American Sniper

American Sniper

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Con American Sniper Clint Eastwood firma la roboante agiografia di un eroe militare statunitense, ma lo fa con uno stile registico impeccabile e corroborante.

La guerra è bella anche se fa male

Chris Kyle, U.S. Navy SEAL, viene inviato in Iraq con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene soprannominato “Leggenda”. Allo stesso tempo, combatte un’altra battaglia in casa propria nel tentativo di essere sia un buon marito e padre nonostante si trovi dall’altra parte del mondo… [sinossi]

È di nuovo tempo di eroi. Di quelli senza macchia né chiaroscuri o ripensamenti, di valorosi soldati pronti ad adempiere al proprio dovere, per amore della patria e dei propri commilitoni. Non c’è più bisogno di dire che la guerra è una cosa sbagliata, che uccidere fa male a che dal fronte non si torna mai indietro, di riflessioni di questo tipo il cinema americano di guerra è già saturo, sin da quando ha affrontato le perversioni ideologiche e le scorie intime della proverbiale guerra sporca in Vietnam. A sostenerlo e a metterlo in pratica è Clint Eastwood, che quella stagione cinematografica l’ha attraversata e pertanto, con American Sniper, si prende la briga di prefigurarci un cinema post-riflessivo, che fa piazza pulita di ogni relativismo, lasciando parlare i fatti, le immagini, senza voler accompagnare lo spettatore anzi, lasciandolo nel buio della sala con intatte le sue opinioni e la rinnovata certezza di essere di fronte, oltre che all’opera di un fervente patriota, anche al talento di un metteur en scene immarcescibile.

A consentire la riscoperta di tali certezze è una storia vera, con il suo trauma collettivo tutto americano ancora bruciante, riportato con dovizia da un regista che non vuole essere scaltro né ammiccante, bensì diretto, frontale, anche un po’ glaciale se serve. Tratto dal libro autobiografico di Chris Kyle, letale cecchino statunitense che durante la guerra in Iraq ha coperto le spalle a un cospicuo numero di marines, guadagnandosi l’epiteto di “Leggenda”, American Sniper – della cui regia doveva occuparsi inizialmente Steven Spielberg – è la storia di un cecchino, dunque di una figura ontologicamente solitaria, che lotta per sentirsi parte di una comunità, sia questa una truppa di marines, una famiglia, un’intera Nazione.

Clint Eastwood va dritto al sodo, presentandoci Chris Kyle (Bradley Cooper) appollaiato su un tetto, in Iraq, dietro al mirino del suo fucile, con davanti a sé una scelta difficile: tirare o meno il grilletto contro un bambino in procinto di lanciare una granata contro un tank statunitense, mentre al suo fianco, un commilitone sentenzia: “Se sbagli, ti becchi la corte marziale”.
Ma non non siamo dalle parti di Rules of Engagement di William Friedkin (Le regole d’onore, 2000), dove le regole d’ingaggio e i loro risvolti intimi e legali venivano snocciolati con dovizia in ogni loro aspetto. Clint taglia corto sull’argomento e non pone alcun dubbio sui doveri militari, mentre copre il click del fucile facendo partire un flashback sull’infanzia di Chris che, ancora bambino, è intento in una battuta di caccia al cervo sotto lo sguardo severo del padre. Niente problematizzazione però dell’uccisione “pulita” e “con un colpo solo”, quella l’ha già fatta mirabilmente Michael Cimino tanti anni fa (Il cacciatore, 1978), ciò che conta ora è descrivere il milieu familiare del futuro, letale tiratore scelto.
Ecco allora la famiglia Kyle a messa, mentre il prete legge le parole di San Paolo: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia…”. Ed ecco arrivare i precetti paterni, stavolta a tavola, e rivolti ad entrambi i figli maschi: l’umanità è tripartita, ci sono le pecore, i cacciatori e i cani pastore, destinati a custodire il gregge, questa è la schiatta cui loro devono appartenere. Tutto è dunque prontamente apparecchiato, ma Chris ci metterà ancora un po’ prima di trovare la sua strada e trasformarsi, da rozzo campione di rodeo texano, in un coriaceo navy seal. Non prima però di aver assistito impotente di fronte alla tv agli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam. È questa la scintilla che lo sprona a presentarsi in un centro di arruolamento e asserire fieramente: “Vengo dalla campagna e voglio ammazzare i terroristi”.

