Le amiche del cuore

Le amiche del cuore

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In dvd per Mustang Entertainment e CG Home Video, Le amiche del cuore, opera seconda di Michele Placido. Tentativo di rinascita del cinema popolare italiano a inizio anni Novanta, ma assai incompiuto e presago di future narrazioni televisive.

Ad andare a ritroso nella filmografia di un autore ancora in attività, spesso capita di avere qualche buffa sorpresa. Gli esordi di un autore possono infatti restare nella memoria come promettenti e interessanti, anche quando nel prosieguo della sua carriera quello stesso autore non ha mai veramente regalato prove memorabili alla storia del cinema. Ma talvolta la memoria è fallace, ed è soprattutto intimamente avviluppata al contesto culturale sincronico in cui quel cinema lontano ha visto la luce. Non si tratta esattamente di un processo di rilettura a posteriori, che risulterebbe anche scorretta e fuorviante. Bensì di una vera e propria epifania, che porta a ritrovare lo stesso cinema in forma embrionale anche laddove ricordavamo esiti diversi.
Le amiche del cuore (1992) è il secondo film di Michele Placido regista. Realizzato e poi distribuito in mezzo a mille beghe censorie, fu protagonista di un caso nazionale che ne accompagnò la popolarità per qualche anno, fino poi a scolorire quasi totalmente in qualche lontano cassetto della memoria collettiva. La pietra dello scandalo fu il tema affrontato in uno dei tre filoni narrativi del film: il rapporto incestuoso tra un padre e una figlia adolescente, raccontato in modo secco e senza fronzoli, senza falsi pudori e senza neanche compiacimenti, fatto salvo un certo gusto eccessivo per il melodramma. Divieti ai minori di 18 anni, poi derubricati a 14, poi tagliuzzi e taglietti per la versione passata in tv in prima serata: un polverone che come sempre accade aiutò il film di Placido, ad alto rischio di passare altrimenti inosservato in un periodo decisamente difficile per il cinema italiano a livello distributivo.

La vicenda è ambientata a Roma tra terrificanti “Grattacieli”, palazzoni avveniristici che in realtà offrono condizioni di vita piuttosto disagiate a chi ci abita. In un contesto fortemente neo-popolare Placido racconta la storia di tre ragazzine che si conoscono fin da piccole. Giunte ormai all’adolescenza e alle soglie dell’età matura, tutte e tre cercano la propria strada. Claudia, la più bella e appariscente, vuol fare la modella e non disdegna di apparire in squallidi show di tv locali, ed è più o meno pronta a tutto; Morena, la più consapevole, spiritosa e sensibile delle tre, segue un corso d’infermiera e deve tenere a bada una madre ex-tossicodipendente disastrata dalla depressione; Simona, infine, ha i genitori separati e vive da sola col padre in un rapporto morboso e quasi esclusivo, che scopriremo poi avere terribili radici nell’incesto. Tre mesi delle loro vite, fino a un tragico epilogo nella notte di Capodanno.
A rivederlo oggi, il film di Placido suscita innanzitutto due riflessioni. Da un lato è curioso ritrovare tracce del Placido iper-popolare e didascalico oltre ogni limite, narratore di grana grossissima dei suoi ultimi dieci anni registici; dall’altro è ancora più significativo imbattersi nel film in prime forme di un mutato (e mutando) paesaggio mediale del nostro paese in quei primi anni Novanta.
Le amiche del cuore affonda infatti nel cosiddetto neo-neorealismo alla Amelio che veniva affermandosi in quel periodo, ma secondo una rilettura volutamente più popolare, romanzesca, preordinata e del tutto recitata, messa in scena nel senso più puro del termine, nel chiaro intento (più volte ribadito dai nostri nuovi autori a cavallo degli anni Ottanta e Novanta) di ritornare a raccontare storie, facoltà irrimediabilmente persa nei desertici anni Ottanta italiani.

