La ciociara

La ciociara

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Mustang Entertainment e CG Home Video ripropongono in dvd, e per la prima volta in blu-ray, La ciociara un classico amatissimo del nostro cinema, che regalò a Sophia Loren l’Oscar alla migliore attrice. Un dramma di guerra atroce e a pronta presa, ma infinitamente sopravvalutato. Primi segnali di un’estetica cinematografica mainstream tra Italia e Hollywood.

Industria italo-americana. A sentirlo dire oggi sembra che parliamo di un altro pianeta, eppure tra la fine degli anni Cinquanta e buona parte degli anni Sessanta venne a crearsi una solida sinergia cinematografica tra il nostro paese e l’industria hollywoodiana. Fortemente impressionata dal nostro cinema neorealista e in seguito da Fellini, che raccolsero numerosi premi in terra americana, l’industria a stelle e strisce s’interessò sempre più all’Italia, lasciandosi influenzare da noi per riformare alcuni dei propri codici espressivi mainstream (il “neorealismo americano”, tipo Marty vita di un timido, 1955, di Delbert Mann) e tentando anche l’importazione e indigenizzazione (quasi sempre fallimentare) di nostre dive nel suo star system. Sophia Loren, Anna Magnani, Gina Lollobrigida, Anna Maria Pierangeli, Claudia Cardinale, Alida Valli, Valentina Cortese, la stessa Virna Lisi recentemente scomparsa… Tutte quante loro chiusero contratti con Hollywood senza lasciare quasi mai tracce indelebili nella storia del cinema americano, lasciandosi spesso snaturare in contesti di genere (commedie prettamente “American Style”, musical, film in costume, film storici, spy stories e film bellici, drammi di Tennessee Williams…) per poi tornare puntualmente a casa propria e dedicarsi a nuovi progetti italiani. Malgrado resti impresa ardua trovare un suo film girato a Hollywood realmente memorabile, solo Sophia Loren riuscì ad assumere il profilo di “eroina dei due mondi”, amata in patria quanto nel panorama internazionale. La sua bellezza e il suo talento furono sagacemente rimodellati per gli scopi più diversi, traducendosi in un marchio italiano realmente esportabile in ogni dove.

In tal senso vede la luce un film tanto amato e ricordato come La ciociara (1960), realizzato da Sophia Loren al suo rientro in Italia dopo un quinquennio hollywoodiano, che la portò alla conquista di un risultato epocale. Oltre a raccogliere premi ovunque, Cannes compreso, per la sua interpretazione, la Loren si vide infatti assegnare l’Oscar alla migliore attrice, prima in assoluto nella storia della statuetta (attori maschili compresi) a vincere il premio per un film girato in lingua straniera. Evento davvero più unico che raro, che si è ripetuto pochissime volte anche in seguito (negli anni più recenti, Roberto Benigni per La vita è bella, Marion Cotillard per La vie en rose e Jean Dujardin per The Artist, che per somma ironia è in realtà un film quasi totalmente muto), e che conferì a Sophia Loren una definitiva e precoce consacrazione a star internazionale. All’epoca la Loren aveva solo 26 anni, malgrado il ruolo di “mater dolorosa” incarnato ne La ciociara e l’aspetto più adulto della sua bellezza.
A posteriori, i premi raccolti per la prova data ne La ciociara non suonano poi così imprevedibili. Certo, rispetto alle consuetudini consolidate dallo star system hollywoodiano fu comunque un terremoto.
Tuttavia, provocatoriamente potremmo dire che la Loren non fu la prima attrice a raccogliere l’Oscar per un film in lingua straniera, bensì la prima attrice in lingua straniera a vincere la statuetta per un film americano.