Inutile nasconderlo, c’è un vistoso schematismo nello script firmato da Jason Hall, che costruisce il plot di American Sniper con sin troppa perizia, salvo poi tagliare via alcuni dettagli forieri di interessanti sviluppi (scompare il personaggio del fratello, che non a caso avrebbe potuto dare adito ad un più esplicito antimilitarismo). A mostrare la corda sono soprattutto le sequenze dedicate all’aspetto “domestico” della storia. Dopo l’incontro al bancone di un bar tra Chris e la futura moglie Taya (Sienna Miller), sovvenzionato da dialoghi brillanti in perfetto stile screwball comedy, il film vive infatti di un intermittente sdoppiamento, che lo vede alternare sequenze di battaglia con quelle sul “fronte” familiare e accorpare i due universi tramite le inopportune telefonate di lei, che possiede uno spiccato talento per indovinare il momento meno opportuno in cui contattare l’amato. Ne derivano un paio di sequenze con la battaglia che infuria mentre la povera mogliettina, naturalmente incinta, è intenta a frignare preoccupata al telefono, e dove la recitazione di Sienna Miller fa sorgere più di un legittimo dubbio.
Non va meglio d’altronde con i vari ritorni a casa del nostro soldato (il film è scandito dai diversi turni che lo vedono impegnato al fronte) con l’immancabile: “Anche se sei qui, mi sembri sempre distante”, pronunciato dall’affranta consorte.

Tutto procede con un ritmo scandito e senza particolari climax: American Sniper è infatti un film fieramente privo di profondità e concentrato sul bersaglio, proprio come il suo protagonista, il cui carattere si fa inoltre sempre più rarefatto, bidimensionale e silente (con buona pace del suo complicato status di reduce) al punto che – tanto per restare in tema eastwoodiano – le espressioni di Bradley Cooper si riducono ben presto a due: con e senza (sempre più raramente) berretto da baseball.
Diventa sempre più evidente allora che secondo Eastwood la natura stessa dell’eroe non può che essere bidimensionale, specie se questi è realmente esistito e i suoi parenti, amici e commilitoni giacciono assisi sulle poltone del cinema in attesa di emettere il loro verdetto.
Niente più talloni né lacrime di Achille dunque, l’eroe militare a stelle e strisce appartiene a tutt’altra razza, scioglie i suoi fantasmi attraverso lo strumento stesso del suo trauma, ovvero insegnando a sparare a reduci più sfortunati di lui, sublima le sue debolezze continuando a fare ciò che gli hanno insegnato e in cui eccelle. D’altronde non c’è in American Sniper una vera e propria evoluzione del personaggio nè è possibile alcun riscatto, perché Chris Kyle ha sempre fatto la cosa giusta o, comunque ciò che doveva fare, e nel film di Eastwood non vi è traccia di dicotomia tra queste due scelte.
Ma nonostante American Sniper risulti gravato dalle suddette sequenze domestiche, di ben altro stampo risultano le scene di battaglia in Iraq, dove Eastwood sfodera tutto il suo savoir faire facendo impallidire qualsiasi altro narratore di guerre coeve, con Oscar o senza. Clint non bara mai, la balistica dei suoi scontri a fuoco è impeccabile, schietta, precisa, nessuna camera a mano o dettaglio di contorno a disturbare la visione: sa dove mettere la mdp e lo fa puntualmente, con una sicumera invidiabile che ricorda allo spettatore, obnubilato oramai da tanto cinema d’azione fracassone e mal diretto, in cosa consista davvero il lavoro di un regista.
Pazienza dunque se l’agiografia di questo eroe a stelle e strisce non ci è poi così vicina né ci appartiene la sua prosopopea, Eastwood e il suo talento appartengono allo spettatore e alla storia del cinema, e questo non è cosa da poco.

Info
Una clip di American Sniper.
American Sniper sul sito della Warner.
Il trailer italiano di American Sniper.
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  1. Trackback: Sully | Cinema e Teatro Gabbiano di Senigallia

  2. Trackback: Il corriere – The Mule

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