L’ambientazione iper-popolare, che eleva la bruttezza di location, visi, vestiti e interni domestici a dichiarazione d’intenti, appartiene alla riscoperta di un intero mondo narrativo, quasi in aperta polemica con l’esibizione del Vacuo Bello che aveva caratterizzato molto cinema italiano anni Ottanta prettamente commerciale. Ma, si badi bene, Michele Placido vuole (vorrebbe) essere commerciale e popolare, una nuova proposta di racconto per tutti, anche scopertamente didattico. Il suo cinema si pone come tentativo di risposta al bisogno di “ricominciare”, avvertito da più parti in quegli anni nell’industria italiana e nei relativi spazi culturali.
Ciò nonostante, in diacronia salta più di tutto agli occhi il rapporto stringente di Le amiche del cuore con tutto quel che si veniva formando nel paesaggio mediale italiano intorno alle nuove tematiche sociali e adolescenziali. Se negli anni Ottanta si era assistito alla riscoperta del privato, con gli anni Novanta si trascolora lentamente in una fase ulteriore, ovvero la messinscena del privato. Tanto per fare un esempio popolarissimo, sono i primi anni degli “Amici” di Maria De Filippi in tv, quelli della prima versione il sabato pomeriggio, in cui ragazzi del popolo (o sedicenti tali) si confrontavano su tematiche scottanti, secondo tutta una nuova retorica giovanile molto romanocentrica, che tendeva a inscrivere i gggggiovani (scritto proprio così) nella cornice della loro immensa fatica di vivere, dando spazio agli esasperati drammaticismi egocentrici di tutta una generazione. Sono anche gli anni de “I ragazzi del muretto”, serie-tv italiana targata Rai di grande successo e altro tassello social-giovanilistico di una nuova ondata di facile psicologismo.
Per l’atmosfera popolare, per l’approccio al mondo giovanile e per lo stile neo-naturalistico adottato nella recitazione (e anche per il cartello iniziale di coproduzione Raidue), Le amiche del cuore ricorda moltissimo quella nuova serialità televisiva tutta italiana. È significativo in più direzioni, soprattutto riguardo a quel graduale e spiacevole sovrapporsi nell’universo audiovisivo italiano tra linguaggio cinematografico e retorica televisiva che dagli inizi anni Novanta arriverà grosso modo a pieno compimento ai giorni nostri.

