John Wick

John Wick è un thriller incentrato sulla vendetta, debolissimo e inutile, granguignolesco e fine a se stesso, pura e sterile operazione di marketing per il rilancio di Keanu Reeves.

La città è nuda

Dopo l’improvvisa morte della moglie, John Wick riceve dalla donna un ultimo regalo: un cucciolo di beagle accompagnato da un biglietto che lo esorta a non dimenticare mai come si fa ad amare. Ma il sadico Iosef Tarasof, che si scoprirà essere il figlio del boss Viggo Tasarov per cui una volta Wick lavorava, irrompe a casa sua, con i suoi scagnozzi, per rubargli la preziosa auto d’epoca, picchiandolo e uccidendo il cagnolino. La banda non sa però di aver risvegliato uno dei più crudeli assassini che la malavita abbia mai conosciuto! E la vendetta sarà tremenda. [sinossi]

Ok, sarà una Boss Mustang del 1969, un’auto d’epoca pregiatissima. Ma basta l’ossessione per il suo possesso a spingere il giovane Iosef, rampollo viziato di un boss multimiliardario, dedito ai party in piscina, cui non deve mancare nulla, a compiere un’azione così efferata per entrarne in possesso? E non l’avesse mai fatto, la reazione vendicativa supererà ogni immaginazione. Sulla base di questa incongruenza – per la quale quantomeno gli sceneggiatori fanno poco per superare la sospensione dell’incredulità – si fonda un film becero e inutile, dove le sventagliate di mitra rappresentano il tessuto connettivo di una narrazione debole e becera. Un film evidentemente cucito su misura di Keanu Reeves, studiato a tavolino per rilanciare l’attore bello e dannato. Oltre che per dare un contentino all’altro bello e dannato di una volta, Willem Dafoe.

Volendo cercare col lanternino, qualche freccia al suo arco si riesce anche a trovare in John Wick. Tutto sembra in realtà concepito come un gioco, in scatola, di ruolo, un videogioco. Le continue inquadrature dall’alto dei grattacieli della città danno il senso di un groviglio, un labirinto, un percorso scarnificato che le varie pedine devono attraversare. E John Wick paga con dei gettoni, consapevole del suo ruolo di pedina. John Wick che è l’uomo nero delle fiabe, il Baba Yaga. E, pur in un contesto desolante, Keanu Reeves riesce a dare un bel ritratto di un outsider, un antieroe solitario, vedovo e malinconico, che riesce a mantenere uno sguardo impassibile nonostante la sua tristezza interiore. E il regista riesce anche a realizzare un bell’aggiornamento del sig. “risolvo i problemi” Wolf di Pulp Fiction, con un suo personaggio corrispettivo che impacchetta i cadaveri e li porta via. E anche a infondere un buon ritmo nei raccordi dei flashback.

Poca roba per un film che non si regge in piedi, che punta solo all’esibizione grandguignolesca, a sparatorie e ammazzamenti continui, senza peraltro quella leggiadria coreografica di un John Woo. In realtà un prodotto di bassa fattura, segnale che un certo vecchio buon cinema di genere e d’intrattenimento è ormai morto e sepolto.

Info
John Wick, il trailer.
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