È una provocazione in fin dei conti non del tutto veritiera, poiché La ciociara affonda decisamente nella tradizione del nostro cinema. Ma è altrettanto vero che il film vide la luce in quello scorcio di decennio quando veniva a crearsi una sorta di esperanto cinematografico transoceanico che si sarebbe ancor più platealmente affermato lungo gli anni Sessanta, e segnatamente nella figura registica di Vittorio De Sica.
Il più amato in America tra i nostri neorealisti, De Sica ritornò alla regia cinematografica con La ciociara dopo ben cinque anni di inattività. I mutamenti già avvistati nelle sue opere subito precedenti (Stazione Termini, L’oro di Napoli, Il tetto) prendono poi in La ciociara una forma più decisa e definitiva. Ritroviamo un De Sica sensibilmente mutato nell’estetica e nell’ispirazione. Pur affrontando una vicenda altrettanto dura e atroce di guerra, dolore e miseria nella trasposizione del bel romanzo di Alberto Moravia, De Sica mostra un approccio al racconto profondamente mutato, in primo luogo tramite scelte stilistiche assai distanti dall’estetica del neorealismo zavattiniano.
Se negli anni Cinquanta era venuto affermandosi il neorealismo rosa di tante commedie popolari dagli angoli smussati, a suo modo anche De Sica e Zavattini riformano se stessi, seguendo però un percorso sui generis. Da un lato ritroviamo infatti l’approccio sorridente, semplicistico, sul crinale pericoloso del folklore locale, che animava il cinema popolare italiano anni Cinquanta: dall’altro, ne La ciociara prende forza una tipologia di racconto scopertamente internazionale, per lo più basato sulla peripezia e l’intreccio stringente, assai meno sulla definizione dei personaggi.
Sarà una duplice visione estetica che in seguito De Sica porterà purtroppo a ulteriore compimento, tramite la ridefinizione di un “popolare italiano da esportazione” di enorme successo in America. Sposando la propria notorietà internazionale a quella di Sophia Loren e Marcello Mastroianni, De Sica dirigerà film come Ieri oggi domani (1963, incredibile Oscar al miglior film straniero), Matrimonio all’italiana (1964) e I girasoli (1970), di diseguale riuscita e spesso di buona interpretazione attoriale, ma anche infinitamente superficiali e talvolta traboccanti di stucchevole colore locale.