Ne è prova più di tutto il linguaggio filmico adottato da Placido in Le amiche del cuore: il trionfo dell’impersonalità, ma condotta tramite uno spontaneo eclettismo, tutto di pancia. Talvolta inutilmente raffinatissimo (il piano-sequenza a correre dietro Claudia Pandolfi che fugge in lacrime per i sottoportici di via Condotti: ma perché girarlo così?), altrove linguisticamente elaborato ma a fini rozzamente didascalici (il dolly finale che racchiude in un unico movimento il presepe in casa, i vicini curiosi, e Simona portata via dai carabinieri, cucendo contrasti di facilissimo moralismo), in altre occasioni sciattamente neutro, il cinema di Placido, almeno in questa sua prima versione, è l’immagine della transitorietà, di un work-in-progress sul recupero di una nuova identità narrativa, volendo anche nazionale. Basti vedere il disinvolto uso mischiato di presa diretta e di doppiaggio, che dà luogo a un’opera incredibilmente disomogenea sotto il profilo sonoro.
Quando interviene la presa diretta le voci dei personaggi si perdono totalmente nel paesaggio sonoro, rendendosi quasi incomprensibili (realismo rosselliniano-ameliano o incapacità di usare la presa diretta, riscoperta nel nostro cinema proprio in quegli anni?); nel momento in cui si fa uso del doppiaggio, l’effetto è spesso stridente, soprattutto quando è usato per ricucire alla meglio battute di servizio a fine inquadratura.
La stessa eclettica transitorietà è rintracciabile nella sostanza più strettamente narrativa del film. Realismo sociale tutto centrato su una Roma popolare, che si ritrova la sera al chiosco sotto casa per discutere delle squadrette di calcio del quartiere, che si sposa al rozzissimo melodramma: è imperdonabile in tal senso tutta la gestione del romance di Simona con il collega Lucio, che compone canzoni per lei di plateale richiamo didascalico alla vicenda del film e gliele canta alla chitarra (la sequenza più ridicola del film). Ed è infine eclettico, con frequente senso di stordimento per chi vede, il registro narrativo: di fatto Le amiche del cuore è una commedia sociale di ambientazione popolare che contiene anche una tragica storia d’incesto.
Intendiamoci, Michele Placido non è Todd Solondz, e non gioca di certo sui registri narrativi in senso dissacrante. Di Simona e suo padre Placido vuol raccontare la tragedia, e lo fa anche con accenti molto sinceri e commoventi. I momenti più forti sono tutti riconducibili alla loro vicenda, innanzitutto perché collocata in un ambiente così squallido e ordinario. Il papà di Simona (interpretato assai bene dallo stesso Placido) è veramente un uomo qualsiasi, ed è raccontato piuttosto bene il groviglio di sentimenti e sensi di colpa tra un padre incestuoso e una figlia succube.
Ma il tutto è poi affiancato da siparietti risaputi sulla brutta tv mercificata, o su produttori vecchi e bavosi da commedia sexy anni Settanta (il cameo di Franco Interlenghi). E, risalendo alla fonte del cinema di Placido, il tutto è pesantemente enunciato tramite un uso declamatorio del mezzo-cinema. Certi stacchi di montaggio sono degni del montaggio parallelo alla Ejzenstejn: Simona e Lucio che si cantano le canzoni (l’amore vero e puro) e a seguire le cosce di uno show televisivo che salgono per una scaletta di ferro (il sesso in vendita). In ultima analisi, la riflessione sui nascenti corpi giovani in vendita (non banale per il 1992, visto che in quegli anni il fenomeno era appena agli inizi) non è di certo da rigettare di per sé, ma per i modi in cui prende forma e soprattutto per la sua unilateralità, che rischia di far sbandare più volte il film verso spunti da cattiva letteratura (il personaggio stereotipico dell’agente di spettacolo, per di più – mon Dieu! – lesbica).

Eccolo, insomma, il Michele Placido più volte fischiato e contestato al Festival di Venezia. Il Michele Placido che racconta molti luoghi comuni e sa di farlo, ma ritiene legittimamente che è comunque necessario raccontarli, che esiste ancora un pubblico a cui certe storie e soprattutto certe modalità narrative mancano. Perché, e su questo è difficile dargli torto, pochi ormai in Italia raccontano in chiave davvero popolare storie drammatiche e a pronta presa. In qualche modo il cinema di Placido si pone l’obiettivo di colmare un vuoto melodrammatico nel nostro cinema, e ci prova fin dai suoi esordi. Magari è paradossale che il suo cinema così ideato e realizzato non abbia mai davvero influenzato l’evoluzione successiva del nostro “neo-nazionalpopolare cinematografico”, bensì abbia trasmesso convenzioni letterarie e modalità espressive a tutt’altro: alla nostra fiction televisiva.
In tutto questo, va riconosciuto a Placido di essere stato uno dei pochi a far passare Asia Argento per una vera attrice. In quei primi anni Novanta la “giovin Asia” si era anzi fatta la fama di grande promessa drammatica del nostro cinema (Perdiamoci di vista di Carlo Verdone, Compagna di viaggio di Peter Del Monte…). Poi non è andata esattamente così, eppure il personaggio di Simona appare totalmente nelle sue corde, credibile e sofferente, e l’affiatamento attoriale con Placido è intenso ed emozionante. Se d’altro canto Carlotta Natoli già mostrava la sua naturale simpatia “televisiva”, Claudia Pandolfi, appena diciottenne, palesava già buone doti d’attrice. Delle tre, la più attrice di tutte in senso stretto.

Info:
Il dvd non contiene extra
La scheda di Le amiche del cuore sul sito della CG Home Video

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