvero l’articolazione del film per episodi non necessariamente concatenati. A tenere stretto il racconto vi è solo un crudele machiavello a metà del percorso, che darà vita a una svolta acre e rabbiosa alla vicenda. In pratica, troppo preoccupato per le ragazzine in fuga, il gineceo si dimentica totalmente di un marito morente in fondo a una scarpata. Intorno al mistero di quella morte si scatena una ridda di accuse e recriminazioni, che rischierà di sgretolare il nucleo familiare.
In questo è ravvisabile uno dei risvolti sociali più penetranti del film. Lasciando da parte le insignificanti notazioni di costume, Monicelli racconta bene lo spaesamento e il senso di malinconia per un modello di famiglia in via d’estinzione sotto i colpi di una “nuova società”. La capofamiglia Elena (un’ottima Liv Ullmann) non riuscirà a trattenere le figlie, e non saprà trovare altri rimedi alla senilità di uno zio se non l’ospizio per anziani. Certo, per vie un po’ forzate e “ideologiche” Speriamo che sia femmina trova poi un suo garbato e sorridente lieto fine, ma il senso di ultimo stadio di un modello sociale resta predominante su tutto il resto. Come nucleo sociale fondante la famiglia agraria della signora Elena non ha futuro, e se Monicelli vi si rifugia, è proprio per intima adesione ideologica. In tal senso Speriamo che sia femmina è forse più importante e più “anni Ottanta” per ciò che non racconta e non vuol raccontare. Della nuova Italia Monicelli narra poco o nulla, e con spirito pregiudizialmente aggressivo (la breve, superficiale e infelice parentesi romana), perché di fatto lui e i suoi sceneggiatori rimpiangono e idealizzano quell’Italia contadina ormai perduta a cui il nucleo familiare protagonista appartiene. Una fuga ideologica, che di fatto allontana totalmente il film dai suoi intenti sociali verso la dimensione della fiaba fuori dal tempo e del cinema autoreferenziale.
Secondo tale linea di ragionamento risulta chiaro perché Speriamo che sia femmina dia l’impressione di un bel film chiuso in sé, che non si apre mai veramente alla contingenza, nutrito della sua stessa tradizione cinematografica, quella del divismo europeo, dell’eleganza di scrittura e dell’amarezza da commedia all’italiana. In una dimensione così autoreferenziale finiscono per apparire riletture addirittura bergmaniane alcuni dei rapporti umani narrati, soprattutto quello tra Elena e sua figlia Franca (una brava Giuliana De Sio); probabilmente la presenza di Liv Ullmann nel ruolo di Elena favorisce tale visione, ma è innegabile che nei suoi momenti più alti il film tocchi tormentose corde dei rapporti familiari ai limiti della nevrosi “nordeuropea”, ovviamente riletta secondo schemi più accessibili e popolari.

È probabile insomma che Speriamo che sia femmina resterà nella memoria più per qualche bel momento del cast brillante e talentuoso, che per la sua sostanza narrativa. Empiricamente, nel rivederlo a distanza di molti anni in compagnia di persone che ne conservavano una divertita memoria è sintomatico che l’emozione maggiore si sia manifestata nel ritrovare gli schiaffoni e le battute argute, la buffoneria del rimbambito zio Gugo, la sanguigna figura della tata Fosca, impersonata da una memorabile Athina Cenci, la stralunata ridicolaggine del glottologo interpretato da un giovane Paolo Hendel. In pratica, il coté psico-sociale interessa, coinvolge e soprattutto si conserva nel tempo assai meno dei risvolti da pura commedia all’italiana. In fin dei conti per il film è quasi un complimento. Così ragionando Speriamo che sia femmina si delinea infatti come un ultimo cristallo perfetto della nostra tradizione di commedia nazionale. Talmente cristallica che è sufficiente a se stessa, che non ha bisogno di impastoiarsi seriamente con discorsi sociali o con rievocazioni storico-satiriche (il versante comico-avventuroso, alla Brancaleone, della produzione monicelliana). È sufficiente riproporre se stessa: la Commedia. In tanta femminilità, non è un caso se poi siano le ridicole figure maschili a restare marchiate nella memoria. Alla fine Monicelli, come tutti i migliori autori, andava esplorando nuovi territori, ma raccontando poi in ultima analisi sempre il proprio cinema.

Info:
Il dvd non contiene extra
La scheda di Speriamo che sia femmina sul sito di CG Home Video
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