Ne La ciociara possiamo ritrovare tale tendenza in una versione embrionale, anche sensibilmente diversa rispetto alle realizzazioni successive. Del resto, è l’unico tra i film menzionati che abbia per sua natura una stringente costruzione narrativa; una fuga interminabile per mettersi in salvo dai bombardamenti, dai tedeschi, e in ultima analisi pure dagli alleati. La protagonista Cesira è raccontata tutta dall’esterno, secondo una generica definizione di donna del popolo tenace e coraggiosa. È costantemente messa in azione, raramente raccontata in profondità (e quando De Sica ci prova, lascia un po’ il tempo che trova: vedi i lunghi confronti in mezzo alle montagne ciociare col futuro partigiano Michele, uno Jean-Paul Belmondo di rarissimo miscast). È rilevabile anche una certa, sagace costruzione in due tempi: alla prima parte tutta solare e sorridente, da tipica commedia italiana di ambientazione bellica, segue poi un crescendo drammatico che culmina nella famosa sequenza dello stupro di gruppo. Tuttavia, resta comunque grande spettacolo concepito secondo coordinate internazionali, in cui le vicende hanno la meglio sulla definizione stereotipica e superficiale dei personaggi. E anche la seconda parte assume le linee del drammone all’americana riambientato nelle campagne laziali, dove tutto è urlato, esasperato, esteriorizzato, quasi mai inquadrato in senso problematico e realmente analitico. Un Tennessee Williams in salsa ciociara, che si adagia in un facile e acritico miserabilismo, secondo il quale anche la lettura alternativa alla storia finisce invece per assumere tratti qualunquistici e astorici.
Da un lato è apprezzabile che Moravia, De Sica e Zavattini abbiano dato voce a uno dei drammi più atroci e più rimossi della nostra Seconda Guerra Mondiale (le “marocchinate”, ovvero le violenze perpetrate nel Lazio e alta Campania dalle milizie maghrebine in forza all’esercito francese, a cui dopo la vittoria di Montecassino furono concesse in premio 50 ore di libertà totalmente arbitraria, dando vita a centinaia di stupri di gruppo ai danni di donne, uomini e bambini). È il racconto dell’ “altra Storia”, in cui per somma tragedia anche la pace e la ritrovata libertà si tramutano simbolicamente in atroce e barbarica illusione, dal momento che la guerra resta Violenza Assoluta, al di sopra di qualsiasi considerazione storica, e che finisce per ritorcersi inevitabilmente contro il popolo. Ma è proprio tale visione che rimane poco convincente, un facile e immediato miserabilismo che deresponsabilizza il popolo, che lo taglia fuori dalla Storia collocandolo in posizione di ontologica vittima predestinata. Oltretutto, se la sequenza dello stupro risulta molto ben girata nella sua atroce coreografia (interessante che De Sica abbia fatto reinterpretare ai maghrebini la situazione come giocosa, una sorta di balletto-premio orribilmente allegro per festeggiare la vittoria bellica), è pur vero che in quella sequenza La ciociara mostra forse una delle inquadrature più imperdonabili della storia del nostro cinema: quella rapida zoomata in avanti sul volto della figlia Rosetta, con sguardo perso e vitreo al momento dell’aggressione. Se ne intuisce l’ingenua buonafede, il desiderio di suscitare uno sdegno sacrosanto e di pancia; un pugno nello stomaco puro e semplice, che chiuda negli occhi sbarrati di Rosetta tutto il senso della Guerra al di sopra della storia. Ma al giorno d’oggi è un’inquadratura che nessuno si sognerebbe di girare, non in quel modo rozzo e sensazionalistico. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa Jacques Rivette, che a suo tempo sui “Cahiers” si scagliò terribilmente contro la sequenza del suicidio sul filo elettrificato di Emmanuelle Riva in Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo. In effetti c’è una linea rossa che unisce quell’inquadratura allo sguardo di Rosetta: un approccio sì diretto, genuino e spontaneo alla denuncia della violenza bellica, ma che non si pone grosse questioni di morale cinematografica.

Insomma, malgrado i tanti premi raccolti e le fanfare della storia del cinema che lo accompagnano da sempre, La ciociara non vale la metà di un qualsiasi film di De Sica degli anni Quaranta e Cinquanta. Ovviamente niente di nuovo, visto che della decadenza desichiana e zavattiniana hanno già parlato in molti. Magari va rintracciata un po’ più indietro, almeno nelle sue prime avvisaglie. Non è solo il cinema desichiano scopertamente internazionale degli anni Sessanta e Settanta ad aver deragliato. Anche La ciociara appare un film a suo modo calligrafico, in cui lo stile sporco del neorealismo si lascia rileggere da una bella confezione, corretta e senza sbavature, dove anche la spettinatura di Sophia Loren è calcolata al millimetro. Professionale, superficiale, enfatico, una trasposizione letteraria ordinariamente semplificante. Sostanzialmente senza una vera anima, e senza una solida riflessione storico-filosofica a fondamento.

Gli extra sono piuttosto ricchi. Due interviste a Enrico Lucherini e Emi De Sica, un contributo critico di Maurizio Porro, scene alternative, trailer originale e filmati di cinegiornali d’epoca presi dall’archivio dell’Istituto Luce. Il film è presentato nella versione restaurata da Mediaset – Cinema Forever.

Info
La scheda de La ciociara sul sito di CG Home Video.
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1 Commento

  1. circense 29/12/2014
    Rispondi

    La ciociara? Uno dei film di second’ordine di De Sica.L’interpretazione della loren? De Sica faceva recitare stupendamente anche i sassi.

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