Big Eyes

Big Eyes

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Tim Burton porta sullo schermo la storia di Margaret Keane, che accusò il marito di averla derubata dei suoi ritratti, celebri negli USA, di bambini dai “big eyes”…

Anche l’occhio vuole la sua parte

Big Eyes racconta la vera storia di Margaret Keane e di suo marito Walter, i cui dipinti dei bambini dai grandi occhi divennero un vero e proprio fenomeno negli Stati Uniti tra il 1960 e il 1970. La mano d’artista era di Margaret, ma Walter fece credere al mondo di essere il vero autore dei quadri, conquistando una fama internazionale del tutto immeritata. I due finirono con il divorziare, arrivando ad una battaglia legale senza precedenti: un duello a colpi di pennello per ristabilire la giusta paternità delle opere. [sinossi]

I “big eyes” che resero celebre, per un pugno di anni, Walter Keane come uno dei pittori più in vista del panorama statunitense, fissano dallo schermo lo spettatore del nuovo film di Tim Burton con aria melanconica, a tratti disperata, spesso perfino arcigna. Si potrebbe supporre che il fan della prima ora dell’opera del regista di Burbank rilanci verso lo schermo uno sguardo non dissimile, frutto di un pensiero sempre più articolato sulla decadenza artistica di Burton: il punto di non ritorno, da molti considerato come il suo capolavoro (forse proprio perché si distaccava per la prima volta con forza dall’idea di riassetto del gotico su cui aveva posato le basi agli esordi) fu senza dubbio Big Fish, in cui il favolistico si legava al reale dissimulandolo, screziandolo di nuove ipotesi. Una promessa, se tale fu, non mantenuta: se si escludono le incursioni nel mondo dell’animazione, con La sposa cadavere e Frankenweenie, il cinema di Burton è rimasto un corpo inerte, in cui il fantastico ha perso ogni propria profondità espressiva per rimanere cornice, ornamento privo di reale vita, destinato a perpetuarsi per mero diritto riproduttivo. Big Eyes, che segna l’approdo di Burton alla casa di produzione dei fratelli Weinstein dopo il deludente interregno Disney – durante il quale si è toccato il nadir della sua poetica, con il pessimo adattamento di Alice in Wonderland -, è l’ennesima dimostrazione di un cineasta alla ricerca di una nuova direzione, che non riesce ancora completamente a maneggiare.

Rifuggendo dal fantastico come mai prima d’ora (il mondo del non-reale è recluso nelle tele dipinte da Margaret Keane nella soffitta di casa), Burton sceglie di mettere in scena un dramma familiare che dovrebbe/potrebbe puntare a trasformarsi in affresco limpido e crudele degli Stati Uniti a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. La storia della Keane, vittima di un marito fanfarone e bramoso di successo che si prende il merito dei quadri della consorte, basterebbe a tratteggiare un panorama fosco, figlio imbastardito di un’America che abbraccia ancora il sogno di un’adolescenza infinita, prima del brusco risveglio sulla testa di J.F. Kennedy esplosa a Dallas. A rincarare la dose c’è però lo sfondo di una nazione pop, che ama il riciclo prima ancora della creazione artistica in sé e per sé: i dipinti di Keane vendono più nelle loro stampe ciclostilate per meno di un dollaro che sui muri della galleria in cui sono esposti. L’arte è riproduzione, non creazione, nelle mani dei Keane – in questo, per una volta, complici – ed è il segno della vittoria del “nuovo mondo” sulla concezione classica europea.
Tutti elementi, questi, che rappresentano il centro più interessante dell’ordito architettato da Burton, ma vengono purtroppo lasciati con pervicace convinzione in secondo piano, preferendo concentrare l’attenzione sulla vita privata di una donna che, pur emancipata, non riesce a sfuggire per alcuni anni alle grinfie di un marito che la gestisce nei modi che ritiene più opportuni. Un dramma umano sicuramente non privo di spunti interessanti, ma che punta in maniera eccessiva sulla caricatura del personaggio di Walter Keane, interpretato da un Christoph Waltz propenso ad adagiarsi sulla propria bravura abbandonandosi a ghirigori attoriali non sempre misurati. Anche la sequenza del processo, in cui vengono al pettine le questioni legate al diritto d’autore, relega Big Eyes in una terra di nessuno, a metà tra il bozzetto e il dramma, tra l’opera buffa e l’indagine storica e sociale: una via di mezzo che Tim Burton sembra percorrere per comodità, indeciso da anni sulla strada da far intraprendere al proprio cinema.

Info
Big Eyes sul sito della Lucky Red.
Il trailer di Big Eyes.
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